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Alessio Pillon e l’amore per le 4 carte: “Più divertente, più facile rimontare. Ma se giochi a caso sei finito.”

A pochi giorni dal trionfo di Rozvadov nel Big Wrap Warmup, Alessio Pillon parla del suo amore per il PLO, di come è nato e cosa è diventato. Senza dimenticare i maestri...

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09/04/2019 16:00

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Alessio Pillon

Qualche giorno fa ha stupito l’Italia con uno dei più importanti successi degli ultimi anni in tornei live di Pot Limit Omaha. Alessio Pillon si gode il momento ma non solo: la vittoria del Big Wrap Warmup cambierà forse qualcosa nei suoi programmi. Abbiamo cercato telefonicamente il 46enne veneto di Ormelle (TV), per parlare di questo suo momento d’oro.

La rimonta

Complimenti ancora. Come ci si sente a vincere un torneo del genere dopo essere partito ultimo di 8?

Esaltante, meraviglioso. Vincere un torneo da 607 ingressi, anche se i giocatori “fisici” erano 310, è una soddisfazione enorme, anche perché credo che se non è il più grande field di Omaha in Europa, poco ci manca. Tutto ha avuto inizio quando sono riuscito subito prima a raddoppiare e poi a fare un player out. La rimonta fa impressione, ma in realtà nel PLO risalire è meno difficile che nell’Hold’em, perché giochi più board e gli stack vanno dentro più facilmente.

Sarà per questo che gli omahisti chiamano ironicamente l’hold’em “fold’em”?

Sì ma attenzione. Anche in PLO, se sei fuori posizione e in determinate situazioni di stack, puoi passare anche un’ora e mezza foldando. Però io lo trovo molto più divertente ed è per questo che qualche anno fa decisi di dedicarmi solo a questo.

Alessio Pillon e l’amore per il PLO

E dai, allora raccontaci come è nato il tuo amore per le 4 carte.

In realtà nasce nel 2015 in un club storico di Pordenone, il Matrix. Eravamo un gruppo di giocatori che si erano un po’ stancati delle dinamiche dell’Hold’em, così iniziammo a studiare e giocare sempre più PLO. Poi, dopo il braccialetto del 2016 vinto alle ISOP nel Main Event PLO, decisi che mi ci sarei dedicato intensamente, per cercare di migliorarmi.

Alessio con il mitico Marcel Luske

Visti i risultati, sembra che tu ci sia riuscito alla grande. Cosa hai fatto per migliorare?

Rimango convinto che per migliorare a PLO si debba giocare moltissimo, vedere situazioni, capire, aggiustare. Comunque servono anche i libri: io mi regalai “La strategia del Big Play”, di Jeff Hwang. L’unica cosa che non faccio è giocare online: preferisco avere gli avversari davanti agli occhi e credo che sia uno dei miei punti di forza.

Torniamo a Rozvadov e al torneo. Dei tuoi avversari ti ha impressionato particolarmente qualcuno?

Ecco, mi piaceva il ragazzo che poi è uscito quarto (Matthias Pum, ndr), però si vedeva che proveniva dall’online e live non era molto esperto. Infatti l’ho “tellato” abbastanza presto e sono riuscito quasi sempre a intuire quando stava per pottare, evitando di perdere chips.

Può sembrare banale ma la migliore impressione me l’ha lasciata il mio avversario in heads up (Richard Toth, ndr). A dire il vero, a partire da 24 left, l’ho avuto quasi sempre al mio tavolo e avevo notato la sua tendenza a flattare gli assi che mi ha salvato in una occasione.

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La mano chiave

Parliamone.

C’è un limp da utg a 80.000, Toth completa da small blind e io mi appoggio su big con j 10 10 3 . Il flop è 2 2 a e checkiamo tutti e tre.
Il turn è un 10 che mi dà il full di 10. Toth checka e io faccio 150.000 su pot 240.000. L’altro folda e Toth check-raisa a 425.000. Io allora 3-betto a 1.250.000 e lui, dopo riflessione, chiama.
Ho pensato che con quel rilancio avesse un asso, magari con un buon kicker, e volesse mandarmi via, ma quando mi chiama anche il raise a 1.2 milioni cosa può avere?
Infatti, dopo il river 4 e il suo check, ho pensato qualche minuto a cosa potesse avere ed era difficile trovare risposte diverse da AA e 22. Infatti ho checkato dietro e aveva AAxx.

Questo era un torneo 9-handed. Secondo molti il PLO si giochi al meglio in tavolo da 6. Tu che ne pensi?

L’ideale per il PLO sarebbe il tavolo da 6, ma io ho imparato che è necessario adattarsi perché, se non lo fai, diventi carne da macello. Io iniziai al tavolo da 9, poi passai al 6-max ma lì ci sono situazioni che non mi vanno molto a genio, come ad esempio se ci sono due giocatori aggressivi poi mi costringono ad esserlo più di loro. Ecco, oggi come oggi preferisco quasi quasi il full ring.

La stretta di mano tra Pillon e Toth, dopo lo showdown finale

Tu sei di quelli che preferiscono giocare contro gli scarsi o contro quelli forti?

Io voglio sempre i più forti, al tavolo con me. Se vinci con quelli scarsi sei un vincitore, se lo fai con quelli forti puoi definirti un campione. E poi da quelli più scarsi di te c’è ben poco da apprendere, mentre da quelli forti puoi carpire indicazioni utili e avere qualcosa da imparare in ogni momento.

In Italia la situazione del poker live è una delle più difficili degli ultimi anni. Ma di spazio per eventi PLO ce n’è sempre stato poco. Come te lo spieghi, e pensi che le cose possano migliorare?

Io credo che i numeri rimarranno quelli e non si avvicineranno mai all’Hold’em perché lì ci trovi un po’ di tutto, dai ragazzini agli anziani che si cimentano per puro diletto. Nel PLO invece è sì più divertente perché giochi più mani, ma se non hai interesse ad approfondire il gioco è inutile che tu ti iscriva.

Il futuro, Vegas e i maestri

Dopo questa trasferta ceca tornerai alla tua vita di tutti i giorni o cambia qualcosa?

No, qualcosa cambierà. Ecco, in passato ho avuto altre attività che poi, per varie ragioni, ho mollato preferendo di tornare in fabbrica. Dopo quest’ultima settimana ci ho riflettuto e credo di lasciare il lavoro in fabbrica, per seguire altri progetti.

E il poker fa parte di questi?

Certo, ma non nel senso di diventare giocatore professionista, ovvero che fa solo quello per vivere. Credo che dedicherò più tempo alle trasferte per i live perché credo sia la mia dimensione ideale. Sto anche programmando trasferta a Las Vegas, che modulerò in base a quali tornei di Omaha deciderò di andare a giocare.

Nel tuo passato c’è qualche figura di riferimento?

Posso dirti che Carlo Braccini è un giocatore che per me è sempre stato un esempio, prima guardandolo in TV e poi giocandoci al tavolo. Però, se devo nominare una figura chiave nella mia vita da giocatore, c’è l’unica persona che ho chiamato prima di questo tavolo finale, ed è Mimmo Cuzzucoli. Fu lui, nel 2012, a farmi capire tante cose basilari di questo gioco: sedersi al tavolo con la testa libera, non farsi trascinare dalle emozioni, giocare sugli avversari e rispettarli. Ecco, quando ho raggiunto questo tavolo finale non ho potuto che chiamare lui per ringraziarlo, di consigli e “cazziatoni”. Senza di lui non sarei mai arrivato qui.

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