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Andy Bloch: ‘questa è la vera storia del film 21’

Scritto da
30/05/2013 12:11

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Andy Bloch è uno dei poker players mondiali più famosi: ex azionista di Full Tilt Poker, in carriera ha vinto solo nei tornei live qualcosa come 5,2 milioni di dollari. Eppure i primi soldi nel gambling li ha fatti con il blackjack, facendo parte del mitico team del MIT (Massachusetts Institute of Technology) che ha sbancato negli anni ’80 e ’90 parecchi casinò degli Stati Uniti, contando le carte al tavolo.

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Bloch si è laureato al MIT nella metà degli anni ’90 e si era unito al team dopo aver conosciuto durante una partita di poker, un ragazzo che voleva formare la temibile squadra. “Guadagnavo circa 100.000 dollari l’anno…e questa storia è durata per cinque anni” afferma Andy.

 

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Le gesta del MIT blackjack Team’ ha ispirato gli autori del film ’21’ e da quel momento anche il grande pubblico ha potuto scoprire questa strana ma affascinante storia legata al mondo del gambling.

John Chang, il fondatore del team, ha però preso le distanze: “il film ha raccontato molto poco di quello che è successo realmente. Ha solo avuto il merito di trasmettere il sapore di quello che stavamo facendo. Non esisteva nessun professore universitario (interpretato nella pellicola da Kevin Spacey) che costringeva gli studenti ad aderire al progetto”.

Andy Bloch faceva parte di quella squadra e insieme ai compagni ha regalato alcuni aneddoti durante una conferenza al Caesars Palace, a Las Vegas, nella tana del ‘lupo’. John Chang ancora oggi parla dei problemi avuti con il casinò: “abbiamo subito – dice scherzando – abusi come a Guantanamo…”.

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Bloch spiega perché si muovevano in team: “quando la gente comune mette tutti i soldi in un unico bankroll, significa che tutta la squadra può puntare e vincere di più. Hai bisogno di più persone per rendere realmente efficace l’azione. Ci vuole però molta pratica”.

“La strategia del team passava da tre concetti fondamentali: applicare le regole base del blackjack, contare le carte e camuffarsi per non essere individuati dai responsabili della sicurezza: per questo servono membri del team che coprono e schermano chi è in quel momento al tavolo a puntare.  La strategia di base è ignorata dai giocatori casuali ma è fondamentale nel gioco”.

“Contare le carte è la parte più difficile perché anche se hai le idee chiare, ci vuole molta pratica ed allenamento. Inoltre al tavolo bisogna essere disciplinati e freddi”.

I ragazzi, quando dovevano superare i controlli in aereo, nascondevano i soldi nei posti più impensabili: “quando Chang ha lasciato il suo appartamento e la moglie lo ha pulito ha trovato migliaia di dollari cash tra le patatine, nascoste in location molto casuali”. Bloch ha ricordato di aver camminato tra le strade interne del college con nello zaino oltre 300.000 dollari in contanti.

Contare le carte non è illegale nei casinò ma le sale da gioco diffidano di qualsiasi tattica o strategia che può aumentare le probabilità di vittoria dei giocatori. Per questo, appena si accorgono che c’è qualcosa che non va, allontanano i gamblers.

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La squadra del MIT usava un trucco: “alcune persone stavano all’interno del casinò solo a contare le carte, altri invece puntavano al banco. In questo modo il casinò non poteva sostenere che chi scommetteva contava le carte”.

Bloch critica il potere di scelta dei casinò di poter bannare un giocatore: “la nostra capacità di pensare è quello che realmente ci rende umani e ci differenzia dagli altri animali. Quando cacci qualcuno dal lavoro o da una location, solo perché quella persona sta esercitando la propria capacità di pensare, per me questo è una violazione dei diritti civili”.

Bloch è stato bandito da molte sale da gioco di Las Vegas ma l’esperienza più brutta l’ha vissuta a Montecarlo: “avevamo guadagnato molti soldi ma poi la fortuna è finita perché ci hanno individuato e preso. Siamo stati sbattuti fuori dal casinò in malo modo e abbiamo subito diverse ore di interrogatorio. Quando mi hanno perquisito l’auto, ero consapevole che avrebbero piazzato delle prove compromettenti ed infatti ci hanno arrestato. Ci hanno poi rilasciato ma è stata dura: è stato spaventoso perché non sapevamo fino a che punto erano disposti ad arrivare. Quando tutto è finito, eravamo consapevoli di averci messo alle spalle solo una bella storia da raccontare ai nipotini…”.