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Nicola Marconi, dal trampolino al gaming: “Amo Hearthstone, ma che ‘tuffi’ a poker!”

Nicola Marconi, ex Nazionale italiano di tuffi, da un po’ di tempo coltiva un’insana passione per gli eSports, soprattutto Hearthstone. Ma il plurimedagliato azzurro ha giocato tanto anche a poker, sia live sia online.

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20/11/2016 12:00

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La passione per gli eSports sta contagiando sempre più persone, anche in Italia. D’altro canto i videogiochi fanno parte della giovinezza di quasi tutti i nati negli anni ‘70/’80. Ex sportivi professionisti inclusi, come Nicola Marconi. L’ex tuffatore della Nazionale italiana, con all’attivo tante medaglie europee, è un fan sfegatato di Hearthstone.

Nella nostra intervista esclusiva, scopriamo però che Nicola Marconi – oggi stimato allenatore – non disdegna neppure il nostro caro Texas Hold’em.

Nicola Marconi

Nicola Marconi tra il fratello Tommaso (a sinistra) e Gabriele Auber (destra)

Iniziamo con la più classica delle domande: come e quando è nata la tua passione per Hearthstone?

Fin da piccolo sono sempre stato un grande appassionato di videogiochi e giochi di ruolo, specialmente quelli con ambientazione fantasy. Inoltre durante i (lunghi) viaggi in aereo o treno per raggiungere le location di gara passavo il tempo a giocare a carte, ovviamente il poker (sia a 5 carte che hold’em) era uno dei più giocati in squadra, tanto che per un periodo abbastanza lungo (4 anni) mi ci sono dedicato giocando sia live che on-line con buoni risultati.

All’uscita di Hearthstone prima su iPad e poi su iPhone mi ci sono subito “buttato”: ha tutte le caratteristiche che mi piacciono, il deckbuilding, la strategia in game, la sfida “uno contro uno”, l’imprevedibilità dei game, l’agonismo.

A questo punto la domanda è d’obbligo: qual è stato il tuo “tuffo” più clamoroso che Nicola Marconi ha fatto a poker?

Ero ad un sit live: da bottone faccio un raise 3x con in mano nulla, per rubare i blind. Avevo sempre giocato solido, quindi avevo credibilità. Small blind fa fold, il big ci pensa e poi chiama. Flop nullo. Lui check, io punto. Lui pensa e chiama, molto titubante.

 Conoscevo già il giocatore e sapevo che tendeva ad inseguire incastri e colori, ma il board, anche dopo il turn, era neutrk. Al turn decido di spingere, lui se chiama è committed e io ho molto più stack rispetto a lui.

Ci pensa parecchio e inizia a parlarmi: “Lo so che hai il punto… però anche io ho qualcosa e mi dispiace mollare il piatto… Però se chiamo sono fregato…”

Allora io che avevo sempre con me una confezione di caramelle, ne prendo una, la mangio e poi gliene offro, dicendogli: “questa é l’unica cosa che posso darti, per il resto credo tu abbia ancora chip per continuare a giocare anche alle prossime mani, ma se vuoi vedere il river…”

Al tavolo gli altri giocatori erano molto divertiti e qualcuno gli ha dato anche qualche consiglio tipo: “Ne vale la pena con quello che hai in mano?”. Lui ci ha pensato e ha fatto call. Al river un bel 3, lui check e io gli chiamo i resti. Lui sa che può solo chiamare, non vorrebbe e i giocatori scherzosamente lo insultano; lui rassegnato chiama, girando A e 3. Mi dice: “Cercavo l’incastro ma non è entrato” e fa per andarsene… e invece si è preso il piatto perché io non avevo nulla!

Tornando ad Hearthstone, preferisci la modalità Arena o il “costruito”, e perché?

Apprezzo entrambe alla stessa maniera: il costruito mi piace perché rappresenta l’obiettivo agonistico per eccellenza: raggiungere la vetta, essere il migliore.

L’Arena mi piace per diversi motivi: tutti i giocatori sono sullo stesso piano nella creazione del mazzo e quindi si parte tutti “alla pari”; mi piace perché proprio per il motivo appena spiegato la differenza la fanno l’abilità nello scegliere le carte e nel saper gestire al meglio le proprie risorse.

Ultimo motivo, ma non meno importante: per la varietà, perché spesso il costruito sa essere monotono.

Come si passa da una disciplina come i tuffi, che a noi profani appare molto meccanica e ripetitiva, ad un gioco in costante evoluzione e in cui ogni partita fa storia a sé come Hearthstone?

Se a prima vista i tuffi possono sembrare ripetitivi, basta poco per rendersi conto che sono un sport molto vario. Ciò che lo spettatore vede durante la gara sono solo il risultato di un processo molto lungo e variegato: le combinazioni di tuffi sono moltissime e scegliere la giusta serie da portare in gara non è poi così lontano dallo scegliere le carte vincenti in Hearthstone.

Non ci sarà mai un tuffo uguale ad un altro e ci sarà sempre da imparare qualcosa di nuovo perché è uno sport in costante evoluzione, in cui vengono introdotte spesso nuovi tipi di gara: sincro, sincro misto, team event sono solo alcuni esempi di specialità aggiunte solo di recente.

In Hearthstone ritrovo molte caratteristiche del mio sport, prima tra tutte la necessità di “usare la testa”, di restare sempre concentrato e mantenere sempre il sangue freddo per poter fare la scelta giusta anche in una frazione di secondo, scelta che farà la differenza tra un game perso o vinto.

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Nicola oggi è un allenatore di tuffi, marito e papà di due bambini

Un punto di contatto tra i tuffi e Hearthstone potrebbe essere il mindset: per eccellere, ci vuole una disciplina di ferro in entrambi i casi, no?

Si, hai colto nel segno! Durante gli allenamenti, ma sopratutto in gara bisogna avere sempre il controllo della situazione e sapere esattamente quello che sta succedendo, quello che è successo e quello che probabilmente succederà. In Hearthstone è lo stesso!

E poi in entrambi questi sport ci vuole tanta forza: di volontà, ma anche fisica e mentale, per superare le difficoltà, i tilt, le streak negative e le bordate che ogni tanto arrivano dall’RNG.

Avere la “testa giusta” vuol dire riuscire ad eccellere, nei tuffi come in Hearthstone.

Con Donald Miranda prima e tuo fratello Tommaso poi hai vinto tante medaglie nei tuffi sincronizzati. Come la vedresti una modalità co-op su Hearthstone?

Ne abbiamo avuto alcuni assaggi grazie alla rissa e devo dire che è stata un’ottima idea: il fatto di poter collaborare, di creare sinergie tra i due deck, è molto stimolante e apre le porte a nuovi modi di giocare, che non fanno mai male. Sarebbe bello un giorno vedere una modalità ” 2vs2″.

Allarghiamo un po’ il discorso agli eSports: perché secondo te in Italia non hanno ancora sfondato e cosa manca per mettersi al passo quantomeno di altri paesi europei come Francia e Germania?

In Italia i “videogiochi” hanno sempre fatto fatica ad essere considerati più di un “gioco per bambini”; la svolta ci fu con l’avvento della psx e, anche se con ritardo rispetto al resto del mondo, piano piano il gaming ha iniziato ad essere considerato in maniera più “adulta”.

Credo succederà lo stesso anche con gli eSports che all’estero hanno ormai conquistato tutti (media, sponsor, associazioni sportive e sopratutto tanti praticanti e spettatori) e da noi quando inizieranno a capire che non sono “sciocchezze” non sarà mai troppo tardi.

Quello che ci vuole è un movimento compatto, una federazione come può essere per me la Federnuoto, che si faccia portavoce dei bisogni e delle esigenze del movimento italiano degli eSports e le esponga al CONI, che dia vita ad un vero campionato “live”, provinciale, regionale e nazionale.

Curiosità personale: Stefano Bizzotto ne capisce davvero di tuffi o ci prende tutti per il culo?

(ride, ndr) Conosco Stefano da più di 20 anni e vi posso assicurare che è un professionista preparatissimo, che studia ogni singolo atleta e le sue caratteristiche nel minimo dettaglio, alle volte fin troppo!

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