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Phil Ivey vs Crockfords, adesso è finita: il pokerista dice addio a £7,7 milioni

La Corte Suprema non ha lasciato scampo a Phil Ivey: mercoledì, i giudici hanno messo la parola fine alla controversia con il Crockfords Club di Mayfair, Londra. Il pokerista americano deve così rinunciare ai 7,7 milioni di sterline che aveva vinto giocando a Punto Banco nel 2012.

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26/10/2017 09:18

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Phil Ivey alza bandiera bianca. O meglio, è costretto a farlo. Dopo aver perso l’appello a fine 2016, il professional poker player americano si vede negare anche dalla Corte Suprema la richiesta di poter mettere le mani su quei 7,7 milioni di sterline che nel 2012 aveva vinto al Crockfords Club.

Come probabilmente ricorderete, ormai cinque anni fa ‘No Home Jerome’ si rese protagonista di un rush pazzesco al Punto Banco, vincendo poco meno di 8 milioni grazie all’edge sorting, una tecnica che permette di sfruttare a proprio vantaggio difetti di fabbricazione nei mazzi di carte.

 

Phil Ivey

 

Il verdetto di mercoledì

Cinque giudici della Corte Suprema, mercoledì 25 ottobre, hanno scritto la parola fine su questa lunga controversia legale, stabilendo in buona sostanza che l’edge sorting può essere accomunato al cheating, tolta però la componente della disonestà.

Nella sentenza viene spiegato come Ivey abbia acquisito un vantaggio nei confronti del casinò londinese non solo guardando semplicemente le carte, ma “intraprendendo delle azioni per ‘aggiustare lo shoe’ (il contenitore delle carte, ndr), incluso persuadere il croupier per ruotare le carte”.

In buona sostanza, secondo la Corte Suprema Phil Ivey non si è macchiato di cheating accedendo direttamente alle carte (come normalmente succede in questo genere di accuse), ma avrebbe comunque “ottenuto lo stesso risultato convincendo il croupier: anche quello è cheating”.

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Il lungo viaggio di Phil Ivey

La sentenza, destinata ovviamente a fare scuola, chiude un cerchio che si era aperto cinque anni fa, quando Phil Ivey non si rassegnò al fatto che il Crockfords Club gli avesse negato le vincite, restituendogli solo lo stake da 1 milione di sterline con il quale aveva sbancato il Punto Banco.

In questi cinque anni, va detto, Ivey non ha mai praticamente gioito: prima la Alta Corte nel 2014, poi la Corte d’Appello nel 2016 e infine la Corte Suprema hanno sempre dato torto al pokerista e ragione al casinò.

Un vero smacco per Phil Ivey, che alla questione economica ne ha sempre fatto anche una questione di onore e integrità. L’americano, infatti, ha sempre specificato di volere fermamente che il proprio nome non venisse collegato ad accuse di cheating di qualsivoglia specie.

Una fine scritta?

Il buon Ivey ci ha provato fino in fondo, ma probabilmente sia lui sia i suoi legali sapevano già come sarebbe andata a finire. Cioè male per lui e bene per il casinò.

Nel 2014, infatti, la Corte d’Appello stabilì chiaramente come il Gambling Act del 2005, la legge sul gioco d’azzardo in vigore nel Regno Unito, parlasse della possibilità che qualcuno si macchiasse di cheating pur “senza disonestà o senza l’intenzione di ingannare, ma semplicemente in base alle circostanze”.

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