Omaggio a uno dei figli più talentuosi del poker italiano: la storia di Dario Minieri a puntate su Assopoker. Come è nata la favola di "Caterpillar" Nazionale che ha avvicinato al texas hold'em migliaia di appassionati.
Roma, 10 febbraio 1985. Dario Minieri nasce in una città che con il poker non ha mai avuto un rapporto semplice nel ventesimo secolo. L'action la puoi trovare da tutte le parti ma non è Las Vegas, non è Atlantic City. È Roma, dove si gioca nei circoli, nelle taverne ma anche nelle cucine con gli amici. Sulle rive del Tevere il gioco ha sempre avuto qualcosa di clandestino, di sotterraneo, di vagamente epico, visto che nella città eterna è vietato solo nominare la parola "casinò". Ma nei primi anni duemila il gaming arriva anche online, è la svolta per una generazione di romani.
In questo Articolo:
Le carte Magiche del giovane Dario
Dario cresce con le carte in mano, ma non quelle che pensi.
Da adolescente è un campione di Magic: The Gathering — il gioco di carte collezionabili che negli anni Novanta e Duemila diventa la palestra strategica di una generazione intera. Viaggia per l'Europa a fare tornei. Impara a calcolare le probabilità, a gestire le risorse, a leggere l'avversario attraverso ogni piccola scelta. Non lo sa ancora, ma sta costruendo il cervello del pokerista che diventerà.
Poi arriva il poker online. E tutto cambia. Un amico gli presenta il gioco. Dario si siede per la prima volta a un tavolo virtuale — specialità Texas Hold'em, una disciplina che fino a quel momento non ha mai praticato. Impara in fretta. Troppo in fretta per essere un caso. Comincia dai Sit & Go a basse puntate, sale, vince, risale ancora. Poi arriva la svolta vera: un torneo da 10 dollari di rebuy. Dario lo vince. Porta a casa 12.000 dollari in una sera.
Quella notte capisce che non vuole fare altro: lascia la facoltà di psicologia a "La Sapienza". Lascia tutto, sono anni nei quali i professionisti come Dario (che ha imparato in fretta) ai tavoli ha vita facile contro chi è appena entrato in contatto con questo nuovo gioco e non sa neanche tenere le carte in mano. Non c'è una fascia intermedia nel 2005/2006 di giocatori. Non ci sono vie di mezzo.

E' chiaro che per i pro è un'occasione unica. e lo è anche per Dario che oltretutto porta avanti un gioco ancora più aggressivo rispetto alla media, è un giocatore unico non solo in Italia nel 2006 ma anche in Europa il suo stile è ben riconoscibile.
Oggi, dopo 20 anni, tutto si è livellato verso l'alto, anche per i pochi professionisti non è così facile battere il field, le basi matematiche dell'hold'em le conoscono tutti.
Il contesto storico è favorevole al giovane Minieri.
Il texas hold'em online e la Porsche
Si siede davanti allo schermo e inizia a giocare come se il tempo non esistesse. Su PokerStars accumula milioni di punti FPP — i Frequent Player Points che la piattaforma assegna ai giocatori più attivi. Ne accumula così tanti, così in fretta, da diventare il primo giocatore italiano a riscattare una Porsche Cayman dal catalogo premi della room.
Una Porsche. Vinta giocando a poker online, una novità che nel marketing digitale provoca una forte scossa tra gli appassionati.
A Roma, in una città dove tutto scorre lento, Dario Minieri stava già bruciando semafori.
E questa storia è inevitabile che non potesse finire nella capitale mondiale del texas hold’em, dopo essersi messo in luce nel circuito europeo (ma questa è un'altra storia che vi racconteremo).
I primi tornei internazionali: il nome di Minieri è già noto
Nel 2006 Dario inizia a farsi conoscere nell'European Poker Tour, il circuito continentale con piazzamenti in the money sia a Montecarlo (per il Grand Final quando finisce 22esimo) che a Baden, in Austria, dove si qualifica per il primo tavolo finale della sua vita, chiudendo al terzo posto. In Estate però aveva già respirato l'aria di Las Vegas, con un ITM nel Main Event WSOP, il campionato del Mondo di texas hold'em.
Nel 2007 la consacrazione nell'EPT con due terzi posti pesanti: a Sanremo (nella tappa di casa che passerà alla storia) e a Varsavia. Due anni dopo in Polonia vincerà l'EPT High Roller.
La vera sfida è là, in Nevada, dove vivono tutti i professionisti più forti del Mondo e dove Minieri si consacrerà.
Rio Casinò: il teatro dei sogni
Las Vegas, luglio 2007. Il Rio Hotel and Casino è il posto dove i sogni di poker vanno a morire — o a nascere. Dipende da come scorrono sul tavolo le carte, da come reggi la pressione, da quello che hai dentro quando le fiches sul tavolo valgono più di quanto la maggior parte delle persone guadagna in un anno.
Quell'estate al Main Event delle World Series of Poker si presentano 6.358 giocatori. Il montepremi totale sfiora i 58 milioni di dollari. Il primo premio vale 8,25 milioni. È il torneo di poker più importante del mondo — l'equivalente di una finale mondiale, di un Grand Slam, di tutto quello che nel poker conta davvero. Siamo nel pieno dell'effetto Moneymaker (il contabile di Atlanta che aveva vinto tre anni prima il titolo mondiale dopo essersi qualificato online su PokerStars).
In mezzo a quella folla di professionisti, semiprofessionisti e sognatori di ogni latitudine, c'è un ragazzo romano di 22 anni con una sciarpa giallorossa al collo che cattura l'attenzione nelle sale del Rio Casinò.
La sciarpa della Roma e il Main Event WSOP
In Nevada, nel caldo secco di luglio, con l'aria condizionata sparata al massimo nelle sale del Rio, Dario Minieri porta i colori della sua Roma addosso come un'armatura. Non è folklore, non è scenografia. È identità. È il modo in cui un ragazzo cresciuto a Roma porta con sé la sua città e la sua squadra quando va a sfidare il mondo.
E il mondo, quel luglio, inizia ad accorgersi di lui ma con un equivoco: per molti americani (che seguono il torneo) la sciarpa di Dario non è quella della Roma ma di Harry Potter.
Le WSOP 2007 cominciano bene per Dario. Arriva 27° nell'evento da 1.000 dollari No Limit Hold'em — già un risultato solido, già un segnale positivo. Ma è al Main Event che succede qualcosa di straordinario.
Il Day 4 è il giorno in cui il torneo cambia faccia. Il gioco si fa veramente durio e la paura inizia a farsi sentire. Ed è proprio in quel momento — quando la pressione è massima e il campo si è assottigliato ai migliori — che Dario Minieri sale.
Sale come una Supernova.
Al termine del Day 4 è il chip leader dell'intero torneo. In quella giornata sola passa dalle 343.700 fiches iniziali fino a 2.398.000, superando la soglia dei due milioni di chip a tarda notte.
Il mio obbiettivo? Cosa voglio fare? Ehm, non ho obiettivi. Penso che avere obiettivi sia sbagliato perché ti fa giocare male. Quindi gioco a poker, gioco le mie carte solo per me stesso.
Dario Minieri - Las Vegas 2007
Dario sulla Gazzetta dello Sport
A Roma è notte fonda ma chi segue il poker online e live non dorme mai. Il forum di Assopoker esplode. La Gazzetta dello Sport apre un articolo con un titolo che sembra fantascienza: "Studente romano, 21 anni, rischia di vincere 8 milioni di dollari."
L'età era sbagliata di uno — Dario ne aveva 22 — ma il senso era giusto. L'Italia si fermava a guardare un ragazzo con la sciarpa giallorossa che stava dominando il torneo di poker più importante del pianeta.
Gary Wise (ex pro canadese di Magic: The Gathering) di ESPN, uno dei giornalisti più seguiti nel mondo del poker in quel momento, scrisse di aver conosciuto Dario Minieri per la prima volta quando aveva 15 anni, ai tempi proprio di Magic: The Gathering. Minieri, notò, aveva ancora la stessa faccia di allora — e quella sciarpa giallorossa della sua Roma, così simile ai colori del Grifondoro di Harry Potter, rendeva il tutto quasi ironico. Ma al tavolo era una "bestia" con una faccia ancora da ragazzino.

Perché Minieri conquista tutti
Un martello ai tavoli, ma dai modi di fare gentili e educati, con la faccia da eterno bambino e il gioco di un veterano. Un mix affascinante che lo rende, ancora oggi, il giocatore italiano forse più amato di tutti.
Il suo gioco aveva conquistato - in quella estate a Las Vegas - tutti coloro che amavano solo guardarlo in action nel 2007. Il suo tavolo era vicino a quello di Phil Ivey ma tutti davano una sbirciata all'action del ragazzino arrivato da Roma. Solo questo dettaglio aveva stupito i blogger in sala.
Perché Dario non bluffava alla cieca. Non rilanciava senza ragione. Il suo era un sistema — aggressivo sì, ma costruito su calcoli precisi, su letture degli avversari affinate anni prima a Magic, poi perfezionate migliaia di ore sui tavoli online. Era un contesto diverso rispetto a quello di oggi, è chiaro che nel 2006, i puristi potrebbero individuare decine e decine di errori, ma 20 anni fa era un gioco evoluto, aggressivo come giocavano gli scandinavi che erano avanti anni luce rispetto a noi, in quella prima fase.
Lo stesso Minieri avrebbe ammesso anni dopo di non essere stato poi così aggressivo come le telecamere facevano sembrare. Era la percezione a fare il lavoro — la sciarpa, la giovinezza, l'audacia apparente. Gli avversari lo vedevano come un "pazzo" e rimanevano disorientati, non riuscivano spesso a leggerlo. E nel poker, essere percepiti come un giocatore fuori dagli schemi è il vantaggio più grande che esista.
Il sogno finisce al Day 6
Dario chiude il Main Event 2007 al 96esimo posto, guadagnando 67.535 dollari. Non è il finale che tutti speravano. Ma in quella settimana al Rio aveva fatto qualcosa di più importante di una vittoria: aveva fatto capire all'Italia intera che il poker non era un gioco da sotterranei, non era roba per pochi eletti, non era territorio esclusivo degli americani e degli scandinavi.
Era uno sport mentale. E un italiano di 22 anni, con la sciarpa della Roma e la faccia da ragazzino, poteva sedersi al tavolo dei migliori del mondo e tenerli in scacco per giorni.
Quella consapevolezza valeva più di qualsiasi montepremi.
Grazie a quelle imprese, un'intera generazione di giocatori si è innamorata del Texas Hold'em. Non è retorica. È la verità. Ogni italiano che ha iniziato a giocare a poker tra il 2007 e il 2010 ha una storia che, in un modo o nell'altro, passa per quella sciarpa giallorossa sotto le luci del Rio.
Ma la storia prosegue...