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Clamoroso: PokerStars e il DoJ trattano il ritorno negli USA

Vi avevamo rivelato che Isai Scheinberg, fondatore di PokerStars, per affrontare le incriminazioni nei suoi riguardi da parte delle autorità giudiziarie statunitensi, aveva incaricato per la sua difesa un pezzo grosso: Michael Mukasey, ex numero uno del Dipartimento di Giustizia Generale e, in passato, giudice federale nel distretto di New York.

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Leggendo il suo curriculum, possiamo sostenere con ragionevole certezza che Mukasey goda di una certa influenza e credibilità negli ambienti giudiziari della Grande Mela e non solo.

Sarà un caso ma proprio il DoJ statunitense (secondo una fonte riservata di CalvinAyre) starebbe per adottare una nuova procedura speciale (favorevole agli imputati) riguardo alle incriminazioni concernenti il gioco d’azzardo. A condizione che gli incriminati stessi non siano cittadini statunitensi (Scheinberg non lo è) e l’azienda non abbia una struttura permanente negli USA (PokerStars ha programmato l’apertura di una nuova sede ma solo una volta risolti i problemi legali). 

In forza di questa nuova previsione stabilita dal DoJ, Scheinberg potrebbe far archiviare – con relativa facilità – le accuse mosse nei suoi confronti (a seguito del Black Friday) pagando una corposa multa ma evitando qualsiasi pena detentiva (come è successo al boss di Full Tilt, Ray Bitar) nel caso si presenti davanti ai giudici di New Jork o semplicemente varchi i confini degli Stati Uniti.

E’ evidente che vi sia una trattativa aperta. D’altronde la posta in gioco è altissima per Rational Group: “The Division of Gaming Enforcement” del New Jersey ha negato la licenza a PokerStars, proprio per i noti problemi negli States del suo azionista di riferimento. Chiarita la sua posizione, per Stars la strada sarebbe – in teoria – spianata. D’altronde, già nel 2012, quando alla room venne contestata una multa plurimiliardaria e tutto sembrava volgere in una direzione negativa, si trovò l’accordo con il pagamento di oltre 880 milioni di dollari e l’acquisizione di Full Tilt Poker. I margini per una risoluzione “amichevole” ci sono tutti.

Il problema riguarda sempre le potenti lobbies che si stanno contendendo il mercato e non vogliono la presenza ingombrante della prima room mondiale che rischierebbe di scardinare il duopolio PartyPoker/Borgata e WSOP/Caesars in New Jersey, frutto non solo di investimenti marketing ingenti ma anche di lotte politiche cruente a Washington e non solo.

I giochi sono oramai è alla luce del sole: i più influenti investitori di Wall Street (George Soros ha finanziato la campagna presidenziale di Obama) stanno cercando di spartirsi il mercato per risollevare le multinazionali del gioco americane (nelle quali hanno investito molti capitali) sommerse dai debiti.

Dal loro punto di vista (condiviso anche dai vertici di Bwin-Party), l’ingresso di PokerStars metterebbe in serio pericolo il business dell’online delle major statunitensi. C’è da dire però che il potentissimo Scheinberg potrebbe essere anche un alleato prezioso nella lotta contro Adelson e il partito contrario alla regolamentazione federale.  

A Rational Group, il ritorno negli States rischia di costare parecchio, tra la transazione con il DoJ del 2012 (con l’acquisto quasi ‘forzato’ di Full Tilt), l’investimento a fondo perduto nell’Atlantic Club (casinò che ha chiuso i battenti) e i milioni destinati a risollevare il Resorts Atlantic City, la cui licenza sarà strategia in caso in cui dovesse decadere il ban di due anni nel New Jersey. Ma sull’Isola di Man sono consapevoli che nei nuovi mercati americani si sta giocando il futuro assetto del poker online mondiale.

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