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Andrea Piva presenta “L’Animale Notturno”: “Racconto il mondo con la danza dei numeri che sta dietro al poker”

Da qualche giorno è uscito "L'Animale Notturno", secondo romanzo di Andrea Piva che ha per la prima volta il poker tra i temi principali. Ecco l'imperdibile intervista con l'autore.

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21/01/2017 16:00

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Andrea Piva

Andrea Piva

Uno scrittore in crisi, perennemente in bolletta e che si lascia cullare in una mondanità svogliata e a tratti autodistruttiva, come ogni bohémien che si rispetti. Tuttavia, tra parentesi erotiche e slalom tra vari stupefacenti, si ritrova improvvisamente il poker come compagno di strada, e di svolta.

“L’Animale Notturno” (368 pagine, Giunti Editore) è il secondo romanzo di Andrea Piva, che molti di voi conosceranno per il suo illustre passato pokeristico, ma che di mestiere fa lo scrittore, per se stesso e per il cinema. Caratteristiche che ritroviamo in Vittorio Ferragamo, il protagonista del libro che ha evidenti spunti autobiografici, ma non troppi.

“Da un certo punto di vista, soprattutto nel modo di argomentare, Vittorio sono io in pieno, ma nelle cose che gli succedono e nelle modalità in cui gli succedono la componente autobiografica si riduce di molto, quasi a zero. ” Sono le prime parole di Andrea in una intervista che ci concede in anteprima per la stampa di settore.

Autobiografico, ma anche no

Nessuno dei personaggi che incontra è vero, e il modo in cui arriva al professionismo nel poker è molto diverso da quanto accaduto a me. Anche la scoperta della Teoria dei Giochi, che nella finzione del romanzo è rocambolesca e – spero – sorprendente, nella mia realtà è stata molto diversa e decisamente meno poetica, perché io nella vita vera l’ho studiata sui libri, da solo. Non ho avuto nessun affascinante mentore a insegnarmela. Del resto anche la parte relativa al cinema è per lo più finzione, a partire dallo spunto del naso rotto al regista: nella realtà non ho mai dato un pugno a nessuno in vita mia, se non in palestra quando era lecito, e in generale ho un carattere nettamente più remissivo di quello di Vittorio. Diciamo che per certi versi Ferragamo è una sorta di me estremizzato. Ma non per questo lesino di fargli fare anche figure di merda, quando occorre, e non sempre Vittorio viene fuori in una luce vincente. Cosa meditata, questa, perché il mio obiettivo era dipingere un personaggio a tutto tondo, che uscisse dalla pagina come persona viva con i suoi pregi e i suoi difetti, non creare una versione idealizzata e imbellita di me in cui specchiarmi per dirmi che sono un figo.”

L’istinto, il braccio e la matematica

Il poker entra nella vita di Vittorio in maniera del tutto casuale, anche se il personaggio viene presentato come uno storico habitué delle partite di poker all’italiana che, come gran parte di chi si è formato con la “vecchia scuola”, inizialmente guarda al texas hold’em in maniera sprezzante e superficiale.

Poi, una volta entrato nel giusto mood, inizia a vedere le cose sotto una prospettiva del tutto diversa. Questa scelta Andrea Piva la spiega così: “Mi ero posto il problema di far arrivare a tutti quello che volevo dire, perché è un messaggio che ritengo importante, quindi ho fatto partire il personaggio da zero dal punto di vista matematico, e anzi l’ho dipinto come uno che all’inizio non crede neanche che il poker possa essere studiato dal punto di vista matematico, così da guidare il neofita verso il cuore del racconto in un percorso leggero, intuitivo e magari anche istruttivo.”

Vittorio, insomma, è uno tutto istinto e braccio, classica tipologia del pokerista velleitario, come siamo o siamo stati un po’ tutti, almeno nella fase di infatuazione iniziale. Piva compreso: “Sì, poi a un certo punto ti rendi conto che c’è qualcosa dietro alle carte in termini numerici che va oltre la matematica di base, quindi devi fare un passo per scoprire cose di cui non avevi la più pallida idea. Così è successo a me, e qualcosa di simile capita a Vittorio…”

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La copertina del libro

Da un certo punto in avanti, il poker irrompe nella vita di Ferragamo e la rivoluziona, conferendo un certo ordine alla caotica esistenza del protagonista. Tuttavia il racconto non si appesantisce mai, e infatti nel libro non troverete una singola mano di poker raccontata.

Il difficile equilibrio fra clichè e noia: raccontare il poker… senza poker

D’altra parte, il poker è un soggetto difficile da raccontare, poco evocativo e poco narrativo all’infuori di determinati clichè. Questa era la sfida più grande anche per Andrea Piva. “Da parecchio giravo intorno all’idea di scrivere un libro che avesse il poker tra i temi principali, come mi è sempre capitato quando ho vissuto ambienti specialistici molto a fondo. A un certo punto ho iniziato a pensare a quale potesse essere il modo migliore per raccontarlo senza uccidere nessuno di noia, e soprattutto a come riuscire, attraverso il racconto di una cosa tanto specialistica, a parlare anche della vita più in generale, che è quello che mi interessa come scrittore. Ma per fare questo c’è bisogno di raggiungere anche una certa distanza dal tema. O almeno io sono fatto così. In un altro libro ho raccontato Bari e la sua università dopo che già da qualche anno ero andato via dalla città, e altrettanto può dirsi per la Roma in cui è ambientato questo libro. Così vale anche per il poker, che di fatto ho lasciato ormai da tempo. Per dirti, il nucleo di questo libro l’ho trovato recentemente in un mio appunto del 2009: mi ci è voluto un bel po’ per mettere tutto a fuoco.”

Andrea qui alle WSOP 2010, al tempo in cui era pro di Sisal Poker

Andrea qui alle WSOP 2010, al tempo in cui era pro di Sisal Poker

Alla fine la misura è stata trovata, perché “L’animale notturno” non cede mai troppo a tecnicismi né alla tentazione di scadere nei soliti clichè. Andrea Piva è visibilmente entusiasta di questa sua nuova creatura, anche e soprattutto per via di una quadratura niente affatto semplice da trovare per far “digerire” narrativamente il poker e in generale il gioco: Non ci sono molti esempi letterari prima di Dostoevski sul gioco a soldi in genere, anche se poi i casi di grandi letterati dediti al gioco sono innumerevoli, si va indietro fino a Catullo con la sua mania per i dadi. Dall’800 in poi le cose sono cambiate e anzi a un certo punto nel XX secolo la materia è stata anche abusata, perché il tema tirava ma poi una volta inquadrato il clichè non è facilissimo inventarsi un modo nuovo e appassionante di raccontarla.

Dal grande buio al grande schermo?

Anche cinematograficamente, come ho già riflettuto proprio con te tempo fa su queste pagine, cosa c’è stato sul poker dopo “Rounders”? Diversi tentativi, sì, ma uno peggio dell’altro. È un tema davvero difficile, soprattutto perché l’azione in sé del gioco è proprio scarna da guardarsi. Si tratta generalmente di quattro o più persone sedute a un tavolo con delle carte in mano. Tocca inventarsi qualcosa.”

Piva mi dà la sponda, perchè leggendo il romanzo non si può davvero evitare di immaginarlo sul grande schermo. Progetti di farne un film? “Ci stiamo già ragionando, per adesso non posso dire niente di più ma di sicuro il romanzo sta destando un certo interesse nell’ambiente. Credo che il motivo stia proprio nel fatto che l’Animale Notturno non racconta solo vicende di biscazzieri ma anche una storia di più ampio respiro. Spero di essere riuscito a tenere dentro il fascino del gioco senza farlo debordare fino a fagocitare tutto il resto.”

Frecciatine ne abbiamo?

andrea-piva-bwTra le pieghe del romanzo, chi conosce il poker troverà qualche stilettata al mondo dei giocatori, quelli veri. Ovviamente si tratta di considerazioni molto ben mimetizzate all’interno del racconto, e potrà coglierle solo chi conosce questo mondo dal di dentro. Ma è un modo per autopurificarsi, o per liberarsi di qualcosa che pensava ma non aveva mai detto? “Beh, sul mondo del poker in generale ho detto cose che sono andato effettivamente elaborando nel corso degli anni facendo parte della comunità professionistica, ma quello che entra in questa storia è funzionale alla storia e non alle mie esigenze personali di mandare messaggi a chicchessia. Peraltro il tema per me non è ancora sviscerato in toto. Forse in un prossimo libro…

Vittorio e una trilogia possibile

Ah, quindi ci sarà un sequel? “Be’, questo è presto per dirlo ma ti confesso che non mi dispiace l’idea di fare rivivere in un altro racconto un personaggio come Vittorio. Lo sento un po’ come un amico, mi piacerebbe frequentarlo ancora. Anche perché nel libro lo lasciamo proprio quando è appena diventato un professionista a tutti gli effetti, e di cose interessanti da raccontare sul tema come immagini ne avrei.”

“La danza dei numeri che sta dietro al poker: una chiave per interpretare il mondo”

Insomma, trovata la chiave di volta per raccontare il poker senza appesantire, Andrea ci ha preso gusto: “Be’, sì, confesso che da un certo punto in poi mi sono proprio divertito. Una volta trovato il modo di fare emergere il tema della danza dei numeri che sta dietro al poker mi sono reso conto che questa poteva essere una chiave per raccontare anche diversi modi di interpretare il mondo. Perché non si tratta solo di vincere a un giochino di carte. Qui si tratta di prendere dimestichezza con potenti strumenti interpretativi della realtà tutta.

Il punto è che oggi con la probabilistica, la statistica e in generale con la teoria dei giochi abbiamo un formidabile strumento per analizzare la realtà che fino a pochi secoli fa semplicemente non esisteva. Proprio non era neanche concepito. Pensa ai greci, che erano grandi matematici ma non avevano neanche il concetto di probabilità. Abbiamo dovuto attendere il XVI secolo e Gerolamo Cardano per iniziare a capire che c’era un modo per calcolare quello che fino ad allora non si credeva neanche calcolabile in astratto. Di più: non si capiva proprio che esistesse qualcosa da calcolare. E non stiamo parlando di amabili divertissement filosofici: non dimentichiamoci che senza la probabilistica non si darebbe la fisica quantistica, per dirne una. Ovvero non avremmo computer, telefoni cellulari e Internet. Non saremmo andati nello spazio. Ecco, in questo senso il poker può essere un mezzo attraverso il quale raccontare l’enorme rivoluzione che stiamo vivendo e di cui sotto certi aspetti neanche ci rendiamo conto.”

 

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