Gioco legale e responsabile

Non solo Poker

Da Roma-Lecce a Steven Bradbury: Le 5 più grandi sorprese nella storia dello sport

Cinque eventi incredibili. Cinque storie inverosimili ma vere. Dalla Grecia a Euro 2004 fino a Steven Bradbury, le più grandi sorprese sportive di sempre

Scritto da
28/09/2018 09:54

2.397


Qualche giorno fa vi abbiamo raccontato dell’incredibile vittoria ottenuta dai Buffalo Bills in NFL, ai danni dei favoritissimi Minnesota Vikings. Una sorpresa storica, che ci invita a un vero e proprio tuffo nei ricordi. Quali sono le cinque vittorie più clamorosamente inaspettate che vi vengono in mente? Ognuno di noi può fare questo gioco, che inizierò io.

Zagorakis la alza

5. Grecia @ Euro 2004

Tra giugno e luglio del 2004, il Portogallo ospita la dodicesima edizione degli Europei di calcio. Si tratta di una manifestazione che aveva già riservato una grossa sorpresa, che chi scrive ricorda benissimo. Nel 1992 aveva infatti vinto la Danimarca, nonostante la presenza di squadroni come la Francia di Papin e Cantona ma soprattutto i campioni in carica dell’Olanda di Gullit, Rijkaard e Van Basten. Sembrava la più grossa sorpresa immaginabile, invece 12 anni più tardi successe qualcosa di clamoroso.

Se infatti la Danimarca aveva diversi buoni giocatori e due fuoriclasse (il portiere Schmeichel e Brian Laudrup), la Grecia 2004 aveva una squadra di scarti. Un manipolo di mestieranti che militavano in giro per l’Europa e un solo fuoriclasse, in panchina: Otto Rehhagel. Tre anni prima il CT tedesco era stato chiamato al capezzale di una nazionale allo sbando, senza alcuna programmazione nè prospettive decenti. E neanche troppa attenzione da parte dell’opinione pubblica, tutta concentrata sulle Olimpiadi di Atene che avrebbero avuto luogo proprio nel 2004, un paio di mesi dopo gli Europei di calcio. Rehhagel crea una squadra di duri, che allo spettacolo concede poco o nulla ma è straordinaria in difesa. Quando l’organizzazione difensiva è buona trascende i valori dei singoli giocatori. Infatti non si ricordano tracce indelebili lasciati da Traianos Dellas nella storia della Roma, giusto per dirne uno che poi monetizzò a dovere la straordinaria vittoria.

Superata la fase a gironi solo grazie a due reti segnate in più rispetto alla quotatissima Spagna, la Grecia inizia la sagra dei suoi 1-0. Golletto e difesa, golletto e difesa. Così cadono prima la Francia di Zidane, Henry e Trezeguet, quindi la Repubblica Ceca di Nedved. In finale c’è lo stellare Portogallo, padrone di casa che schiera Figo, Rui Costa, Deco e un giovanissimo Cristiano Ronaldo.

Come finisce? Che domande: 1-0. Golletto di Angelos Charisteas, lungagnone con una faccia da fratello bianco di Nacho Varga. E la Grecia festeggia, festeggia come non avrebbe mai immaginato di fare. Così come non avrebbe mai immaginato i guai che sarebbero arrivati per il paese, di lì a poco…

Francesca Schiavone e il sogno di una vita

4. Francesca Schiavone @ Roland Garros 2010

Non è la vittoria più incredibile nella storia di questo torneo, perché tale primato spetta a Jelena Ostapenko. La lettone, vincitrice nel 2017, è l’unica giocatrice nella storia ad aver vinto il Roland Garros senza essere testa di serie (era n. 47). Jelena è anche la prima donna a non aver mai vinto neanche un torneo prima di uno Slam (come lei solo Gustavo Kuerten 20 anni prima, proprio al RG) e aveva una quota di 150 contro 1!

Detto della Ostapenko, la sorpresa del cuore per quanto riguarda il tennis e il RG non può che essere Francesca Schiavone. La milanese vinse a Parigi nel 2010, il torneo dei sogni per lei che è sempre stata più competitiva sulla terra rossa che altrove.

Al primo turno le tocca la russa Regina Kulikova, una 21enne senza troppe pretese alla prima (e unica) partecipazione al Roland Garros. La russa parte fortissimo e vince il primo set 7-5. “Schiavo” si riprende subito, portandola a casa 6-3 6-4. Soprattutto, quel set sarà l’unico perso da Francesca in tutto il torneo. Sophie Ferguson, Li Na, Maria Kirilenko, Caroline Wozniacki: tutte spazzate via per due set a zero. In semifinale c’è Elena Dementieva, un’altra della sua generazione, che lotta nel primo set ma poi si arrende dopo aver perso il tie-break. La finale vede Schiavone affrontare Samantha Stosur, la piccola sudafricana che ha fatto alla milanese il favore di sbarazzarsi di Serena Williams. Anche per lei non c’è campo: 6-4 7-6 e Francesca Schiavone diventa la prima donna italiana a vincere un torneo del Grande Slam.

A rendere ancora più straordinaria l’impresa c’è il back to back sfiorato un anno dopo. Schiavone fa di nuovo finale ma subisce la vendetta della cinese Li Na, da lei eliminata nella cavalcata vincente del 2010.

Facepalm per Franco Tancredi

3. Roma-Lecce 2-3 @ Serie A 1985-86

20 aprile 1986. Al tempo di questa partita avevo appena compiuto 14 anni, età in cui il calcio rischiava di essere persino più importante di mamma e papà. Nonostante gli anni trascorsi il ricordo rimane nitido, perché si tratta di qualcosa che ancora oggi NESSUNO (stampatellare qui era un dovere morale) sa come sia potuto accadere.

La Juventus di Platini e Laudrup aveva avuto un inizio sfolgorante, con 8 vittorie consecutive interrotte solo dal sinistro fatato di Diego Armando Maradona. Nonostante un girone d’andata da scoraggiare qualsiasi avversario (La Juve fa 26 punti su 30 disponibili), la Roma di Sven Goran Eriksson si incammina verso una rimonta che ha dell’incredibile. A due giornate dalla fine i giallorossi hanno avuto un girone di ritorno praticamente perfetto: 23 punti su 26 e un sonoro 3-0 rifilato ai bianconeri all’Olimpico.

La penultima giornata di campionato sembra a tutti quella buona per il sorpasso. Le due squadre sono appaiate a 41 punti, ma la Juventus ospita il Milan quarto in classifica, mentre alla Roma tocca il già retrocesso Lecce, straultimo a 14 punti. Quindi, nell’ultima giornata, sarebbe stata la Juventus ad andare a Lecce mentre la Roma sarebbe stata di scena al Sinigaglia di Como. A chiunque aveste domandato, avrebbe risposto che le sfide che avrebbero deciso lo scudetto erano Juve-Milan e Como-Roma. Niente di più falso.

I giallorossi vanno in vantaggio subito con Ciccio Graziani. Sembra l’antifona di un canto già scritto, ma l’Olimpico non aveva fatto i conti con Alberto Di Chiara. Romano di Roma, 22enne finito in Salento due anni prima per giocare da ala sinistra titolare, pareggia i conti. Prima dell’intervallo ci pensa Juan Barbas, mezzala argentina di discreto talento, a trasformare un rigore guadagnato dal suo connazionale Pedro Pablo Pasculli. 1-2, fine primo tempo e nella tiepida primavera romana dell’Olimpico cala il gelo.

Tutti erano infatti pronti a festeggiare, ma l’incubo si materializza ancora più avanti, ed ha nuovamente la faccia di Juan Barbas: 1-3. A pochi minuti dalla fine Roberto Pruzzo prova a risollevare i suoi, che però non ne hanno più. Finisce 2-3, mentre nel frattempo Miki Laudrup ha regalato la vittoria ai bianconeri contro il Milan. La Juve vince lo scudetto, nel modo più incredibile e insperato. Qualcosa che verrà superato forse solo 16 anni dopo, nel famoso 5 maggio. Ma a livello di sorpresa sportiva Roma-Lecce rimane un mistero irrisolto. Si parlò di premio a vincere, se ne dissero di ogni sorta ma a sgombrare il campo pensò un sempre franco Roberto Pruzzo: “Quella rincorsa ci causò un incredibile dispendio di energie fisiche e nervose. Avevamo finito la benzina, ecco la verità”.

Sorpresa nella sorpresa, il Totocalcio. In schedina, come si usava spesso a fine stagione nei match sbilanciati, c’era solo il primo tempo di Roma-Lecce. Che fece comunque registrare il segno 2, ma i tredici non furono poi così pochi: ben 128.

Tempo di rivincite, per Claudio Ranieri

2. Leicester City @ Premier League 2016

Di questa impresa si è detto e scritto di tutto. Dalla storia di Vardy e la sua incredibile scalata dal calcio dilettantistico,  all’avventura dell’impronunciabile proprietario thailandese Vichai Srivaddhanaprabha, fino al riscatto di Claudio Ranieri. L’allenatore testaccino si tolse una quantità innumerevole di sassolini dalle scarpe, la maggior parte delle quali probabilmente indirizzate a José Mourinho. Il tecnico portoghese non aveva infatti mai lesinato “complimenti” al collega, preso di mira come bersaglio facile e come archetipo dell’allenatore incapace di vincere. La storia racconta che, dall’exploit di Ranieri con le Foxes, Mourinho non è riuscito più a vincere quasi nulla (Europa League e due coppe nazionali a parte).

E poi, con quella quota smisuratamente alta (anche 5000 contro 1) che fece felici diversi scommettitori un po’ folli, la Premier League 2015/2016 è passata alla storia un po’ come l’anno zero per i bookmakers. Da allora le aziende stanno molto più attente nell’offrire quote troppo elevate per gli underdog.

Quando una sculata è la fine di un calvario

1. Steven Bradbury @ Salt Lake City 2002

Quando si nomina Steven Bradbury tutti pensano immediatamente alla clip della Gialappa’s Band, all’inimmaginabile divenuto una divertentissima realtà. Però l’oro olimpico centrato dall’australiano alle Olimpiadi Invernali di Salt Lake City nel 2002 non è solo la sculata più clamorosa nella storia dello sport. In verità è molto, moltissimo altro. Per capirlo bisogna partire da 8 anni prima, nel 1994.

Sono da poco trascorse le Olimpiadi di Lillehammer, e Bradbury è un atleta poco più che ventenne, che ha appena conquistato un bronzo nello short track, sulla distanza dei 5.000 metri. Durante una gara di coppa del mondo a Montreal, in una caduta la sua gamba incrocia fortuitamente il pattino di Mirko Vuillermin. Il risultato è devastante: la lama taglia il quadricipite di Bradbury da parte a parte. Steven perde 4 litri di sangue e viene suturato con qualcosa come 111 punti.

In tantissimi avrebbero smesso, lui no. Ritorna alle gare e si qualifica ai Giochi di Nagano 1998, pur senza riuscire a lasciare traccia. Due anni dopo un nuovo colpo durissimo: caduta in allenamento, con rottura del collo e di due vertebre. Ancora una volta Steven Bradbury decide che non ne ha abbastanza. Vuole un oro olimpico.

E allora eccoci arrivati a Salt Lake City, nel 2002. Esserci arrivati è già di per sé un miracolo, per lui. Ma lui va oltre, sogna in grande nonostante la realtà dica che difficilmente supererà una batteria. La storia inizia a cambiare ai quarti di finale. Bradbury arriva terzo e viene eliminato, ma uno dei primi due viene squalificato e lui viene ripescato. In Semifinale la storia si ripete, se possibile in maniera più clamorosa. Bradbury è staccato dai primi, ma il coreano Kim Dong-Sung cade e viene imitato dai due che lo seguono. Così Bradbury, non si sa come, si guadagna una incredibile finale.

La finale vede ovviamente Steven partire come estremo outsider. Il favorito è Apolo Anton Ohno, statunitense di origini coreane idolo dei tifosi locali, ma anche noto per non essere un esempio di correttezza. Elemento, questo, che inciderà non poco. Intanto torniamo a Bradbury.

Steven sa benissimo che non ha speranze, anche perché oltre che i 1000 ha provato anche i 500, i 1500 e la staffetta. La tattica per la finale, così, è presto fatta: “Ero il più vecchio di tutta la competizione, devi correre quattro gare in due ore e ti fanno fare solo mezz’ora di pausa. Non era realistico per me fare quattro gare in quel lasso di tempo. Decisi di starmene fuori dal gruppo, aspettando che gli altri facessero degli errori. Speravo di ottenere una medaglia”. Inaspettatamente, la tattica paga.

Ultimo giro. Bradbury è l’unico fuori quadro mentre gli altri 4 sono in lotta sfrenata. Sulla penultima curva Ohno dà una gomitata al rivale Ahn Hyun-Soo, scatenando una incredibile carambola che porta tutti e quattro i primi a cadere e Steven Bradbury a tagliare il traguardo per primo e prendersi l’agognata medaglia d’oro. Dopo litri di sangue persi, centinaia di punti di sutura, ossa rotte e – finalmente – un po’ di culo. Provate voi, a dire che non era meritata.

Tu cosa ne pensi? Lascia il tuo commento