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Jared Tendler: “ero un giovane golfista con problemi di mental game, poi tutto cambiò così…”

In esclusiva per l'Italia, Assopoker intervista il popolare mental coach e scrittore Jared Tendler, che ci spiega come è diventato una figura di riferimento per tanti poker pro ma anche per atleti di alto livello e per diversi ragazzi non professionisti.

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06/01/2017 18:45

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Jared Tendler

Jared Tendler

Molti di voi già lo conoscono e avranno già avuto modo di trarre vantaggio dal suo lavoro, molti altri non lo avranno mai sentito nominare. Ma non è mai troppo tardi, soprattutto se si parla di colui che ha praticamente inventato il mental coaching applicato al poker: Jared Tendler.

L’autore di testi di enorme successo come “The mental game of poker” si è raccontato a noi di Assopoker, in esclusiva per l’Italia. Scoprirete un personaggio ultrainteressante ma non solo: capirete come una carriera di successo può nascere da un piccolo “fallimento” sportivo.

Ciao Jared e benvenuto tra noi. Oggi tutti ti conoscono come scrittore e mental coach di grande successo, sia di pokeristi che di atleti. Ma dove inizia la tua storia?
Ero un buon prospetto nel golf. Al College ero stato 3 volte all-american, avevo vinto qualcosa come 9 tornei, ma la mia carriera da pro non è stata altrettanto esaltante… Uscito dal college, infatti, mi resi conto di avere problemi di “mental game” abbastanza importanti, al punto da sconsigliarmi dall’intraprendere la carriera di golfer professionista. In particolare, avevo grossi problemi a gareggiare sotto pressione.
Cercai di andarci più a fondo e iniziai a capire che c’erano cose che la psicologia dello sport era in grado di riconoscere, ma non di risolvere. Quindi ho fatto progressi ma continuavo non performare bene quando pensavo di potercela fare.

La psicologia della sport (parliamo di 20 anni fa) tendeva a essere comportamentale, dare risposte “bianco o nero”: ti insegniamo a gestire la routine, come respirare, come essere più concentrato sul presente eccetera. Però, se per esempio lo paragonassimo al poker, sarebbe come se qualcuno ti dicesse “non tiltare, non farti influenzare da esso”, e cose di questo genere. Ad alcuni questi consigli potevano bastare, ma non a me. Così decisi di andare alle radici dei problemi che attraversavo e riuscii a prendere un master in counseling psychology. Dopo allora spesi qualcosa come 2 anni e 3200 ore in pratica sul campo da terapista.

Quindi sei riuscito a trasformare dei problemi personali di approccio mentale in una fantastica carriera professionale. Come e quando tutto questi si è incrociato col poker?
In teoria l’idea era quella di risolvere quei problemi di mental game e provare una carriera professionale nel golf. Diciamo che riuscii a risolverli, ma non nel tempo giusto per prendere quel treno. Mi spiego meglio: ero tornato al golf e giocavo anche bene, ma nel frattempo ero entrato in contatto con il mondo del poker, un mercato che stava letteralmente esplodendo. Così feci una stima e compresi che tentare una carriera professionistica nel golf mi sarebbe costato un paio di anni e almeno un 250mila dollari da mettere in conto, in spese varie. Così mi trovai di fronte a un bivio e il poker fu per me come una sorta di “safe bet”, una scelta con infiniti meno rischi. E poi, cosa molto importante, avevo iniziato a capire che adoro lavorare con le persone, mentre quella del golf sarebbe stata una scelta più individualista. Avere degli obiettivi personali è bello, ma se i tuoi obiettivi personali sono aiutare gli altri a raggiungere i loro, allora è fantastico.

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Inutile dire che i fatti ti hanno dato ragione. Ma come iniziò tutto, nel poker?
Iniziò nel 2007 quando incontrai per caso Dustin Schmidt, noto nel mondo del poker come “leatherass”. Lo conobbi giocando a golf grazie a qualche amico in comune, e scoprii che aveva programmato di fare SuperNova Elite in 10 mesi, qualcosa che al tempo non era mai riuscito a nessuno anche perchè erano i primi anni che PS offriva questo tipo di possibilità. Aveva grossi problemi di tilt, al punto che si scherzava sul fatto che mi avrebbe pagato coi soldi risparmiati su computer distrutti e mouse lanciati contro il muro.
Fatto sta che ce la facemmo. Al tempo lui guadagnava dai 20 ai 30mila dollari al mese, ma nei 4 mesi successivi all’inizio del nostro lavoro insieme vinse qualcosa come 600mila dollari. Runnò anche molto bene, naturalmente, ma non c’è verso che avrebbe fatto quei soldi senza un giusto approccio.
Rimuovere il tilt dal suo gioco ha avuto effetti positivi su più livelli: ha allungato la durata delle sessioni, velocizzato l’evoluzione del suo gioco e gli ha permesso di continuare a dominare i suoi avversari molto più facilmente.
Al tempo Dustin era comproprietario di stoxxpoker, così mi offrì di iniziare a produrre dei contenuti per il sito. Per me era strano, perchè sapevo di avere una conoscenza del poker molto limitata nel gioco, ma iniziai a produrre video e aprire thread in cui rispondevo alle domande degli utenti. Quel modo così diverso e immersivo di imparare, di approcciare il poker colpì moltissimo e la mia carriera di mental coach prese il volo. Di lì a qualche mese, nella mia testa non esisteva più alcun dubbio e l’idea di tentare la strada del golf professionistico poteva essere definitivamente accantonata.

Ecco, una domanda che volevo farti da molto tempo è: se prendiamo la preparazione tecnica e quella mentale, in percentuale quanto pesano nel successo di un giocatore?
E’ una domanda a cui non è possibile dare una risposta univoca perchè si tratta di una valutazione individuale e anche cangiante, nel senso che nello stesso individuo sono proporzioni che si possono evolvere nel tempo. Per esempio, se parliamo di un principiante l’ovvia risposta è 90% tecnica, 10% mentale.
Se invece parliamo di un professionista ai massimi livelli, allora l’importanza del fattore mentale aumenta fino anche al 30%. Se poi pensiamo a due top player che si sfidano tra loro, con l’abilità tecnica che grosso modo si equivale, l’importanza di attingere piccoli vantaggi da preparazione e approccio mentale è molto alta.
Certo però non si arriva mai alle percentuali sbandierate da certi psicologi dello sport. Per esempio, circolano balle conclamate come quella del golf che sarebbe al 90% un fattore mentale. Se così fosse allora gente come i monaci buddisti, il Dalai Lama o chiunque abbia me sarebbero i migliori giocatori di golf, di poker o di qualsiasi gioco si stimi come al 90% mentale o cose di questo genere. Ma non lo sono, sono solo dei meditatori di livello mondiale!

Ti faccio un altro esempio su me stesso. Sono nel mondo del poker da 10 anni, sono mentalmente bilanciato come pochi altri, ma rimango un fish! La componente tecnica è sempre la più importante, la parte mentale può essere un facilitatore che ti aiuta ad imparare, a vincere, ad assumere una visione d’insieme.

Quindi, per rispondere alla tua domanda, ciò che è importante è capire che la parte mentale del poker conta. Quanto poi conti è un fattore soggettivo, ma è fondamentale sapere che l’approccio mentale è decisivo e che ci si può lavorare su.

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Quanto tempo ci si dovrebbe dedicare?
Anche lì dipende. In media, diciamo che su un’ora di studio si potrebbero dedicare 50 minuti alla tecnica e 10 minuti alla parte mentale. Ma possono esserci periodi in cui ti accorgi che stai faticando mentalmente e allora aumenti a 15-20 minuti o anche più: se non sei capace di giocare al livello che ti compete, se non sei in grado di fare le cose che solitamente fai al tavolo, ci devi pensare lontano dal tavolo.

Nel 2007 il mercato era all’apice, oggi è un mercato maturo che cerca in continuazione nuovi giocatori, possibilmente amatori. Sei d’accordo con chi dice che il poker si era troppo “iperprofessionalizzato”?
Decisamente. In quegli anni il livello dei field era molto basso. A volte ci penso e credo che se io fossi arrivato due anni prima, forse non avrei avuto la stessa considerazione: nessuno si preoccupava del tilt semplicemente per il fatto che il tilt non veniva adeguatamente punito al tavolo. Poi il gioco si è fatto via via più competitivo ed è arrivato il momento in cui non potevi più permetterti di tiltare senza controllo.

Oggi la situazione è molto diversa e si va verso un ritorno verso il poker vissuto come passione, senza troppe velleità. Ma curare l’aspetto mentale può essere importante anche per un amatore o per chi cerca di prendere il poker seriamente pur senza aspirare a trasformarlo in un lavoro?
Il mental game non è altro che un altro posto dove poter migliorare se stessi. Di base, che tu sia un amatore, un semi pro o qualcos’altro, curare il mental game del poker è anche curare il mental game della vita. Tra i più bei feedback che ho ricevuto sul libro ci sono quelli di ragazzi che mi parlano di come il libro li abbia aiutati nel lavoro, nei rapporti familiari, nelle relazioni.

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Di tanto in tanto torna di attualità il dibattito sull’utilità “sociale” del poker player. In quel senso su che posizioni si colloca Jared Tendler?
Come scrivo nel mio libro, sono convinto che il poker abbia una forte utilità nella crescita globale delle persone. Aiuta a comprendere meglio il ruolo di fortuna e varianza, che esistono nella vita. Il poker player poi sviluppa una capacità di essere più oggettivo e razionale possibile nelle decisioni. Nella vita le cattive decisioni non sono punite nella stessa maniera. Un giocatore online prende migliaia di decisioni al giorno, e questo è un allenamento eccezionale per il decision making nella vita, e per controllare le emozioni. Inutile dire che l’aiuto nella capacità decisionale è preziosissimo per cogliere le opportunità di business.
Per il resto è cosa nota che il poker abbia un’aura negativa per il suo legame percepito con il gambling e le sue derive autodistruttive, ma io non credo che la soluzione sia proteggere le persone dai loro problemi, altrimenti dovremmo stare lì a nascondere qualunque cosa salvo poi ritrovarcela sotto il tappeto. Penso invece che certi problemi vadano tirati fuori e che si debba aiutare le persone a correggerli, sia a livello di società che di individuo. Bisogna dare alla gente gli strumenti per capire, affrontare e superare questi problemi.

Fine prima parte. Nella seconda parte, che pubblicheremo nei prossimi giorni, Jared Tendler entrerà nel dettaglio di alcuni dei principali difetti che affliggono i giocatori di poker e darà anche dei preziosi consigli.

 

Jared Tendler è un mental coach di poker che ha coachato oltre 400 giocatori nel corso della sua carriera. Ha  scritto il libro Il Mental Game del Poker, tradotto in italiano dalla Team PokerStars Online Giada Fang e da Marcello Papa. I lettori di Assopoker potranno acquistare il libro qui ed usufruire di uno sconto dedicato del 10%. Per usufruire dello sconto sarà sufficiente inserire il codice Assopoker nella casella Coupon Code.

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