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L' Opinione

Il poker e i nuovi mostri: il re-entry in average

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le offerte di torneo, per cercare di raggiungere nuovo pubblico ma rincorrendo anche esigenze incombatibili con il gioco stesso. Il risultato è che alcune formule deprimono decisamente lo spirito del poker e una di queste è il "re-entry in average".

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20/09/2019 10:50

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Il poker italiano vive anni difficili, non lo scopriamo certo oggi. L’online arranca in attesa di Godot (altrimenti noto come “liquidità condivisa“), mentre il live è praticamente inesistente. O, almeno, lo è a livello di casinò. Con Campione chiuso, Saint Vincent bloccato e Venezia che non offre una mano di poker da un paio di ere glaciali, c’è il solo Sanremo a garantire una minima continuità nell’offerta di tornei dal vivo.

Un cartello che è un po’ una triste fotografia del poker live italiano

Il triste impasse del live italiano

Ma anche se i luoghi legalmente deputati a offrire gioco sono in difficoltà, gli appassionati di poker smettono forse di esserlo? Certo che no, anche se la gamma di possibili valvole di sfogo è molto ridotta. Per loro ci sono le opzioni Slovenia, San Marino o al limite Rozvadov, mentre sul territorio italiano l’unica possibilità di giocare è data dal mondo underground dei circoli. Da questo microcosmo un po’ carbonaro, negli ultimi tempi, sono emerse alcune novità sul piano dell’offerta di gioco. Una di queste è tra le cose più insulse che si siano mai sentite, eppure prolifera. Parlo del “re-entry in average“.

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Buy-in e re-entry “in average”: cosa sono

Di cosa si tratta? Di una sorta di abominio partorito nel tentativo di far quadrare i conti e attirare nuove porzioni di pubblico. Nei fatti, però, siamo di fronte all’ennesimo attentato al concetto di poker sportivo.

Nel torneo di poker classico c’è uno stack di partenza uguale per tutti. Per ovvie esigenze organizzative esiste da sempre la registrazione tardiva, che inizialmente durava soltanto qualche livello. Poi sono arrivati i cosiddetti “re-entry”, per permettere una nuova chance (a fronte del pagamento di un altro buy-in) a chi è stato eliminato prematuramente. Il tempo concesso per la registrazione tardiva e i re-entry si è poi progressivamente esteso, arrivando in molti casi ad essere concesso fino allo start del day 2. In linea di principio saltare di netto il day 1 e iscriversi direttamente al day 2 avrebbe un prezzo in termini di giocabilità, poiché entrando al primo livello del torneo le mie 20mila chips equivarrebbero a 200 big blinds, mentre con l’ingresso – o re-entry – al day 2 ci si deve generalmente accontentare di una ventina di bui. Ecco però la trovata “geniale”.

L’ingresso – o re-entry – in average è un abominio inventato negli ultimi anni, che consiste nella possibilità di acquistare l’ingresso in un torneo direttamente al day 2 e in taluni casi anche al day3 o final day, pagando una quota sensibilmente più elevata ma avendo a disposizione uno stack in linea con l’average del torneo, nel momento in cui si entra.

C’era una volta il Quantum Reload

La paternità di questa trovata è americana, ovvero di chi inventò il cosiddetto “Quantum Reload” circa 4-5 anni addietro. La formula venne poi applicata in eventi importanti in vari casinò come il Planet Hollywood di Las Vegas, il “Bike” di Los Angeles, il Concord di Vienna e il Grosvenor di Londra. Tale formula, che fin dalla sua prima uscita venne fortemente avversata da buona parte di pubblico e addetti ai lavori, viene generalmente proposta in tornei dai buy-in differiti, ovvero in quelli che presentano day 1 a vari prezzi, con relative differenze anche negli stack di partenza e nella durata dei livelli.

Re-entry in average = bye bye poker sportivo

Oggi questa formula viene sovente proposta da club e sale sparse un po’ in tutta Italia, anche se si tratta di un settore nel quale la politica non ha mai seriamente voluto mettere mano e quindi stiamo parlando di qualcosa che (formalmente) non esiste, o quasi. Il mercato del poker live sul territorio italiano diventa qualcosa che risulta difficile persino definire, ma segue comunque delle sue logiche. Come detto prima gli appassionati non smettono certo di essere tali per via della mancanza quasi totale di casinò, ma certo questa situazione non ha giovato alla qualità dell’offerta di gioco. In teoria gli organizzatori, a qualsiasi livello, hanno sempre cercato di seguire le tendenze di mercato. Alcuni (pochissimi, in verità) sono spesso riusciti ad anticiparle, queste tendenze, incidendo non poco su gusti e abitudini di gioco. Alla fine il giocatore di poker continua ad essere un po’ banderuola che va dove vanno tutti gli altri, eterno individualista un po’ caprone. Poco importa se poi il torneo che vai a giocare ha ormai poco di sportivo.

Sì, perché in gioco c’è proprio quello: la natura del poker nella sua proposizione popolare. A molti la definizione di “poker sportivo” continua a non piacere, alcuni la trovano ipocrita ma è l’unica che può mettere tutti d’accordo, compreso il legislatore.

Poker e tornei: cosa dicono le sentenze

Non dimentichiamo che molte sentenze hanno affermato la liceità del poker, all’infuori dei casinò, soltanto se offerto in forma “pura” da torneo, ovvero in formula freezeout: una quota di iscrizione fissa, l’eliminazione che scatta quando abbiamo finito le fiches e la vittoria che va al giocatore capace di accaparrarsele tutte. Tutto il resto è fuffa, che fino a un certo punto è tollerabile. Obbrobri come questo del re-entry in average, invece, rischiano solo di accelerare la morte di questo gioco.

Il tempo logora…chi non ce l’ha

Le ragioni per le quali gli organizzatori scelgono di adottare tale formula – necessità di attrarre più ingressi possibile, coprire eventuali garantiti eccetera – sono arcinote. L’elemento chiave di questa e altre novità recenti è invece il tempo, o meglio la sua mancanza. Ed è un elemento decisivo perché, contrariamente al cash game, l’idea di sedersi a giocare un torneo di poker non può prescindere dall’avere a disposizione il tempo necessario per farlo. Quando gli eventi si dipanano su più giorni deve esserci necessariamente un weekend in mezzo, altrimenti gran parte delle persone non avrebbe modo di partecipare. Certo dipende dalla tipologia di lavoro che ciascuno svolge, ma in generale gli appassionati si ritagliano qualche giorno di ferie per agganciarlo a un fine settimana all’insegna del poker. Dunque, per chi ha la disponibilità economica di spendere un buy-in più alto ma meno tempo a disposizione, il re-entry in average è musica per le orecchie. Per il resto del mondo, invece, è una sorta di concorrenza sleale. Stare un giorno o due in più a “combattere” ai tavoli implica una stanchezza psicofisica maggiore, che si traduce in un non trascurabile vantaggio per chi entra più tardi.

Il vulnus più importante è però ai danni della competizione, che in un torneo di poker dovrebbe essere il più possibile “ad armi pari” ed è una delle più cruciali ragioni del successo di questo gioco. Perciò, cari amici appassionati, se non avete il tempo necessario a disposizione, il mio consiglio è semplicemente di non giocare. Un torneo di poker è una cosa seria ed è totalmente incompatibile con il concetto di fretta, in ogni sua manifestazione. Per tutto il resto ci sono gli Spin.

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