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Psicologia

Edge nel poker, una trappola per pigri e presuntuosi

Il concetto di edge nel poker è molto delicato, proprio perché comporta delle stime che hanno una pericolosa componente soggettiva. Ecco i rischi collegati.

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27/06/2020 11:30

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Quante volte, parlando di poker, avete detto o sentito dire a qualcuno “contro quel field ho edge infinito”? In alcuni casi si trattava di valutazioni sensate, in altri probabilmente era una stima raffazzonata. In queste ultime fattispecie, parlando di edge nel poker si sfocia in uno dei classici difetti del pokerista: l’eccesso di autostima.

Cosa significa avere edge nel poker

Il mondo del poker ha una sorta di tripla dimensione temporale. Per decidere bene cosa fare nel presente bisogna avere una profonda conoscenza del passato e proiettarla sul futuro. Scendendo un po’ più nel dettaglio delle terminologie, il passato è ciò che si suole definire “history”, il futuro è la stima di range e comportamenti possibili degli avversari, il presente le cosiddette decisioni “in-game”. Su questo, e solo su questo, si può basare una definizione sensata di ciò che si definisce edge.

Edge è un termine inglese che si chiama in causa ogni volta in cui si è di fronte a un vantaggio competitivo. Ad esempio, una squadra di basket con giocatori molto alti avrà un edge sotto canestro e a rimbalzo, un tennista con un servizio potente e un buon gioco di volo avrà un edge sui campi veloci, e così via.
Nel poker, sposando la tripla dimensione temporale di cui si parlava prima, si può parlare di edge quando hai già giocato numerose partite con quell’avversario o field (passato) e puoi quindi sfruttare la tua capacità di prevedere tendenze o comportamenti di quell’avversario/field (futuro) per prendere decisioni profittevoli al tavolo (presente). Ma è davvero sempre così?

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Tolti i pochi (o meglio pochissimi) professionisti veri e propri, quanti stimano in maniera accurata il proprio eventuale edge? E quanti, invece, fanno tali stime in maniera approssimativa e spesso iper-ottimistica? La mia paura è che siano pochissimi i primi e moltissimi i secondi.

Come ti trasformo l’edge in confirmation bias

Il poker è un gioco in incessante evoluzione e con esso anche le linee strategiche cambiano, nel tempo. Ne consegue che il merito acquisito sul campo non dura una vita, ma giusto il tempo necessario prima che le condizioni che hanno permesso quel merito (strategie corrette, good run) vengano meno.

Il meccanismo è sempre quello…

L’orgoglio dell’ex grinder

Ipotizziamo che io fossi un discreto giocatore nel 2012/13, anni durante i quali avevo dimostrato di battere il livello NL100 di cash game, oppure l’abi 20 dei tornei multitavolo. Poi la vita mi ha portato a fare altre scelte e così ho smesso di giocare. Durante il lockdown decido di tornare a giocare: quale sarà il mio atteggiamento nei confronti dei livelli che un tempo battevo?

Se ho mantenuto un approccio corretto al gioco, dovrò confrontarmi con l’impatto che le mie strategie hanno oggi al tavolo, e decidere di conseguenza se questo edge esiste ancora oppure è il caso di fare level down. Se invece farò finta di niente continuando a giocare a quei tavoli, l’edge che potevo vantare una volta diventerà un potenziale boomerang. Perché? Perché da stima corretta di un profitto atteso si sarà trasformato in un vero e proprio confirmation bias, ovvero alla stregua di quei preconcetti che ci inducono a credere alle bufale, poiché delineano scenari fittizi, ma che sposano le nostre convinzioni.

Il fold per edge, perché è ingannevole: uno spot per capirlo

Un altro aspetto potenzialmente dannoso dell’attribuirsi edge nel poker senza passare da dati che confortino l’impressione è nell’eccesso di confidenza che ne consegue. Ipotizziamo di essere 100 left in un torneo online da 15€ e più di 3mila partecipanti. Siamo dunque già a premio e ci ritroviamo con 50 bui sullo small blind, con QQ in mano. Un giocatore in middle position va direttamente allin per 20bb circa, poi c’è un fold generale fino al bottone, che gioca con 130 bui e si isola, andando a sua volta allin, approfittando del fatto che sia io che il big blind (il quale ha 15 bui) siamo nettamente più corti. Cosa faccio io qui?

Il primo pensiero è “ma davvero ho voglia di flipparmi 50 bui in questo field di cani?”

Tale pensiero poggia sulla convinzione di poter trovare spot migliori per giocarsi il torneo. Ma è davvero così? Se ci si ragiona un attimo, il giocatore sul bottone non può mai avere un range con il quale le mie QQ giocano male. Nella più pessimistica delle ipotesi staremo intorno al 50% contro due giocatori, ma la presenza dello short fa aumentare le nostre possibilità di vincere il side pot contro il giocatore sul bottone.
La possibilità da parte di quest’ultimo di avere delle monster hand scende implicitamente per le ipotetiche carte alte che lo short gli sottrarrebbe. Dunque contro il bottone noi potremmo stare agilmente intorno al 70% e oltre.

edge nel poker

In questo caso, il “fold per edge” troverebbe giustificazione solo nella certezza che, da qui in avanti, troveremo una serie di situazioni favorevoli per fare chip con pochi o zero rischi, puntando sulla nostra maggiore abilità nel giocare i board o sul nostro gioco bilanciato. La verità è che questa possibilità non la avremo così spesso, perché non c’è alcuna garanzia che da lì in avanti faremo meno errori dei nostri avversari su base così regolare da giustificare il perdersi uno spot al 70% e dintorni.

Lo scenario più probabile, una volta che foldiamo qui, è che ci trascineremo avanti rubacchiando qua e là ma con lo stack che si assottiglia via via. Quindi saremo molto probabilmente costretti a traccheggiare per intere orbite con 15 o 20 bui davanti, a caccia dello spot giusto che non arriva mai anche perché siamo card dead. Poi usciremo 30 left, in flip, nel cuore della notte, possibilmente bestemmiando. Però avevamo edge…

Cosa dovremmo fare allora? Essere onesti con noi stessi!

Va anche ricordato che nel poker, essendo un gioco anche e soprattutto di tenuta mentale, esistono situazioni opposte a quelle appena descritte. Ovvero situazioni in cui si arriva a veri e propri eccessi di autocritica.

E allora, parlando di edge nel poker, dove si trova il punto di equilibrio? In verità non è semplice da trovarsi. O almeno diventa più semplice quanto più è accurata, onesta e profonda la conoscenza di sé. Al di là di quello che vogliamo far trapelare con gli altri, è necessario che noi siamo onesti con noi stessi.

Potrei stare delle ore a ripetermi che la differenza tra me e Mustapha Kanit sta solo nella mia bad run, o a pensare di essere un Dario Sammartino che non ci ha creduto abbastanza. Ma questa menzogna a chi gioverebbe? Ai miei avversari, e basta. Solo loro possono trarre vantaggio da un mio fingere di essere qualcosa che non sono.

Bisogna allora saper circoscrivere la nostra capacità di incidere sugli eventi, senza mitizzarla. Questo ci aiuterà a trovare la forza di giocarci i colpi, senza illuderci di avere sempre un coniglio nel cilindro da tirare fuori nelle difficoltà.

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