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Full Tilt, la verità: un affare da un miliardo di dollari…

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19/09/2012 07:11

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andy-blochContinuano a suscitare scalpore le dichiarazioni di Andy Bloch che ha voluto svelare al mondo i retroscena dell’affaire Full Tilt Poker: dai contrasti interni tra i soci, al fallimento dei tentativi di risanamento. Una volta sospesa la licenza da parte dell’AGCC, agli azionisti non rimaneva che un’unica drammatica soluzione: vendere la società. Ma a che prezzo? Nel luglio del 2011 iniziano a ballare cifre e cordate.

“Solo alcuni azionisti – racconta Bloch – erano ancora convinti di potercela fare ma la cosa importante era il rimborso del 100% dei players. Abbiamo ricevuto molte offerte, all’inizio il board ha chiesto un miliardo di dollari… per poi calare le pretese”.

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Ma c’era un altro miliardo che rischiava di far saltare l’affare: “Il problema era l’incertezza legata alla multa contestata dal DoJ. Nessuno era disposto a trattare con il DoJ e sono convinto che se in quel periodo, i procuratori fossero stati più disponibili al dialogo, alla fine avrebbero ottenuto una soluzione migliore per tutti. Nell’incertezza della multa non era facile trattare”.

Alla fine la trattativa si è conclusa per una cifra comunque importante: PokerStars.com è riuscita a raggiungere un accordo con il DoJ che gli costerà 731 milioni di dollari. Bloch si sbilancia: “Sono convinto che  Stars alla fine farà dei buoni profitti grazie a questa operazione. Non sarei sorpreso se dopo un paio d’anni Full Tilt Poker valesse più di quanto pagato da PokerStars per questa operazione”.

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Bloch rivela anche i suoi dubbi sull’affare Tapie: “non ero convinto, non c’erano garanzie al 100% sul rimborso dei players. Teoricamente poteva anche chiudere FTP ed affittare il software”.

L’ex pro e azionista di Tilt ha un rimpianto: “sarei dovuto essere più presente nelle fasi gestionali. E’ lo stesso rimpianto di Howard Lederer: quando nel 2008 ha lasciato Dublino, mai si sarebbe immaginato una gestione finanziaria del genere”. In poche parole Bloch è convinto che il Lederer non fosse a conoscenza delle problematiche legate alla gestione dei flussi e punta il dito contro il direttore finanziario (CFO).

Sull’amministratore delegato Raymond Bitar ha un’idea precisa:“gli azionisti erano scontenti e non avevano fiducia in lui (in particolare John Juanda, ndr). Ai soci era stato promesso che dopo tre anni gli utili distribuiti sarebbero aumentati. Ed invece ciò non è accaduto e molti erano scettici sul suo operato e non avevano fiducia… A fine 2010, inizio 2011, vi era una certa animosità nei suoi confronti e, con ogni probabilità, lui avvertiva questo tipo di pressione ma con i soci bluffava sempre: “se avete dei dubbi venite a Dublino, i libri sono a disposizione di tutti…”.

Terza parte – fine