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Giovanni Rizzo e Antonio Smeraglia: “Poker e Hearthstone, tanto in comune. Ma…”

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29/11/2015 08:00

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Come abbiamo visto qualche giorno fa, l’Hearthstone World Championship 2016 metterà in palio ben un milione di dollari. Stiamo parlando di cifre pazzesche: nessuno si sarebbe aspettato, qualche anno fa, che un CCG (acronimo di collectible card game, o gioco di carte da collezionare) potesse arrivare a organizzare tornei di questo livello.

Hearthstone

Hearthstone, la nuova “droga” dei pokeristi (e non solo)

Il gioco ha fatto breccia in tantissimi appassionati di poker di tutto il mondo perché, un po’ come Magic: The Gathering, la componente strategica in Hearthstone si fa davvero sentire. Con un po’ di fortuna anche il giocatore amatoriale può sperare di battere un campione, ma nel lungo periodo l’abilità viene fuori. Come nel poker, appunto.

Tra gli italiani, due dei più accaniti giocatori di Hearthstone sono sicuramente Giovanni Rizzo ed Antonio Smeraglia. Abbiamo fatto una breve chiacchierata con entrambi e gli spunti di discussione – e perché no, di riflessione – non sono certo mancati.

Giovanni, Antonio, grazie per aver accettato questa piccola chiacchierata. Allora, giocate ancora ad Hearthstone?

Antonio Smeraglia: “Certo, ci gioco ancora. Hearthstone crea dipendenza. La mia dura da quando uscì la Beta, quasi due anni fa ormai”.

Giovanni Rizzo: “Ci gioco, ci gioco. Proprio in questi giorni stavo sfidando me stesso a raggiungere il grado di ‘leggenda’, che è il grado massimo, dopo tanti ottimi ‘draft’ in modalità Arena. Non è stato facile, ma ci siamo quasi”.

Hearthstone sta vivendo un vero e proprio boom, con il mondiale dell’anno prossimo da 1 milione di dollari di montepremi. Pensate che possa sfondare come il poker online?

AM: “Onestamente non credo possa avere un boom paragonabile a quello che ebbe il poker, perché questo genere di giochi parte da una base ‘ludica’, quasi spensierata. Il poker nasce con i soldi e si gioca per i soldi“.

GR: “Sono giochi stupendi, estremamente skill intensive. Ma qui casca l’asino, in un certo senso: ci vuole uno studio costante e un aggiornamento continuo per stare al passo. A differenza del poker, dove le carte con cui si gioca sono sempre le stesse 52, in Hearthstone esce un set da circa 200 ogni 4 o 5 mesi, quindi lo studio del metagame diventa fondamentale.

Antonio Smeraglia

Antonio Smeraglia

Però è indubbio che giochi come Hearthstone catalizzino parecchia attenzione, soprattutto sui nuovi media come Twitch. Il poker può imparare qualcosa a riguardo?

AM: “Ma guarda, per me il poker può rubare qualcosa dagli altri sport/giochi anche in termini di piattaforme nuove, ma è proprio la ‘struttura’ lenta del gioco a renderlo poco adatto a spettacoli televisivi/online. Parliamoci chiaro: anche io che sono del mestiere a un certo punto del Final Table del Main Event WSOP mi sono annoiato a morte.

Troppo lento, e non puoi nemmeno dare troppe colpe ai giocatori, è proprio il gioco che è così! Se ci pensi, tutte le partite di tutti gli altri sport durano molto di meno di un FT. Una partita ad Hearthstone dura 15 minuti di media è ovvio che è più immediato da seguire.

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L’unica sarebbe creare una sintesi del final table in fase di post-produzione, ma anche così bisognerebbe stare attenti a non far perdere il flow della partita allo spettatore e cose del genere. E non è semplice”.

GR: “Qui il discorso si fa interessante. Partiamo con le sponsorship dei player, che formano veri e propri team, si sfidano in arene gremite di spettatori, con ingaggi anche piuttosto importanti che assicurano una certa stabilità ai player.

Si spettacolarizza il gioco, ci sono sfida tra squadre, ci sono programmi televisivi, merchandising. Poi ci sono gli sponsor esterni, che aiutano nella diffusione più mainstream del gioco: colossi dell’elettronica, degli energy drink, dell’entertainment. Infine un’altra revenue stream diretta per i players è Twitch, dove Hearthstone è uno degli eSports più seguiti. Ci stiamo arrivando anche col poker, ma il processo è più lento”.

Quindi le differenze sono troppo marcate perché Hearthstone compia un percorso affine a quello del poker, oppure no?

AM: “Facciamo un esempio: puoi anche giocare a Risiko scommettendo dei soldi con gli amici, ma Risiko nasce come un gioco di puro intrattenimento, dove la componente economica non esiste. Se togli i soldi al poker, che ci giochi a fare?

Io potrei anche provare a partecipare all’Hearthstone World Championship, ma il fatto è che non è come vincere un satellite per il Main Event WSOP, dove basta avere la giornata fortunata. Mi ritengo un buon giocatore di Hearthstone, ma in giro c’è davvero tanta gente di una bravura mostruosa. Ai tempi del boom del poker online era vero il contrario”.

GR: “Secondo me un boom del genere è possibile ed anzi è già in atto. Ma dobbiamo suddividere il discorso in due parti. Numericamente, i player attivi e preparati sono in numero molto maggiore nei giochi come Hearthstone, e si danno battaglia per montepremi che, per quanto ottimi come nel caso dei mondiali, sono di gran lunga inferiori a quelli del poker. Il paragone sotto questo punto di vista non può reggere.

Però se consideriamo tutto, ci accorgiamo che il potenziale è enorme e già ora i top player di HearthStone e degli eSports in genere hanno fatturati annui che poco hanno da invidiare a tanti top poker player. Oltre al fatto che investendo poco o niente in termini di ‘buy-in’ non sono soggetti ai cosiddetti ‘swing’ che i pokeristi conoscono bene. Queste caratteristiche in qualche modo bilanciano l’ambiente estremamente più competitivo rispetto al poker”.

In chiusura, Giovanni ci racconta una curiosità, che anche Antonio ricorda col sorriso: “Il buon Smeraglia è un caro amico e ci sfidiamo spesso. Pensa che una delle prime partite che abbia mai fatto, mi metto a cercare un avversario random e su decine di migliaia di players connessi leggo ‘aitnoon’ (il nickname di Smeraglia, ndr): ci siamo fatti delle gran risate!”