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NBA 2019: riparte la caccia a Golden State, Boston occasione d’oro a Est

Parte la settantatreesima stagione NBA e le certezze non sono moltissime. La prima è che i Golden State Warriors saranno ancora una volta superfavoriti, la seconda è che con ogni probabilità non avremo la stessa finale per il quinto anno consecutivo. Solo qualche pazzo sognatore, infatti, può immaginare che i Cleveland Cavaliers orfani di Lebron James riescano a superare ancora una volta tutti nella Eastern Conference. Il trasloco di LBJ a ovest cambia comunque diversi equilibri nella lega, che andiamo ad analizzare per voi.

Kyrie Irving, stella dei Boston Celtics favoritissimi a Est

NBA 2019: la Eastern Conference

I favoriti

Non c’è Lebron e questa è già una notizia-bomba. Da 8 stagioni, infatti, la squadra finalista della Eastern Conference è sempre stata quella in cui milita il prescelto. Dunque non sarà più così e l’ultima volta che è successo il titolo andò ai Boston Celtics. Un segnale? Qualcosa di più, forse. I Celtics sono ultrafavoriti per la vittoria a Est a 1.85, per più ordini di ragioni. Il sistema di gioco di Brad Stevens, all star del calibro di Kyrie Irving e Al Horford, giovani future stelle come Jayson Tatum e Jaylen Brown e un altro top player come Gordon Hayward reduce da un anno di stop dopo un tremendo infortunio. E poi naturalmente la dipartita di Lebron James che priva i biancoverdi del loro storico avversario per il dominio a est.

La quota dei Celtics non è ancora più bassa solo per la presenza degli eccitanti Philadelphia 76ers (4.40). Anni di tanking estremo hanno finalmente condotto a un roster straripante di talento. Ben Simmons e Joel Embiid sono gli uomini copertina di una squadra che deve solo “smaliziarsi” per competere quando le partite contano davvero, ovvero nei playoff.

Nonostante un ruolino di marcia sempre imbarazzante ai playoff i Toronto Raptors (4.45) rimangono i terzi favoriti a est, e la ragione ha un nome e un cognome: Kawhi Leonard. Con lui da San Antonio è arrivato anche Danny Green, in cambio di DeRozan, sacrificato per l’occasione. I Raptors dovrebbero beneficiarne un po’ in tutti i campi ma soprattutto difensivamente.

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Le sorprese

Le altre sembrano avere davvero poche chance di vincere la Eastern Conference. I primi tra gli outsider sono i Milwaukee Bucks (18) di Giannis Antetokoumpo, ormai uomo franchigia dai numeri supersonici. The Greek Freak da solo non basta, ma i tifosi è meglio che non pensino a tutto il talento passato dal Wisconsin negli ultimi anni senza incidere o comunque senza mantenere le promesse, da Larry Sanders a Jabari Parker a Michael Carter-Williams. Giannis a parte le certezze si chiamano Kris Middleton ed Eric Bledsoe. Nulla che faccia dormire sonni tranquilli, ecco. Però c’è coach Budenholzer, uno capace di portare Atlanta in finale di conference. E gli Hawks del 2015 non avevano più talento di questi Bucks…

Giannis Antetokoumpo, atteso a un’annata da MVP

Poi ci sono i Washington Wizards (23) che devono sempre decidere cosa fare da grandi. Perso Gortat è arrivato Howard, e dallo scambio tecnicamente ci guadagnerebbero ma Superman non mette il mantello più così spesso. Le chance passano sempre per le mani – e per le velocissime gambe – di John Wall e per la definitiva esplosione di Beal e Porter. Ah, finalmente Wall ha anche un back-up degno di questo nome: Austin Rivers. Però tutto questo non dovrebbe bastare per andare oltre a una semifinale di conference.

Gli Indiana Pacers (24) di Oladipo potrebbero sorprendere ancora, ma lo scorso anno tutto ha funzionato forse troppo bene, con una incredibile gara 7 guadagnata e persa contro i Cavaliers. Il roster è buono (Sabonis, Collison e il nuovo arrivato Evans su tutti) ma sarà difficile ripetersi.

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Gli outsider

Miami Heat (35) e Detroit Pistons (56) sono poco più che aspiranti mine vaganti. I Cleveland Cavaliers passano  dall’ennesima vittoria a Est alla quota di 80. L’addio di Lebron James è troppo pesante da digerire, il roster è discreto e le buone notizie arrivano solo per i tifosi di Kevin Love, che tornerà a essere primo violino dopo qualche anno.

I New York Knicks (66) hanno il loro solito posto prenotato all’ufficio “fallimenti annunciati” (complice anche il grave infortunio a Porzingis) insieme ad altre franchigie in eterna villeggiatura come i Brooklin Nets (110) e ad altre in ricostruzione come i Chicago Bulls (100) e gli Atlanta Hawks (125). Occhio comunque ai Bulls che sono molto giovani e hanno della qualità da spendere.

Nella piena mediocrità, infine, navigano Charlotte Hornets (84) e Orlando Magic (96)., dopo anni di progetti di “grandeur” falliti. Kemba Walker è l’unica ragione per pagare il biglietto alla squadra di Michael Jordan, mentre a Orlando non hanno nemmeno quella.

Steph Curry con il fratello Seth, finito ora a Portland

NBA 2019: la Western Conference

I favoriti

Il primo, il secondo e anche il terzo nome è ovviamente quello dei Golden State Warriors. Alla squadra già quasi imbattibile vincitrice degli ultimi due anelli e di 3 degli ultimi 4, si è aggiunto un altro all-star come Demarcus Cousins. Il centro ex Kings e Pelicans è ai box almeno fino a febbraio per la rottura del tendine d’achille, ma una volta che sarà reintegrato i Warriors diventeranno una sorta di dream team. La quota di vincente della Eastern Conference non può che risentire di tutti questi elementi: 1.35.

Chi può impensierirli? Gli Houston Rockets (quota 6.25) di Mike D’antoni hanno tutte le carte in regola per riprovarci, possibilmente senza infortuni che li privino di Chris Paul nel momento cruciale della stagione. All’ex clippers e a James Harden si aggiunge un terzo tenore, un po’ arrugginito: Melo Anthony. Il roster perderà qualcosa difensivamente, vista la partenza di Trevor Ariza, ma dovrebbe ancora una volta competere fino alla fine.

Probabilmente non era mai accaduto che la squadra in cui milita Lebron James avesse una quota di 8.25 per vincere la sua conference. Stavolta è successo ai Los Angeles Lakers, attorno ai quali c’è moltissima curiosità ma anche la consapevolezza che – prescelto a parte – per battere Golden State e guadagnarsi la finale NBA ci vuole ben altro. La crescita di Brandon Ingram è però un bel segnale.

Le sorprese

Gli Oklahoma City Thunder (23) vivono sempre sulle spalle del loro semidio Russell Westbrook e di un Paul George in apparenza tornato devastante quasi come prima dell’infortunio. Il supporting cast è decisamente migliorato, con l’ingaggio dell’ex Atlanta Schroeder come vice-RW e il ritorno di Andre Roberson, recuperato da un grave infortunio e chiave difensiva dei Thunder insieme al fido Steven Adams.

Una scommessa interessante sono gli Utah Jazz (30), orchestra nuovamente affiatata e vincente grazie all’esplosione del rookie Mitchell e alle mirabilie difensive di un quintetto duro come il marmo. Rudy Gobert, infortuni permettendo, è un all defensive team tutti gli anni, supportato da ali dure come Favors e Crawder. Ricky Rubio è nel pieno della sua maturazione cestistica  e, a questa quota, la squadra allenata da Quinn Snyder vale davvero un tentativo.

Fa male vedere i San Antonio Spurs a 38 come vincenti di una Western Conference NBA che li ha visti quasi sempre grandi protagonisti negli ultimi tre lustri. Ma un’era è definitivamente tramontata, dopo i ritiri di Duncan e Ginobili e il triste addio di Parker. Rimane il sistema di coach Pop e un Aldridge deciso a dare finalmente un senso al suo viaggio in Texas. Pesa l’infortunio della stellina Murray.

Denver Nuggets (46) e New Orleans Pelicans (46) hanno valutazioni simili anche se con evoluzioni molto differenti. I Nuggets sono in una fase di ricostruzione “intelligente” intorno al totem Jokic, con una scommessa di nome Isaiah Thomas. Passato dallo status di stella a quello di reietto, IT ri-scommette su se stesso in Colorado. A New Orleans invece le attenzioni sono tutte sul cercare di non fare spazientire Anthony Davis, che dopo 6 anni in Louisiana ha raccolto ben poco. Per convincerlo a non guardare altrove sono arrivati Mirotic, Randle e Payton. Forse basterà per un primo turno playoff, ma non oltre.

Nella mediocrità potrebbero rimanere i Portland Trailblazers (58) e precipitare i Los Angeles Clippers (94). I Blazers del sempre sottovalutato Damian Lillard sono prigionieri di una piazza non troppo appetibile e di un monte salari che non consente grossi margini. I losangelini invece hanno di fatto in Danilo Gallinari il loro leader e questo – non ce ne voglia il top player italiano – la dice lunga sulla consistenza delle loro ambizioni. Sia chiaro, Danilo è un gran giocatore e ha dimostrato tanto anche a livello NBA, ma anche la sua storia di infortuni è purtroppo corposa. I tempi di Lob City sembrano lontanissimi.

Danilo Gallinari, ormai leader ai ridimensionati Clippers

Gli outsider

Il resto delle squadre a ovest è una compilation di varie forme di disperazione. I Dallas Mavericks (105) di Luka Doncic sono da guardare con attenzione, anche per l’ingaggio di Haralabob in qualità di stratega, ma per loro il traguardo massimo è riacciuffare i playoff dopo due anni di digiuno. I Phoenix Suns (140) sono interessanti con un duo potenzialmente letale come Booker e la prima scelta Ayton, ma ancora troppo giovani per poter pensare di avere una stagione con record vincente. Se si lavora bene, comunque, i margini di miglioramento sono enormi. A dare man forte in termini di esperienza e difesa è arrivato Trevor Ariza, ma una rondine non fa primavera. I Memphis Grizzlies (175) sono stretti nella morsa di una serie di contrattoni pesantissimi, i numerosi infortuni e l’età delle stelle Gasol e Conley che avanza. Infine, i Sacramento Kings (200) si apprestano all’ennesima annata da lotteria, ma almeno danno l’impressione di aver iniziato a seminare: De’Aaron Fox e Marvin Bagley potrebbero essere uomini franchigia e stelle della NBA negli anni futuri.

"Assopoker l'ho visto nascere, anzi in qualche modo ne sono stato l'ostetrico. Dopo tanti anni sono ancora qui, a scrivere di giochi di carte e di qualsiasi cosa abbia a che fare con una palla rotolante".
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