L'etimologia dei termini pokeristici - prima parte
Il poker ha un proprio slang, non certo difficile da apprendere ma indubbiamente utile per descrivere in modo appropriato fasi e strategie del gioco. Padroneggiarne il linguaggio rappresenta quindi il primo passo per migliorarsi.
Ora, a dispetto della frequenza con la quale ci serviamo del gergo pokeristico pure nelle situazioni quotidiane, il più delle volte non ci domandiamo quali siano le effettive origini dei termini in uso. Ciò è del tutto comprensibile per noi che discendiamo dalla lingua di Dante, specie perché essendo l'intero glossario del poker ricavato dall'americano esso necessariamente affonda le sue radici in quella cultura.
Diventa perlomeno suggestivo, allora, indagare su come siano nati alcuni vocaboli di adozione internazionale, in particolare quando essi nascondono storie del tutto insospettate. Per questa prima puntata prenderemo l'esempio di "river", termine di gioco assai comune.
Il cosiddetto "river" è volgarmente definibile come l'ultima carta che scende sul board. Al contrario delle parole "flop" e "turn", la cui scaturigine sembra piuttosto letterale, il termine "river" si fa carico di un certo misterioso fascino. E in effetti, dopo il basico "flop" distinto dalle prime tre carte che piovono sul tavolo e l'inquietudine trasmessa dal "turn", che segna una sorta di svolta nella mano, il "river" contrassegna il momento in cui virtualmente si chiudono i giochi determinando il punto finale. La traduzione in italiano corrisponderebbe alla parola "fiume", ma com'è logico supporre l'etimologia del termine ha radici lontane e si deve a una vicenda che risale a 200 anni fa.
Per quanto strano possa sembrare, la parola ha una vaga accezione legata al cheating, cioè all'imbroglio. Nell'Ottocento le navi Mississippi River, che effettuavano servizio risalendo il fiume Mississippi erano dei grandi casinò galleggianti. Dunque permettevano a tutti i viaggiatori di sfidarsi in lunghe partite di poker durante le traversate.
Chiaramente sussistevano molte differenze rispetto al gioco come lo conosciamo oggi, ma la principale era l'assenza del dealer. Pertanto, come accade nelle nostre partite casalinghe, il compito di distribuire le carte spettava a turno ad ogni giocatore. Questa ragione spingeva alcuni bari di professione a truffare gli altri e qual era il modo migliore di farlo? La tecnica consisteva nel servire un buon board per provocare le altrui puntate incrementando il piatto, finché l'ultima carta a scendere non avrebbe chiuso il punteggio che il baro aveva in mano.
Con ciò accadeva sovente che i raggirati non stessero a guardare e, una volta scoperti i truffatori, per punizione li gettavano in acqua. Sicché, l'ultima carta del board oggi prende il nome di "fiume" in onore dei bari finiti a bagno nel Mississippi.

L'etimologia dei termini pokeristici - seconda parte
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