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Sam Trickett: “Se avessi continuato col calcio, sarei finito su una sedia a rotelle”

Sam Trickett è il protagonista della nuova puntata di Before the Game, la serie che esplora le vite dei pro player prima che fossero tali. Il secondo giocatore più vincente nella storia del Regno Unito ricorda come sia stato il suo spirito competitivo a portarlo al Texas Hold’em.

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12/03/2019 11:30

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Anche se recentemente è stato scavalcato da Stephen Chidwick al primo posto della All Time Money List del Regno Unito, Sam Trickett rimane una leggenda vivente del poker made in British, nonostante l’ancor giovanissima età.

Il trentaduenne nato a Retford, un paesino di appena 500 abitanti, si è raccontato a Before the Game, la rubrica di PokerNews.com nella quale i migliori giocatori al mondo ricordano com’erano le loro vita prima che il Texas Hold’em le rivoltasse come un calzino.

 

Sam Trickett

Sam Trickett

 

Il primo amore non si scorda mai

Già, ma non fu il poker: Il calcio è la prima cosa che ho mai amato e di cui sia mai stato ossessionato, svela Trickett. “Andavo a scuola e non vedevo l’ora delle pause per giocare a calcio”. Uno sportivo nato, Sam, che amava anche “basket, cricket e tennis”.

A 10 anni il primo provino con un club storico, il Nottingham Forest, che però gli sbatte le porte in faccia: “Fu la mia prima vera grande delusione. Pensavo che avrei spaccato”. E invece. Stessa sorte allo Sheffield United: “Mi dissero che ero bravo come gli altri, ma non abbastanza da sostituire quelli che avevano già”.

Poi di nuovo il Nottingham Forest: le cose vanno meglio, ma Sam Trickett è troppo ambizioso: “Dissero che potevo essere la prima riserva, ma io risposi di no. Tempo dopo me ne pentii, fui stupido. Non diedi il 100%, pensavo che il calcio fosse nel mio destino e non feci abbastanza per migliorare”.

Su consiglio del padre, Sam raddoppiò gli sforzi, ma non ancora maggiorenne si ruppe il legamento crociato anteriore: “Stavo per firmare per l’Hucknall Town, fu davvero devastante per me. Il mio ginocchio andò in frantumi. Il dottore mi disse che se fossi stato David Beckham mi avrebbe consigliato di sistemarlo, ma che nel mio caso sarebbe stato meglio smettere per non finire sulla sedia a rotelle.

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Dal pallone… alle palle da biliardo

Chiuso il capitolo calcistico, Sam Trickett scoprì il biliardo e ne rimase affascinato. Il suo spirito competitivo lo portò ad allenarsi tutti i giorni, tanto da arrivare persino a giocare ai campionati mondiali.

Ma il britannico, che a differenza dei genitori aveva uno spirito molto più pratico e materialistico, si rese presto conto che nemmeno essere il più forte giocatore del mondo di biliardo poteva regalargli un conto in banca pingue: “Scoprii che per i mondiali il vincitore intascava £10.000. Pensai che non era nulla, e che non valeva la pena giocarci. Smisi immediatamente, perché per me i soldi contavano moltissimo.

L’approccio con il poker

Anche se il biliardo si rivelò un altro buco nell’acqua, fu proprio grazie a questa estemporanea passione che Sam Trickett venne a conoscenza del poker: “Un amico che avevo conosciuto giocando a biliardo mi parlò di questo gioco. Non sapevo che si potesse essere bravi, pensavo fosse solo questione di fortuna.

Come fu per il calcio prima e per il biliardo poi, il poker divenne la terza ossessione nell’ancor giovane vita del britannico. Iniziò a giocare ai Sit and Go, per poi spostarsi al casinò, dove per la prima volta trasformò 10 sterline in 1.000.

“Andavo a lavoro e pensavo al poker tutto il giorno. In pausa pranzo chiamavo gli amici per parlare delle mani che avevamo giocato. Stavo sveglio fino alle 3 del mattino a giocare per poi andare al lavoro. Non era una vita salutare, ma ero ossessionato dal poker”.

 

Le prime batoste

Come spesso succede ai giocatori alle prime armi, dopo il successo iniziale arrivano le proverbiali legnate: “Per un po’ rimasi intorno alle £10.000 di bankroll, giocando in partite probabilmente troppo alte per me. Improvvisamente persi tutto, ricorda Trickett.

“Avevo una carta di credito da £1.500 e consumai pure quella. Mio padre pagò per me, gli promisi che non l’avrei più fatto. Avevo 18 anni. Tre giorni dopo, bruciai un’altra carta da £1.500. Mio padre si infuriò. La mia era un’ossessione, era ovvio, e quindi mi fermai. Lavorai sodo e restituii il denaro a mio padre.

Ma per due mesi di fila non vidi l’ora di tornare a giocare. Pensai che sapevo dove avevo sbagliato, e che non avrei ripetuto gli errori. Non avrei più perso”.

[Fine prima parte]

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