Atlantic City, dicembre 1990. Il Trump Plaza non era nuovo ai grandi giocatori, ma quella settimana l’atmosfera era elettrizzata. Non era la solita presenza di un high roller, uno di quei clienti che arrivano, giocano forte e spariscono altrettanto rapidamente. L’arrivo di Akio Kashiwagi trasformò la sala in qualcosa di diverso: non più un casinò ma un'arena.
Kashiwagi non era un gambler nel senso tradizionale del termine. Era un magnate immobiliare giapponese con una reputazione già consolidata nei casinò internazionali, soprattutto per la sua ossessione per il baccarat. In quel mondo veniva definito una “balena”: uno di quei giocatori capaci di spostare milioni con la stessa naturalezza con cui altri scelgono una puntata da pochi dollari. Forse però non era una balena, nel 1990 era la balena.
Ricordiamo che a fine anni '80 e primi anni '90 il Giappone viveva un boom economico senza precedenti e con politiche nella finanza anche molto aggressive. Gli uomini d'affari giapponesi erano visti al tempo come i cinesi oggi.

Donald Trump aveva intuito perfettamente il valore simbolico della sua presenza. Non si trattava solo di alcune sessioni di un cliente Vip, ma un evento mediatico e mondano, in questo gli americani - fin dagli anni '80 - erano e sono dei maestri.
Gli venne riservato un tavolo dedicato, una suite di lusso e un trattamento che trasformò la sua sessione di gioco in uno spettacolo osservato da curiosi, giornalisti e addetti ai lavori.
Ma prima di parlare della partita, bisogna riavvolgere il nasto e comprendere come Trump sia riuscito ad attirarlo nella sua rete.
In questo Articolo:
- 1 Trump vola a Tokio per incontrarlo
- 2 La sua storia
- 3 Quando Trump era il re di Atlantic City
- 4 La partita del secolo
- 5 Quando Hollywood si ispirò alla storia: la sequenza in Casinò
- 6 La storia drammatica di Kashiwagi
- 7 Il Taj Mahal: il casinò quasi fallito dopo un solo anno
- 8 Che insegnamento ha dato la partita High Stakes di Kashiwagi
Trump vola a Tokio per incontrarlo
Il 1990 non è ancora finito, ma il mondo ha già cambiato pelle. Il Giappone è nel pieno della sua bolla economica e Akio Kashiwagi è una delle creature più enigmatiche di quell’epoca: un uomo che non compare, non parla, non si concede. Ma gioca.
E gioca al baccarat come altri respirano. Non per passatempo, non per capriccio, ma come se fosse un mestiere antico, quasi artigianale. Sessioni che possono durare ottanta ore, con puntate che in un attimo bruciano o generano fortune.
Nel febbraio di quell’anno, Donald Trump atterra a Tokyo per promuovere l’incontro tra Mike Tyson e Buster Douglas, il match che pochi mesi dopo cambierà la storia del pugilato. In una festa affollata di uomini di denaro e di potere, Trump nota una presenza silenziosa, appartata.
Un uomo che non cerca attenzione. Trump si avvicina, propone una foto. L’uomo lo guarda e risponde con la fermezza di chi non ha bisogno di nulla:
“No photo.” Quell’uomo è Akio Kashiwagi.
E Trump capisce subito che dietro quel rifiuto c’è qualcosa di più prezioso di qualsiasi pubblicità.
All’epoca, i casinò del tycoon non navigavano in acque tranquille. Serviva liquidità, serviva movimento, serviva una balena. E Kashiwagi sembrava incarnare esattamente ciò di cui Atlantic City aveva bisogno.
La sua storia
Kashiwagi non viene da una dinastia aristocratica, ma da una carpenteria. Figlio di un falegname, ha costruito una fortuna immobiliare che nei primi anni ’90 genera circa 100 milioni di dollari l’anno.
Il suo patrimonio supera il miliardo — cifra che oggi colpisce meno, ma allora apparteneva a una ristretta aristocrazia globale.
Quando viaggia, porta con sé uno chef personale che prepara il suo piatto preferito: scimmia marinata. Un dettaglio che dice molto di un uomo che non si adatta al mondo, ma pretende che il mondo si adatti a lui.
Chi conosce Kashiwagi avverte Trump: “Ha quasi fatto saltare il Diamond Beach Casino. Ha vinto venti milioni.”
Trump ascolta, ma preferisce ricordare un altro episodio: i sei milioni che lo stesso Kashiwagi aveva perso al Mirage di Steve Wynn.
Non vede il pericolo. Vede l’opportunità.
Così gli prepara un attico al Trump Plaza. Kashiwagi accetta l’invito, ma resta invisibile per due giorni, chiuso nelle sue stanze.
Come se stesse prendendo le misure. Al terzo giorno, scende. E da quel momento se ne vedono delle belle.
Più che una partita è stata una guerra
Nonostante il desiderio di anonimato, Kashiwagi non può passare inosservato. È accompagnato da una guardia del corpo e si muove con la calma di chi sa che il tempo è un alleato (si, ma del casinò...).
Davanti a sé ha una montagna di fiches.
E comincia. Non gioca come un turista del rischio. Non gioca per emozione. Gioca con la disciplina di un professionista che considera il denaro uno strumento e non un fine.
Trump osserva. E capisce di avere davanti non solo un cliente, ma un uomo capace di vincere — o perdere — decine di milioni in poche ore.
Un gambler, nel senso più puro del termine. Anni dopo, Trump ricorderà:
“Stavo seduto lì a guardare uno dei migliori gambler al mondo giocare contro di me per 250 mila dollari a mano, diciassette volte all’ora.”
Un ritmo che non appartiene al gioco, ma alla guerra. E in quel momento, ad Atlantic City, la linea tra intrattenimento e battaglia finanziaria era ormai scomparsa.
Quando Trump era il re di Atlantic City
Cerchiamo di far capire il contesto: negli anni ’90 i casinò di Donald Trump ad Atlantic City rappresentavano molto più di semplici sale da gioco: erano il simbolo di un modello economico fondato sull’attrazione delle cosiddette “balene”, i grandi giocatori internazionali capaci di muovere milioni in poche ore. Il Trump Plaza, insieme al Taj Mahal e al Trump Castle, operava con una strategia precisa: spettacolarizzare l'action e l' high roller in un vero protagonista per favorire lo story telling.
L’obiettivo non era soltanto incassare soldi, ma competere con Las Vegas sul terreno del lusso e dell’esclusività, offrendo limiti altissimi e un trattamento quasi regale ai clienti più facoltosi.
In quel contesto, figure come Akio Kashiwagi non erano viste solo come un rischio, ma come un investimento pubblicitario: ogni sessione multimilionaria generava attenzione mediatica, rafforzando l’immagine del casinò come palcoscenico globale tra le balene e i magnati della finanza.
Tuttavia, dietro la facciata di opulenza, il modello era fragile. L’elevata esposizione ai grandi giocatori e i costi enormi di gestione contribuirono a creare una struttura finanziaria pesante, che negli anni successivi avrebbe mostrato tutte le sue vulnerabilità. Atlantic City in quel periodo visse così una stagione di espansione spettacolare ma instabile, dove il confine tra intrattenimento e finanza era sempre più sottile. Non a caso Trump è arrivato vicino alla bancarotta per quegli investimenti.
La partita del secolo
Quando Kashiwagi si sedette al tavolo, il livello delle puntate chiarì immediatamente che non si trattava di una visita di cortesia. Si arrivò rapidamente a puntate fino a 250.000 dollari per mano. Il ritmo non era frenetico, ma costante. Giocava con calma, senza alcun segno di eccitazione o tensione, spesso sorseggiando tè verde mentre il gioco procedeva.
La sessione si trasformò presto in una maratona.
I dealer si alternavano, mentre lui continuava a giocare per ore e poi per giorni. Il pubblico aumentava, attratto più dalla disciplina del giocatore che dalle cifre in gioco, il gambler giapponese era una sfinge al tavolo. Né esultanze, né gesti di frustrazione. Kashiwagi manteneva la stessa espressione, sia quando stava vincendo milioni sia quando l’equilibrio del tavolo iniziò lentamente a cambiare.
Kashiwagi vince (nella prima partita) $4 milioni
Il primo contatto con la realtà per Trump non è stato molto felice, soprattutto quando realizzò di aver bruciato 4 milioni di dollari. Kashiwagi gioca a baccarat, cioè il gioco che concede alla casa il minor edge tra tutti quelli presenti al casino: poco più dell’1%.
Dopo due giorni, il giapponese si alzò e salutò tutti, portandosi a Tokyo 6 milioni di dollari. Trump era stato battuto, ma non sconfitto.
Il futuro presidente consultò il matematico Jess Marcum, che suggertì a Donald l’unico modo per recuperare le perdite: convincere Kashiwagi a continuare a giocare, perché nel lungo periodo il vantaggio della casa si farà inevitabilmente sentire.
Donald accettò il consiglio e il rischio e riportò Akio Kashiwagi ad Atlantic City. Il piano di Marcum era questo: Trump doveva convincere Kashiwagi a accettare di portarsi dietro 12 milioni di dollari e giocare fino a quando non li avesse persi tutti, o non ne avesse vinti il doppio. Era un accordo non formale, Trump doveva fidarsi della parola del giapponese.
Trump: dall'incubo alla vittoria
La balena abboccò e accettò tutti i termini imposti dallo squalo di New York. Trump fu felice, ma il suo umore cambiò presto quando Kashiwagi cominciò vincendo altri 9 milioni di dollari: altri 3, e per Donald sarebbe stata notte fonda. Fine dei giochi. Adios business.
Il magnate voleva fermare la partita, ma Marcum lo convince a non deviare dal piano. La partita proseguì per altri cinque giorni e più passava il tempo e più Kashiwagi cominciava a perdere colpi. Dopo sei giorni di gioco al Trump Plaza, Kashiwagi era sotto di 10 milioni.
Qui Donald decise di fermare la partita (anche se tecnicamente per l'accordo mancavano ancora 2 milioni): il fatto di aver recuperato le perdite e, anzi, essere sopra di 4 milioni gli bastava. Kashiwagi accettò, anche se più avanti si lamenterà pubblicamente di come la sfida si sia interrotta prima del dovuto.
Quando Hollywood si ispirò alla storia: la sequenza in Casinò
La maratona di Akio Kashiwagi al Trump Plaza entrò talmente nell’immaginario del settore e del grande pubblico da ispirare una delle sequenze più celebri del film Casino di Martin Scorsese.
Nel film compare il personaggio di K.K. Ichikawa, un high roller giapponese che arriva a Las Vegas per giocare baccarat a limiti altissimi, attirando l’attenzione del casinò e dei media. Come Kashiwagi, anche Ichikawa viene trattato come un evento più che come un cliente: suite dedicata, tavolo riservato, attenzione costante dello staff.
La dinamica è simile:
- puntate enormi
- sessioni prolungate
- il casinò che non cerca di batterlo subito, ma cerca di lasciarlo giocare
Nel film, come nella realtà, la strategia della casa non è fermare il giocatore, ma farlo restare abbastanza a lungo perché il margine matematico faccia il suo lavoro.
Scorsese trasformò quella logica in narrazione cinematografica. La storia di Kashiwagi ne fu la versione reale.
E il messaggio resta lo stesso: nei grandi giochi, il banco non combatte il giocatore… combatte e gestisce il tempo insieme a lui.
La storia drammatica di Kashiwagi
Perse una fortuna ma lo fece senza reazioni appariscenti, con la stessa compostezza che aveva caratterizzato ogni momento della sessione. Per chi osservava, fu la dimostrazione di quanto, nel gioco ad altissimo livello, il fattore determinante non sia la singola mano ma la durata dell’esposizione al rischio.
Non era la prima volta che il magnate giapponese affrontava il banco con cifre simili. In precedenza aveva ottenuto vincite multimilionarie, consolidando la sua fama tra gli high rollers internazionali. Ma quella settimana al Trump Plaza rimase nella memoria del settore come uno degli esempi più emblematici di come il tempo possa incidere sul risultato finale di una sessione high stakes di quel livello.
Due anni dopo, Kashiwagi morì in circostanze violente in Giappone (colpito da circa 100 coltellate), in un caso che non fu mai completamente chiarito. Addirittura c'è chi sostenne che fu la mafia nipponica ma non fu mai provato alcun legame. Lui aveva lasciato parecchi debiti in altri casinò americani.
Ironia della sorte, nel 1992, anno della sua morte, i casinò di Trump dichiararono bancarotta.
La sua figura rimase avvolta da un’aura di mistero, ma la maratona che firmò al Trump Plaza al baccarat continuò a essere citata come una delle sessioni più significative della storia del gioco d'azzardo.
Non tanto per l’entità delle cifre in gioco, quanto per ciò che rappresentò: la dimostrazione che, anche ai livelli più alti, il risultato non dipende solo dal coraggio o dalla disciplina, ma da una strategia di lungo termine della casa che deve avere le coperture finanziarie adeguate.
Il Taj Mahal: il casinò quasi fallito dopo un solo anno
Ma il gioiello di Trump non fu solo il teatro della sfida con il magnate giapponese, il Trump Plaza. Il futuro presidente degli Stati Uniti amava un'altra sua creatura.
Quando il Trump Taj Mahal aprì nell’aprile del 1990, venne presentato come “l’ottava meraviglia del mondo”. Non era solo uno slogan: con un costo vicino al miliardo di dollari, era il casinò più grande e lussuoso mai costruito ad Atlantic City. L’idea di Trump era chiara: creare una destinazione capace di competere con Las Vegas sul terreno dell’opulenza, attirando non solo il turismo di massa ma soprattutto i grandi giocatori internazionali.
Sappiamo bene che le fortune di Atlantic City, nei primi anni '90 erano determinate dai giocatori newyorkesi. Trump voleva andare altre.
Il Taj Mahal nasceva soprattutto per le balene.
Limiti altissimi, suite faraoniche, servizio personalizzato: tutto era progettato per rendere il casinò un magnete per high rollers provenienti da Asia e Medio Oriente, disposti a muovere cifre che trasformavano il gioco in una questione quasi finanziaria. In questo senso, il Taj rappresentava la versione più estrema del modello Atlantic City anni ’90: meno slot e più tavoli VIP, meno volume e più concentrazione di rischio, un pò come è oggi Macao.
Ma quella grandezza aveva un prezzo.
Il progetto era stato finanziato in larga parte tramite debito ad alto rendimento, i cosiddetti “junk bond”, che richiedevano flussi di cassa enormi per essere sostenuti. In pratica, il casinò doveva funzionare sempre al massimo per restare in equilibrio. Bastavano poche stagioni negative o qualche sessione sfavorevole con grandi clienti per mettere sotto pressione la struttura finanziaria.
Non a caso, già nel 1991, a poco più di un anno dall’apertura, il Taj Mahal entrò in bancarotta.
Il paradosso era evidente: il casinò più spettacolare di Atlantic City era anche il più vulnerabile. La strategia di puntare sugli high rollers, che sul piano dell’immagine sembrava vincente, esponeva il business a una volatilità enorme. Una singola sessione multimilionaria poteva fare la differenza tra profitto e perdita.
In quel contesto, figure come Akio Kashiwagi non erano semplici clienti, ma variabili sistemiche. Il loro passaggio poteva influenzare non solo i conti di una settimana, ma la percezione stessa della solidità di un’intera operazione.
Il Taj Mahal rimase per anni il simbolo di quell’epoca: una combinazione di spettacolo, ambizione e leva finanziaria, dove il glamour del gioco ad altissimi limiti conviveva con una fragilità strutturale destinata a emergere nel tempo.
Che insegnamento ha dato la partita High Stakes di Kashiwagi
Le sessioni come quella di Akio Kashiwagi non sono solo storie di cifre fuori scala. Sono, prima di tutto, lezioni su come funziona il rischio quando viene portato all’estremo.
1. Il tempo è la variabile più importante per il casinò: nei limiti bassi si parla di fortuna. Ai tavoli high stakes la durata della partita è decisiva per le sorti della sala. Più a lungo i giocatori restano esposti a un gioco con margine negativo, più il risultato tende a convergere verso la matematica del banco.
2. La disciplina non elimina il vantaggio del casinò: Kashiwagi non giocava in modo impulsivo. Era metodico, calmo, quasi ascetico. Eppure questo non bastò a cambiare l’esito finale. La gestione emotiva può ridurre gli errori, ma non modifica le probabilità strutturali.
3. La singola sessione non conta: nel breve periodo si può vincere anche molto, per questo per alcuni giocatori, quando vincono c'è il detto: "prendi i soldi e scappa". Nel lungo periodo, la ripetizione delle mani rende inevitabile l’emergere dell’house edge, il vantaggio del banco che nel baccarat è minimo (circa l'1%). Un high roller può vincere milioni in una notte… e restituirli magari in una settimana di gioco.
La strategia del Trump Plaza di lungo termine
Quella partita fu un grande insegnamento (o una conferma) per i casinò americani sulla strategia da seguire contro le balene.
All’inizio, come abbiamo visto la sessione sembrò dargli ragione al gambler giapponese. Le vincite si accumularono e il vantaggio raggiunse livelli significativi, alimentando l’impressione che un approccio sistematico e disciplinato potesse avere la meglio sul banco. Ma il baccarat è un gioco in cui il margine del casinò è piccolo (circa l'1%) e costante, e tende a emergere con il tempo.
All'inizio Donald dovette incassare delle bruttissime sessioni perdenti per milioni, ma il lungo termine è stato un suo prezioso alleato anche se - come abbiamo visto - per prolungare la partita ha dovuto convincere il gambler nipponico.
Il Trump Plaza non cercò di contrastarlo con strategie aggressive o cambi di tavolo. La scelta fu più semplice: lasciarlo giocare. Più mani venivano distribuite, più aumentava la probabilità che il vantaggio statistico del banco si manifestasse.
Fu esattamente ciò che accadde.
Non ci fu una mano decisiva o un momento drammatico. La sessione non si concluse con un colpo di scena, ma con un lento ritorno verso l’equilibrio matematico del gioco. Dopo giorni di attività quasi ininterrotta, il saldo complessivo si ribaltò.
Kashiwagi lasciò Atlantic City con circa 10 milioni di dollari di perdita.
Giocate in modo responsabile
La lezione più importante da questa storia è una e solo una: il casinò ha un vantaggio matematico, quindi sapete già come andrà a finre nel lungo periodo. Proprio per questa ragione il divertimento è l'unico vero impulso che dovete ascoltare ma lo dovete fare con la massima responsabilità nella gestione delle vostre finanze. Ci si può divertire anche con pochi euro (che vi potete permettere magari), non con cifre che possono condizionare la vostra quotidianità. Se avete dei problemi nel gestirvi, meglio chiedere assistenza e supporto ad associazioni. Esiste inoltre online l'auto-esclusione che è un mezzo molto efficace per stare lontano dai guai se non riuscite a gestire i vostri impulsi.
Si ringrazia per la foto in copertina The New Yorker