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Quando Doyle Brunson rifiutò un’offerta da $235 milioni

La storia della mitica poker room di proprietà di Doyle Brunson che deteneva il 50% delle azioni: dalla super offerta all'UIGEA per finire al Black Friday.

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25/08/2020 13:17

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Chi ha vissuto e seguito con attenzione gli anni d’oro del poker online non può non ricordare che Doyle Brunson – il giocatore più famoso al mondo – possedeva una propria poker room personale, la nota Doyle’s Room, per la metà delle quote.

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Doyle Brunson (photo courtesy of Pokernews)

Texas Dolly aveva creato un network di skin che si appoggiavano alla sua licenza e con Pamelona Anderson (nel 2006 ancora al culmine della sua popolarità) aveva lanciato addirittura Pamelapoker.com .

Doyle ed il figlio Todd erano gli elementi di punta del suo team pro (al tempo andavano di moda le sponsorizzazioni) che poteva contare anche su altri nomi importanti come Cyndy Viollette, Hoyt Corkins e Mike Caro. Brunson è stato il primo a credere nel talento di un giovanissimo inglese: Chris Moorman. Tra le sue scoperte anche David Doc Sands e Steve Gross.

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L’avventura come imprenditore dell’online inizia nel 2004: il campione texano si appoggia al network Tribeca Poker Network, inglobato in iPoker.

Ed è proprio in quel periodo di massimo splendore (con il boom dovuto ancora alla vittoria di Moneymaker nel Main) che Doyle e i suoi soci ricevono quella super offerta da 235 milioni. Rifiutata!

Il campionissimo texano ha più volte ammesso: “è stato il mio peggior incubo”. Un rimpianto che lo accompagna negli ultimi anni della sua vita, seppur la famiglia Brunson sia rimasta comunque molto ricca. Però incassare più di 117 milioni (pari al 50% delle quote) equivale a sistemare qualche generazione…

Il timing della vendita sarebbe stato perfetto, perché pochi mesi dopo entra in vigore la legge federale UIGEA (che vieta le transazioni finanziarie negli USA per i siti di gioco). Pamelapoker.com chiude i battenti e per un anno anche Doyle non capisce cosa fare.

Alla fine prevale la linea più aggressiva e Doyle’s Room decide di operare nel mercato grigio statunitense (come molte altre rooms, a differenza del leader di mercato Partypoker che si ritira). Nel 2007 migra sul network internazionale Microgaming e nel 2009 sulla rete americana Cake Poker Network.

E’ uno dei momenti migliori per il poker americano, considerando che non vi è alcuna regolamentazione apparente. Doyle’s Room ha un bel traffico, il poker negli Stati Uniti va a gonfie vele: certo, non si può paragonare come brand a PokerStars e Full Tilt, però l’online rappresenta un bel business per la famiglia Brunson.

Nel gennaio del 2011, il suo sito passa ad un’altra rete Yatahay Network ma il matrimonio dura pochissimo: nell’aprile, con l’inchiesta sul Black Friday, l’FBI sigilla i principali siti di poker che offrono gioco negli Stati Uniti ed anche il buon Doyle deve guardarsi le spalle ed evitare di finire nel vortice giudiziale delle inchieste del Distretto Sud di New York del Dipartimento di Giustizia (titolare dell’offensiva contro il poker online a stelle e strisce). Non avendo rispettato l’UIGEA, la sua posizione non è delle più “comode”.

Dopo pochi mesi, nell’ottobre del 2011, Texas Dolly si libera del problema e svende il sito ad Americas Cardrom. E’ la fine del sogno e della sua creatura.

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