Non è un singolo episodio o una singola vincita che determina la storia del norvegese Jonas Gjelstad, il suo successo non nasce da una notte miracolosa, da una multipla impossibile o da un’intuizione geniale su una finale mondiale. Nasce molto prima. In un appartamento dall’altra parte del mondo, lontano dalla Norvegia, dove un ragazzo poco più che maggiorenne decide di mollare il percorso tradizionale per inseguire qualcosa di diverso.
In questo Articolo:
- 1 Jonas Gjelstad e il poker
- 2 Il primo bankroll: il poker come palestra
- 3 Jonas Gjelstad story: la svolta nelle scommesse
- 4 Il suo metodo value betting: le quote dei book asiatici e di Pinnacle
- 5 La corsa al Milione di dollari di Gjelstad del 2016
- 6 Le limitazioni dei bookmakers e la varianza
- 7 Il vero salto: smettere di essere solo un giocatore, l'imprenditore
- 8 La vera lezione della sua storia
Jonas Gjelstad e il poker
Come molti della sua generazione, Gjelstad entra in gioco quando il Texas Hold’em online è ancora una frontiera aperta. Non è il tavolo verde romantico dei casinò, ma quello freddo, digitale, dove si combatte contro numeri e pattern prima ancora che contro le persone. Si trasferisce in Thailandia insieme ad altri grinder norvegesi e comincia a costruire il suo bankroll partendo dai livelli più bassi: Sit&Go, heads-up, PLO. Siamo nell'epoca d'oro del poker mondiale.
Il poker diventa una sorta di scuola per lui nella quale la matematica orienta le sue scelte.
Non solo perché gli permette di guadagnare, ma lo costringe a pensare in termini probabilistici. Gli insegna che il risultato di una singola sessione non conta nulla e che il vero campo di battaglia è il lungo periodo. È lì che nasce il primo vero capitale di Gjelstad: non quello economico, ma quello mentale e di conoscenze, di approccio al gioco.
Arriva a livelli tali da insegnare per CardRunners (al tempo era una delle scuole affiliate a Full Tilt più famose al mondo) a soli vent’anni. Ottiene risultati live importanti. Fa quello che molti sognano: vivere di poker.
Eppure, a un certo punto, capisce che non è quello il gioco più battibile per lui.
Il primo bankroll: il poker come palestra
Gjelstad nasce in Norvegia ma il suo vero battesimo avviene lontano da casa.
A 18 anni lascia gli studi e si trasferisce in Thailandia per giocare a poker con un gruppo di professionisti norvegesi.
Il mondo del poker non rappresenta solo la fonte del suo primo reddito percepito: è la sua università, dove assimila conoscenze matematiche e di approccio scientifico al gioco.
Parte dai Sit&Go low stakes, poi si specializza nell’heads-up e infine nel PLO, fino a diventare abbastanza competitivo da:
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insegnare per CardRunners a soli 20 anni
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ottenere piazzamenti live importanti, tra cui un terzo posto al Caribbean Poker Tour da 450.000$
Il poker gli consegna due cose fondamentali:
✔ comprensione del rischio
✔ mentalità probabilistica
Ma soprattutto gli insegna una lezione che molti gambler non imparano mai: il bankroll si costruisce con un edge rispetto agli avversari, non con l’adrenalina.
Jonas Gjelstad story: la svolta nelle scommesse
Il passaggio dalle carte alle scommesse non è immediato, né romantico. È analitico. Gjelstad osserva qualcosa che a molti sfugge: mentre il poker diventa sempre più competitivo, lo sport betting retail (quello delle agezie) resta pieno di inefficienze. Nei tavoli di poker high stakes, gli avversari studiano, si adattano, evolvono. Nei mercati delle scommesse, invece, il prezzo spesso non riflette la probabilità reale.
Non perché i bookmaker siano incompetenti, ma perché il loro business non è sempre quello di essere perfetti: è quello di gestire il flusso, di gestire il rischio, di assicurarsi un compenso coprendosi le spalle. E lì si apre uno spazio.
Un edge.
Gjelstad smette progressivamente di vedere lo sport come intrattenimento e inizia a trattarlo come un mercato. Confronta le quote dei bookmaker europei con quelle dei mercati asiatici, notoriamente più efficienti perché accettano puntate anche dai professionisti high roller. Dove trova discrepanze, individua l'edge
Vede un errore di prezzo. E dove c’è errore di prezzo, c’è valore. Sono le value bet.
Il suo metodo value betting: le quote dei book asiatici e di Pinnacle
Il cuore del successo di Gjelstad non è la fortuna. È la value. Il valore quando una quota è palesemente sbagliata e non riflette la probabilità reale che quel evento accade. In quel caso il bookmaker ti paga di più rispetto alle probabilità.
Il suo primo approccio è quasi “artigianale”, un metodo semplice che usano alcuni professionisti e tipster anche in Italia:
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confronta le quote tra bookmaker asiatici (sharp)
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e bookmaker europei (soft)
Quando i soft offrono quote più alte rispetto al mercato efficiente asiatico… nasce la value bet.
E' un criterio, un indicatore che ti indica un vantaggio matematico puro. Per anni le quote di chiusura dei mercati di Pinnacle sono state ritenute l'incontro perfetto tra domanda e offerta, quindi capaci di esprimere la quota perfetta che rispecchia fedelmente le probabilità reali.
Se una quota di Bet365, per fare un esempio, è superiore a quella di Pinnacle, è un indizio importante che - probabilmente - c'è molto valore in quella quota.
Gjelstad sfruttava sistematicamente queste discrepanze per generare profitto.
È lo stesso principio che oggi sta alla base:
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del betting professionale
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del trading sportivo
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delle piattaforme di odds comparison avanzate
La corsa al Milione di dollari di Gjelstad del 2016
Non c’è un singolo evento che definisce la sua ascesa, c’è una sequenza ripetuta di decisioni corrette su scommesse singole.
Partendo da un bankroll relativamente contenuto, intorno ai 10.000 dollari, Gjelstad costruisce un’operatività fondata su volume, disciplina e value betting sistematico. Non cerca il colpo che cambia la vita: cerca centinaia di piccoli vantaggi matematici, rispettando con responsabilità sempre il rischio.
Nel 2016 racconta di aver generato circa un milione di dollari in un solo anno attraverso questo approccio. Non perché abbia previsto risultati impossibili. Ma perché ha puntato solo quando il prezzo era sbagliato.
È la differenza tra il gambler e il trader: il primo vuole indovinare l’esito a sensazioni, il secondo vuole comprare valore e vuole individuarlo attraverso metodi oggettivi che gli indica il mercato.
Le limitazioni dei bookmakers e la varianza
Come accade a tutti gli scommettitori vincenti e di successo, arriva inevitabile la fase dei limiti. I bookmaker retail non sono progettati per ospitare chi batte sistematicamente il mercato, lo stesso si può dire per le piattaforme di scommesse online che ci mettono ancora meno a individuare l'account, limitarlo etc. Non è giusto ma fa parte del mercato e i gamblers vincenti mettono in conto anche questi svantaggi della loro professione.
Gli account dei bookmakers online vengono limitati (limite sulle puntate) o bannati. Molti si fermano qui.
Fare lo scommettitore professionista è un mestiere difficile e molto stressante, non solo perché i bookmakers ti fanno la guerra.

Gjelstad non si arrende ma adatta il suo modello di "business": si sposta verso mercati asiatici e betting exchange con liquidità più profonda.
Comprende anche un’altra lezione fondamentale: la volatilità può distruggere anche un sistema vincente. Per questa ragione la gestione del bankroll e delle finanze è vitale per il suo lavoro.
Arriva a subire swing importanti, anche perdite a cinque cifre. È in questa fase che passa da massimizzare la crescita a proteggere il capitale. Diventa meno aggressivo nella gestione del bankroll e più solido. L'approccio è del vero professionista.
Il vero salto: smettere di essere solo un giocatore, l'imprenditore
Il punto di svolta economico nelle scommesse non è solo vincere ma avere la capacità di scalare. Gjelstad capisce che il vero limite del betting non è solo garantirsi un edge sul banco, ma la capacità di replicare il modello. E decide di trasformare il suo metodo in uno strumento.
Nasce così il progetto che porterà a Edgebet e poi a Trademate Sports: software progettati per individuare value bets in modo sistematico e per vendere i segnali al pubblico giusto.
Non promette miracoli ai suoi clienti ma costruisce un’infrastruttura.
Il passaggio nella sua esistenza è cruciale: da individuo che sfrutta inefficienze a imprenditore che le mappa.
Nel frattempo diversifica: investimenti immobiliari, aziende, crypto, staking di altri player. Non è più solo un bettor.
È un operatore dell'edge, il vantaggio sul banco, un nemico dichiarato dei bookmakers.
La vera lezione della sua storia
Oggi Gjelstad vive a Londra e la sua figura è spesso raccontata come quella di un outsider che ha battuto il sistema. In realtà, è stato bravo a sfruttarne una falla, ha capito come funzionava il prezzo (le quote) in un mercato specifico.
Ha smesso di inseguire risultati e ha iniziato a cercare errori.
Se il poker gli ha insegnato a giocare contro gli avversari, il betting gli ha insegnato a giocare contro la struttura.
E la sua storia non è quella di una vincita particolarmente fortunata ma nell'aver trasformato un edge sul mercato in un modello, con strumenti anche tecnologici.
Il poker gli ha insegnato concetti fondamentali:
- EV (valore atteso)
- concetto di lungo periodo
- gestione del rischio finanziario
La sua abilità è stato applicare questi tre principi-concetti nel mondo delle scommesse.
La sua regola numero uno però rimane: non si guadagna prevedendo eventi, ma trovando errori di prezzo.
Non devi prevedere l'andamento di una partita o di un evento sportivo, quello lo fanno i veggenti, tu devi capire quando c'è un errore nei prezzi, devi cercare le discrepanze che ci sono tra i mercati (in particolare il mercato asiatico/Pinnacle e i bookmakers commerciali).
Il lungo periodo poi fa la differenza: non sono poche decisioni corrette ma migliaia di decisioni giuste con piccoli vantaggi ripetuti e una disciplina ferrea e assoluta. E se i bookmakers ti limitano, è la certificazione che sta facendo le cose giuste.
I professionisti evolvono.
Gjelstad ha trasformato i limiti in:
- passaggio a mercati più efficienti
- miglioramento della gestione del rischio
- evoluzione del modello operativo
Il limite non è una sconfitta. È la prova che l’edge esiste.
Il poker e il betting non sono giochi di intuito. Sono giochi di struttura. Chi cerca il colpo della vita resta un gambler. Chi costruisce un vantaggio diventa un professionista. Gjelstad appartiene alla seconda categoria.
Perché giocare in modo responsabile, l'insegnamento
La storia di Jonas Gjelstad potrebbe sembrare quasi il simbolo di un gioco al limite, invece è esattamente il contrario. Il suo metodo è estremamente esposto alla varianza, con continui alti e bassi, solo nel lungo periodo è possibile raccoglierne i frutti. Proprio per questa ragione, bisogna avere una gestione responsabile e rigorosa delle proprie finanze, frazionare il proprio budget per le scommesse e puntare solo una minima porzione per operazione (circa l'1% o il 2%). Solo giocando in modo responsabile è possibile provare a ottenere dei risultati e non esporsi a rischi che vanno ben oltre le scommesse.