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Assopokerista · Psicologia

Il poker, il professionismo ed il dubbio amletico

Scritto da
09/12/2012 08:09

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Diego 'Iena1978' Frattaruolo, uno dei primi pro italiani di successo (foto courtesy of GDPoker)Il poker online in Italia è un fenomeno recente, ciò nonostante sono numerosi i giocatori che hanno scelto con successo la strada del professionismo, alcuni fra loro diventando top grinders rispettati nella community dei giocatori e capaci di profitti davvero ingenti.

Molti fra loro sono giovani o giovanissimi: non appare quindi strano che molti appassionati attorno ai vent’anni si chiedano – vittime di un dubbio amletico – se non sia il caso di cercare di seguirne le orme, ritagliandosi una vita professionale che può riservare molti aspetti positivi qualora sia vincente.

Guadagni fuori da qualsiasi ragionevole paragone e completa autonomia lavorativa sono innegabilmente due fattori molto allettanti. Inoltre, nell’immaginario di un ventenne è probabile che il dirsi giocatore professionista assuma un fascino assai diverso da quello di dirsi operaio piuttosto che impiegato.

Il rischio, tuttavia, è di cadere in un tranello psicologico per via del quale si cerchi di vedere soltanto il bicchiere mezzo pieno a fronte di quello mezzo vuoto che viene più o meno consapevolmente ignorato, nel tentativo di confermare razionalmente quello che in noi è già un desiderio spiccato.

Chi ha intrapreso questa strada con successo non manca di mettere in guardia su quali siano i risvolti potenzialmente negativi: giocare per divertimento è appagante, giocare per pagare l’affitto, le bollette, l’assicurazione dell’auto e riempirsi il frigo può facilmente trasformarsi in qualcosa di molto più duro.

Il rendimento è infatti incerto e soggetto a oscillazioni notevoli: questo comporta uno stress difficilmente immaginabile intuitivamente ma assolutamente tangibile, e chiunque svolga questa professione potrà confermarvelo.

C’è poi da considerare che socialmente dirsi giocatori professionisti viene additato ad oggi come curioso nella migliore delle ipotesi e come assurdo o addirittura patologico in quella peggiore. Inoltre, il mercato sta cambiando: l’introduzione del cash game romperà certamente gli equilibri attuali, creandone di nuovi ipotizzabili, ma non facilmente prevedibili.

Man mano che il tempo passa riuscire a mantenere guadagni elevati è più difficile, il field si fa meno soffice: molti giocatori contano di guadagnare cifre importanti nel giro di alcuni anni e poi di reinvestirle in altro, ma attuare oggi questo proposito partendo da zero diventa sempre più complesso.

Ottenere un titolo di studio, per contro, non è garanzia di successo, ma certamente può permettere l’accesso a un mondo del lavoro che – per quanto possa apparire arido – ha ancora molto da offrire per persone capaci e che vogliano mostrare sul campo quel che valgono davvero.

In fondo, questo vale anche per il poker: un HUD e lo slang giusto non fanno un giocatore, e se pensate che là fuori ci siano persone collegate a un computer ansiose di buttarvi in faccia migliaia di euro ogni mese  senza che dobbiate fare troppa fatica, è probabile che vi stiate sbagliando.

Nessuno può indicarvi con certezza quale sia la strada migliore: solo voi potete essere buoni giudici delle vostre capacità e debolezze, delle vostre ambizioni e del vostro reale valore, qualora siate onesti. Tuttavia, scelte tanto importanti vanno soppesate con cura, valutando i pro e soprattutto i contro, perché di sentieri lastricati di mattoni gialli fuori dai libri di favole davvero non ce ne sono.

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