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Ken Uston: il ‘Re’ del Blackjack, che vinse contro i casinò anche in tribunale

Quando si parla di Blackjack impossibile non pensare a Ken Uston. Lo abbiamo citato pochi giorni fa nell’articolo del conteggio delle carte nel blackjack. La sua causa contro i casinò che lo avevano bannato, fu vinta in New Jersey e da quel giorno cambiò la storia del gioco, sia per i players che per i casinò. Personaggio incredibile, un genio che sembrava un “Re Mida” vista la facilità con cui trasformava in oro tutto quello che toccava.

Nasce il 12 gennaio 1935 a New York e poco più che ventenne ottiene la laurea in economia all’Università di Yale. Entrato nel mondo del lavoro, inizia una scalata impressionante. Parte come direttore delle operazioni di ricerca alla Southern New England Telephone Company, per poi passare direttore alla programmazione strategica all’American Cement Corporation e infine ad appena 30 anni, diventa il più giovane presidente nella storia della Pacific Stock Exchange.

Ken Uston

Già questa sorta di profilo fa capire che non era sicuramente una persona comune. Ma il suo amore con il BlackJack non era ancora scoppiato e bisognerà attendere il 1968, per far si che la vita di Ken Uston cambi letteralmente. Decisivo fu l’incontro con Al Francesco, un altro genio del blackjack, tanto forte quanto odiato dai casinò stessi. Non è mai stato chiarito come avvenne realmente l’incontro. La leggenda narra più versioni, che comprendono una partita a poker, una festa privata, una telefonata di Ken ad Al e infine sempre una telefonata, ma a parti inverse.

Ma al di la di come avvenne questo incontro, siamo certi che da quel giorno Ken Uston salì nell’olimpo dei top players mondiali. Infatti grazie alla sua mente geniale venne inserito nella squadra di Al Francesco, che precedendo di almeno 15-20 anni il gruppo degli studenti del MIT (si, quelli romanzati nel film 21), aveva già allestito un team di fuoriclasse del blackjack che sbancavano a ripetizione i casinò a stelle e strisce. In pratica i contatori sedevano ai vari tavoli bettando cifre minime. Una volta capito che il mazzo era caldo (con il sistema Hi-Low), segnalavano ad altri giocatori del team di sedersi. Quest’ultimi iniziavano a puntare cifre importanti e ovviamente con risultati positivi.

Uston venne gettato quindi nella mischia e nel giro di cinque giorni aiutò la squadra ad accumulare 44 mila dollari, di cui 2.000 andarono nelle sue tasche. Sembrano cifre non grandissime, ma dobbiamo tenere a mente che ci troviamo a fine anni 60 e il potere d’acquisto era ben diverso da quello odierno. Per quasi sette anni Uston prese parte al team di Francesco, poi nel 1976 metterà in piedi una squadra tutta sua.

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Una squadra che viveva soprattutto nei casinò di Las Vegas, ma con una particolarità ben diversa dalle altre. Infatti nel gruppo era presente un altro genio come Keith Taft, uno scienziato che ideò una sorta di computer tascabile (con quasi 15 anni di vantaggio sul primo vero PC portatile). In pratica questo apparecchio veniva inserito nelle scarpe dei giocatori e suggeriva loro la strategia da adottare. I risultati furono pazzeschi dal punto di vista economico, con migliaia e migliaia di soldi vinti. Ma allo stesso tempo iniziarono i problemi con i casinò per Ken Uston, che dovette ricorrere a travestimenti e altro ancora, per aggirare i ban dei casinò.

Bandito da quasi tutti i casinò di Las Vegas, decise quindi di mettere a ferro e fuoco le case da gioco del New Jersey. Fu uno tra i primi a capire il potenziale di Atlantic City che si stava avviando al suo apice. Nel 1979 per tre giorni assieme al suo team, sbancò il “Resorts International” per 145.000 dollari. Questa vincita procurò molto fastidio ai vertici della casa da gioco, che arrivano ad impedire l’ingresso allo stesso Uston. Ken ormai stanco di questi divieti portò il casinò in tribunale, con la seguente motivazione:

“impedire l’entrata di una persona in una casa da gioco equivale a ledere i suoi diritti civili. Fondamentalmente uso solo la mia abilità quando gioco al casinò. Non sono un baro ed uso solo la mia mente. Il fatto che mi si impedisca di giocare mi disturba. E’ come se a Bobby Fisher si impedisca di giocare a scacchi o come se a Pete Rose si impedisca di giocare a baseball. Mi sento come se qualcuno volesse opprimere la mia abilità in questa professione. Cosa che va contro lo stile di vita americano.”

Ken

Il tribunale del New Jersey dette ragione a Uston, affermando che contare le carte non è un reato e che i casinò non possono impedire ai bravi giocatori di sedersi ai tavoli. Una sentenza storica che fece entrare ancor di più nella leggenda Uston. Un genio, pieno di soldi e di donne, sempre in prima fila ad ogni festa, ma che non riusciva ad essere felice, come spiegò qualche anno dopo la figlia. “Una volta mi ha telefonato dicendomi, che pur avendo tutto dalla vita non riusciva ad essere felice. Io risposi, che solitamente i geni non sono persone felici“.

Una telefonata che avvenne pochi mesi prima della scomparsa di Ken Uston, morto a 52 anni,  il 19 settembre del 1987 a causa di un infarto. Il giorno in cui la storia, si trasforma in leggenda.

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