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Quando Phil Ivey pagò la “bolla” da $3.000 a un amico, per salvare il poker dalle grinfie di un banchiere

Ci sono momenti decisivi nella storia del poker che non si sono svolti al tavolo verde, bensì nei corridoi, sulle scale con decisioni prese in pochi secondi. Uno di quei momenti accadde al Commerce Casino di Los Angeles e iniziò con 3.000 dollari.
In quei mesi, a Las Vegas, stava succedendo qualcosa che non era mai successo prima. Ma procediamo con ordine con la nostra storia.

L'irruzione di Andy Beal a Las Vegas

Andy Beal — banchiere, petroliere, miliardario — stava facendo una cosa che non era permesso ai pokeristi dilettanti: stava vincendo. Non contro un singolo giocatore, ma contro tutti nella città del peccato. The Corporation, la cordata dei più forti professionisti d’America, stava perdendo milioni. Non per incompetenza, ma perché Beal aveva smesso di essere un dilettante.

Aveva studiato, aveva eliminato i tell e aveva capito che nel poker il denaro non serve solo a giocare: serve per resistere. E chi resiste di più, spesso, vince. Serviva qualcuno. Serviva Phil Ivey per scongiurare la sconfitta dei professionisti, dell’abilità contro il vile denaro. Ma riavvolgiamo il nastro per capire come è nata la leggenda.

Come è nata la sfida del secolo

All’inizio degli anni 2000, mentre il poker televisivo cresce e diventa spettacolo, a Las Vegas si gioca una partita che non ha pubblico. Nessuna telecamera, nessun commento.

Solo soldi veri. Dall’altra parte del tavolo non c’è un professionista: c’è un visionario, matematico, un uomo che costruisce banche, compra giacimenti petroliferi, finanzia la ricerca medica. Andy Beal.

Un miliardario texano che decide di fare ciò che ogni grande ego americano ha sempre sognato: dimostrare che il denaro può battere il talento con la tipica arroganza dei ricchi.

Beal e la sfida al Dream Team

Beal entra al Bellagio nel 2001 quasi per curiosità. Nella sala Bobby's Room si sfidano i giocatori più forti del pianeta con ricchi miliardari. La sua prima esperienza a quei tavoli è fortunata: vince. Pensa sia la dea bendata ad avergli baciato la fronte così studia il gioco e torna. E torna ancora.

Vuole giocare contro i migliori. Non tutti insieme. Uno alla volta.

Così nasce The Corporation per sostenere il forte sforzo milionario per arginare un uomo così ricco. I più grandi professionisti del mondo mettono insieme il bankroll e si alternano al tavolo contro il banchiere texano.

Brunson. Reese. Harman. Forrest. Lederer. Il dream team di Las Vegas, i più forti giocatori e giocatrici (considerando Jennifer Harman) di poker high stakes al mondo. Contro un banchiere. Che Storia!

Beal e il potere del denaro

Beal non gioca per vincere soldi. Gioca per dimostrare che il poker non è arte, che è matematica ma che il potere dei soldi comanda su tutto.

E per un po’ sembra avere ragione: vince milioni. Smonta i professionisti.

Torna in Texas con oltre 10 milioni di dollari gentilmente donati da The Corporation. Las Vegas non è abituata a perdere.
E per la prima volta il poker professionistico realizza una cosa terribile: se il miliardario continua a vincere… il mito crolla. Quando Beal torna nel 2004, il gruppo è stanco. Ha perso troppo.

Serve qualcuno che non giochi per orgoglio. Serve qualcuno che non giochi con paura, serve qualcuno che non giochi per soldi. Serve uno freddo come un iceberg. Serve Phil Ivey.

A Los Angeles Phil Ivey "manda" a premio un amico

Nel frattempo, a Los Angeles, Raymond Davis giocava un torneo da 1.000 dollari di buy-in. Niente di epico, uno dei tanti.

La bolla era vicina, mancavano circa quaranta eliminazioni. Poi succede una cosa normale che accade tante volte durante la pausa di un torneo: due amici si incontrano sulle scale. Phil Ivey sale, Davis scende. “Cosa stai facendo?”. “Sto giocando un torneo”. Una conversazione qualunque, finché Davis non dice che la bolla è vicina. Ivey si ferma, non sorride, e chiede quanto sia il premio minimo. “Circa 3.000 dollari”. Allora succede qualcosa che non ha senso: Ivey prende 3.000 dollari dalla tasca, li mette in mano a Davis e dice: “Congratulazioni, sei appena andato a premio”.

Davis è confuso. Perché farlo? Ivey non spiega molto. Non è il tipo. Dice solo: “Non puoi più giocare il torneo, mi devi portare in un posto”. Non è una richiesta tra amici, è qualcosa di più.

Davis va a prendere la macchina e quando torna, Ivey è pronto: sotto braccio ha un completo elegante, in mano una valigetta. Dentro, milioni.

“Portami all’aeroporto”, gli dice. Poi aggiunge, quasi come fosse una cosa qualsiasi: “Devo andare a sfidare Andy Beal prima che sia nuovamente costretto a trovarmi un lavoro normale per vivere!”.

Durante il tragitto, Ivey non è impassibile come al tavolo. È insolitamente teso, chiede più volte se non abbiano sbagliato strada. Davis prova a rassicurarlo, poi gli chiede quanti soldi abbia in quella valigetta. “Parecchi”, risponde Ivey. Qualche milione.

Andy Beal
Andy Beal ballo delle debuttanti a Dallas per una raccolta benefica recente

Quando l'uomo silenzioso (Ivey) incontra l'uomo ricco (Beal)

Ivey vola a Las Vegas e si siede di fronte l'uomo che aveva già messo alla frusta il mondo del poker professionistico con il peso del proprio patrimonio.

Lui non fa discorsi. Si siede con il suo solito sguardo gelido e spietato. Gli stakes sono irreali: 25.000 / 50.000 poi 50.000 / 100.000.

Ogni decisione vale qualcosa di importante per un uomo normale. Ogni errore, può costare caro ma non per loro. Uno è un banchiere e l’altro gioca con i soldi di tutti i professionisti di Las Vegas.

Per tre giorni giocano heads-up. Tre giorni lontano dai riflettori ma nella privacy assoluta. Alla Bobby’s Room (la mitica sala del Bellagio) c’è solo tensione.

E alla fine succede qualcosa che tutto il Nevada sperava: il ragazzo che parlava poco batte il miliardario. Non una sola volta ,a abbastanza da ribaltare tutto.

Oltre 16 milioni di dollari tornano alla Corporation. Il sistema è salvo, l’onore del gioco pure e così quello dei professionisti.

Fino a quel momento Beal aveva vinto 13 milioni. Sembrava la fine. Dopo quei tre giorni, smette di giocare. Annuncia che il poker non fa per lui. Si ritira. Come fanno i re sconfitti.

Ivey: "Ho avuto una buona sessione"

Non serve raccontare ogni mano per capire il senso di quella notte. Per ore giocano, e alla fine il miliardario perde. Phil Ivey vince parecchio. The Corporation trionfa. Il poker respira, i pro di Las Vegas non vanno broke.

Il giorno dopo Davis lo chiama e gli chiede com’è andata. Ivey risponde come se avesse appena vinto un sit&go: “Ho avuto una buona sessione”. Solo dopo si scopre la verità: 12 milioni vinti.

Si rivedono al Commerce il giorno seguente. Ivey gli dà 10.000 dollari in chips. Non per il passaggio, ma per il suo silenzio. Poi vanno a vedere i Clippers e infine a cena. E mentre mangiano, Ivey dice semplicemente di aver avuto “una buona settimana”.

Ivey salvò The Corporation e il poker

Ci sono giocatori che diventano grandi per quello che vincono e altri per quello che rappresentano. Quella notte Phil Ivey non salvò solo The Corporation: salvò un’idea. In quegli anni, il cash game era ancora il gioco di riferimento, i tornei non erano ancora così popolari, lo diventeranno da Moneymaker in poi. Esploderà la passione per il poker sportivo.

Ma nel contesto dei professionisti di Las Vegas, era il cash game high stake il gioco e non solo nella versione texas hold'me.

In quei tre giorni, Ivey salvò l'idea che il poker non apparteneva al più ricco, ma a chi aveva più skill e resistente alla pressione. E a volte, per cambiare la storia, bastano 3.000 dollari, una valigetta e un volo preso in fretta.

La vera eredità

Quella partita non è la più famosa. Non è la più televisiva, non ha nemmeno una data precisa nella memoria collettiva.
Ma è forse la più importante. Perché per un attimo il poker è stato a rischio.

Non di perdere soldi, .di perdere il suo senso, di essere etichettato come un gioco d’abilità. Se il miliardario avesse vinto definitivamente, il poker cash game sarebbe diventato solo una sfida tra capitali. Non una sfida di talento, non di lettura, non di nervi.

Phil Ivey non salvò solo il bankroll di Las Vegas. Salvò un’idea: il poker non appartiene a chi ha più soldi. Ma a chi capisce le persone . E in fondo, come tutte le grandi storie di Las Vegas, questa non parla di carte. Parla di equilibrio tra denaro e talento. Tra arroganza e silenzio. Tra un uomo che costruiva banche… e uno che non aveva bisogno di dire nulla per demolirle.

Perché dovete giocare in modo responsabile

Questa storia è reale, ma non bisogna mai perdere il focus sul contesto e la realtà: stiamo parlando di milionari (i giocatori di poker dei primi anni 2000) e di un banchiere miliardario. Una partita che rimarrà nella memoria collettiva a Las Vegas proprio perché è stata un'eccezione. La bellezza del poker non è questa: ma è una partita tra amici, sono i tornei con buy-in da pochi euro, dove il divertimento è centrale. Questo è il vero poker, giocato da persone che lo fanno in modo responsabile e per passione. Nulla di più sbagliato è giocare oltre i propri limiti e le proprie possibilità, li nascono sono problemi.

Editor in chief
Iscritto all'ordine dei giornalisti da più di 25 anni, vivo a Malta dal 2012, laureato in giurisprudenza, specializzato nello studio dei sistemi regolatori e normativi del settore dei giochi nel Mondo e nella comunicazione responsabile nel mercato legale italiano alla luce del Decreto Balduzzi e del Decreto Dignità (convertiti in legge). Forte passione per lo sport e la geopolitica. Fin da bambino, sfogliando il mitico Guerin Sportivo, sognavo di fare il giornalista sportivo, sogno che ho realizzato prima di passare al settore del gaming online. Negli anni universitari, ho iniziato anche il lungo percorso da cronista in vari quotidiani e televisioni. Dai primi anni 2000 ho lavorato anche nel settore delle scommesse e nel 2010 sono entrato nella grande famiglia di Assopoker per assecondare la mia passione per il poker texas hold'em.