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Nel 2016, un comune mortale può ancora fare business nel gaming? Ci riuscirà Galfond con la sua room?

Nei primi anni 2000 bastava un investimento da qualche centinaia di migliaia di dollari per coltivare il sogno di costruire un piccolo impero nel gaming e lanciare il proprio casinò  o poker room online. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti, a partire da un ingegnere dell’IBM israeliano con passaporto canadese, Isai Sheinberg, fondatore di PokerStars. Per non parlare di Ruth Parasol, fondatrice di PartyGaming e diventata nel giro di pochi anni milionaria.

Il betting britannico poi ci offre storie incredibili, con imprenditori partiti con un solo betting shop e diventati proprietari del sito online di scommesse più famoso del mondo (Peter Coates proprietario di Bet365 e della squadra di Premier League Stoke City). Per non parlare di Michael Tabor, partito come semplice bettor nell’ippica, ha costruito una fortuna.

Galfond e il suo sogno

E’ arrivato il momento anche per  Phil Galfond, provare il grande salto. Certo, nel 2016 voler lanciare un sito monotematico solo dedicato al poker, da una parte può essere un rischio, dall’altro però anche una strada alternativa per differenziare la propria offerta. In effetti ha senso cucire un vestito su misura solo per gli appassionati del giochino, senza altre logiche destinate a valorizzare offerte orientate al gambling. Il reale problema per lui sarà confrontarsi con mercati extra Stati Uniti: siamo sicuri che Phil conosca bene le dinamiche europee. Il movimento degli States si muove su logiche ben differenti rispetto ai field asiatici e del Vecchio continente.

Scetticismo

Senza il mercato americano sembra un’impresa titanica. A seguito del Black Friday, le principali poker rooms hanno dovuto rivedere le proprie politiche ed aprirsi o puntare su altri giochi (casinò, Fantasy, scommesse). Il poker online dal 2011 è in una fase di declino ma rimane uno strumento potentissimo per acquisire nuovi clienti o favorire il cross over verso altre offerte, in attesa che negli States possa arrivare la svolta.
Galfond potrebbe ritagliarsi comunque un suo piccolo spazio dedicato solo ai pokeristi, una bella nicchia, ma non sarà facile.

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Phil è già un imprenditore di successo…

C’è da dire a favore del nuovo progetto di Galfond una cosa: il player high stakes ha già dimostrato di essere un ottimo imprenditore, gestendo nel migliore dei modi uno dei siti di coaching più prestigiosi al mondo: RunItOnce.

Chi meglio di lui conosce il mercato dalle basi? Di sicuro parte con un discreto zoccolo duro (i suoi coachati), il problema sarà avere il budget per farsi conoscere dal resto del mondo (giocatori occasionali). Dipenderà molto anche dai finanziatori che avrà alle spalle.

Le multinazionali e i fondi di Wall Street offrono maggiori garanzie di solidità

Oramai il settore non è più come nei primi anni 2000, si è trasformato in un’industria che stampa soldi a valanga, i principali siti hanno come investitori potenti fondi ed azionisti di Wall Street  che possono garantire investimenti infiniti nel marketing. Un trend che da una parte riduce la concorrenza, dall’altra però offre maggiori garanzie e regole per i giocatori (e non è poco).

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L’esperienza di Full Tilt insegna ed è maestra. Le prime rooms e network online (PokerStars, 888Poker, PartyPoker, iPoker etc.) sono oramai multinazionali che offrono garanzie importanti. La maggior parte sono società quotate con bilanci che possono essere consultati da tutti. Più trasparenza di così…

Doyle Brunson ha provato a lanciare la sua poker room

I precedenti pericolosi

Spesso i giocatori di poker che si sono improvvisati imprenditori non hanno offerto tali garanzie di solidità e serietà. Certo non è giusto fare di tutta un’erba un fascio (ci sono anche molti esempi positivi) però non si può cancellare alcune brutte esperienze: pensiamo a Lederer, Ferguson, Bitar e gli altri soci di minoranza (Ivey, Harmann etc etc) che hanno creato la seconda room mondiale (Full Tilt) ma che è stata spazzata via in pochi anni da una gestione finanziaria senza senso e dal Dipartimento di Giustizia statunitense.

Ci ha provato anche Doyle Brunson (DoylesRoom) che però, dopo aver goduto degli anni d’oro del poker americano, ha dovuto vendere pochi mesi dopo il Black Friday, con il timore di essere perseguito dai procuratori federali e dall’FBI. Ma gli esempi si sprecano.

Nella prossima puntata parleremo invece dei poker pro che hanno fatto fortuna lanciando propri siti online!

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Giornalista e consulente nel settore dei giochi da più di due decenni, dal 2010 lavora per Assopoker, la sua seconda famiglia. Ama il texas hold'em e il trading sportivo. Ha "sprecato" gli ultimi 20 anni della sua vita nello studio dei sistemi regolatori e fiscali delle scommesse e del gioco online/live in tutto il Mondo. Editor in Chief.