Una serata fortunata ai tavoli del Casinò di Venezia si trasforma - nel giro di pochi minuti - in un incubo vissuto nel parcheggio di Ca' Noghera: un imprenditore cinese, un giocatore high roller frequentatore della sala veneta, dopo una vincita a cinque cifre, viene accerchiato da una banda di uomini di origine asiatica che pretende una quota del premio. Dietro l'agguato, secondo gli inquirenti, ci sarebbe uno dei nomi più pesanti della criminalità cinese di Prato. Il caso arriva ora a processo, a tre anni dall'accaduto.
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La vincita e il tentato agguato
La fortuna, a volte, presenta il conto prima ancora di passare dalla cassa. È quello che è successo a un giocatore di Ca' Noghera, protagonista di una vicenda che il Gazzettino ha ricostruito e che a febbraio approderà davanti ai giudici di Venezia.
La serata era di quelle che ogni frequentatore di casinò sogna: una vincita importante, nell'ordine delle decine di migliaia di euro. Poi l'invito - da parte di un uomo presente in sala - a uscire un momento. Una sigaretta, due passi — che il giocatore accetta senza sospettare nulla. Nel parcheggio, l'uomo si ritrova circondato da un gruppo che gli chiede di versare una "percentuale" sul premio appena conquistato.
La telefonata e il SUV nero
Il giocatore rifiuta, si tratta di un imprenditore di origine cinese anche lui. Non cede di un centesimo. Ed è qui che la scena cambia registro: il capo della banda estrae il telefono, compone un numero, pronuncia poche parole. Nel giro di minuti arriva un SUV nero BMW carico di rinforzi, personaggi poco raccomandabili. Sono attimi di terrore.
Ma la vittima non perde la testa. Anzi. Consapevole di essere inquadrato dalle telecamere di sicurezza del casinò, fa la sua puntata più importante della serata: scommette che la banda non oserà portarlo via con la forza sotto gli occhi elettronici della casa da gioco. Uno scatto, la corsa verso l'ingresso, la fuga fino agli uffici della direzione, da dove parte la chiamata alla polizia. Azzardo vinto. L'ultimo della serata.

Chi è Zhang "il Grande"
L'identificazione del capobanda, per gli investigatori, è stata rapida. Il volto dell'uomo col telefono ha fatto scattare una raffica di segnalazioni nel database della squadra Mobile: si tratterebbe di una vecchia conoscenza delle forze dell'ordine, Zhang, detto "il Grande", indicato come uno dei principali boss della criminalità cinese di Prato — un'organizzazione che, secondo gli inquirenti, gestisce traffici di droga, valute alternative, canali logistici paralleli e industrie ombra nel settore tessile toscano.
Un dettaglio non secondario: Zhang si trova attualmente in carcere, arrestato mesi fa nell'ambito di un'operazione di polizia che — almeno in apparenza — non ha alcun legame con l'episodio di Ca' Noghera. Va ricordato che ogni responsabilità dovrà essere accertata in sede processuale e che gli imputati sono da considerarsi innocenti fino a sentenza definitiva.
La vittima scappa (anche dal processo?)
La parte forse più interessante della storia riguarda proprio la vittima: un imprenditore di origini cinesi, all'epoca residente a Bologna, frequentatore abituale del casinò di terraferma dove giocava sempre somme importanti. E' uno dei gambler high roller che frequenta i tavoli di baccarat del casinò di Venezia.
Spesso nei casinò italiani è facile vedere ai tavoli di baccarat proprio facoltosi high roller di origine asiatica scommettere cifre molto sostenute.
Dopo l'agguato, l'uomo ha capito perfettamente con chi aveva a che fare: è rimasto barricato per ore negli uffici della direzione, poi nei giorni successivi ha cambiato aria — e frontiera — rifugiandosi in Spagna per sei mesi. Oggi vive a Firenze, ma è atteso a Venezia per l'udienza: nel dubbio, la procura ha già pronta una richiesta di accompagnamento coattivo.
L'ipotesi al vaglio degli inquirenti in attesa del processo
Qui si apre lo scenario più torbido dell'intera vicenda. Secondo un'ipotesi al vaglio degli inquirenti - riportata dal Gazzettino -, la vittima potrebbe essere stata a sua volta l'anello di un'altra catena criminale rivale a quella della cerchia di Zhang: la sua presenza costante ai tavoli verdi sarebbe stata funzionale alla sua banda. Un'ipotesi tutta da verificare in aula ma la sua presenza assidua (e con quella capacità di spesa) ha insospettito gli investigatori e la Procura di Venezia.
Il fatto contestato è tentata estorsione aggravata dalla presenza di più persone riunite: un reato abbastanza grave da richiedere un giudizio collegiale.
Il pubblico ministero Christian Del Turco ha lavorato per sviscerare ogni aspetto della vicenda prima di portarla in aula, e la discussione davanti ai giudici è attesa per febbraio, a circa tre anni dai fatti.