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Rio Las Vegas

Rio Casinò: il tempio del poker ha perso la sua anima a Las Vegas

Las Vegas non ha memoria, è una città senza alcun tipo di sentimento verso il passato, guarda sempre verso il futuro. È la sua forza e la sua maledizione e ha fatto presto a scordarsi anche di un suo figlio: il Rio Casinò, una delle strutture - per due mesi l'anno - più frequentate in città per via delle WSOP (per 16 lunghi anni), ma dal 2021 è calato il sipario.

Questa città costruita nel deserto del Nevada seppellisce i suoi templi sotto nuovi strati di neon e cemento armato. Ma ogni tanto, tra una demolizione e l'altra, c'è qualcosa che non crolla di colpo. Qualcosa che muore più lentamente, per consunzione, per abbandono, per quella malinconia senza nome che si chiama decadenza. Il Rio All-Suites Hotel & Casino è una di queste storie.

La storia del poker è stata scritta al Rio

Per sedici anni, dal 2005 al 2021, il Rio è stato la casa del World Series of Poker, la competizione di poker più importante del pianeta. Sedici anni di fiches che tintinnano, di bluff che entrano nella leggenda, di ragazzi spiantati che arrivavano da Omaha o da Stoccolma con una valigia e un sogno e qualche volta tornavano a casa milionari.

Il 3 giugno 2005, Anthony Nguyen vinse il primo braccialetto mai assegnato al Rio, e da quella sera il casinò color carminio su Flamingo Road diventò qualcosa di più di un albergo fuori dallo Strip. Diventò un luogo sacro, nel senso laico e americano del termine.

Hellmuth
Phil Hellmuth ha scritto la storia delle WSOP e del Rio Casinò (photo courtesy of Pokernews)



Phil Hellmuth vinse sei dei suoi diciassette braccialetti al Rio. Millesettecento trenta braccialetti totali furono assegnati in quelle sale, dove si formarono carriere da Hall of Fame, dove Chris Moneymaker aveva già aperto la strada dal suo satellite online nel 2003 e dove ogni estate gli appassionati del poker mondiale si davano appuntamento come in pellegrinaggio. I professionisti si lamentavano dei bagni sovraffollati, delle file infinite, dell'aria condizionata che sapeva di ricircolo eterno. Ma tornavano. Sempre. Perché il Rio era il Rio.

Poi è arrivata la fine, come sempre arriva: prima lentamente, poi tutto insieme.

L'inizio della decadenza

Nel settembre del 2019, Caesars Entertainment — allora proprietaria del Rio — vendette la struttura alla società immobiliare newyorkese Dreamscape Companies per 516 milioni di dollari. Fu il primo segnale. Quando un'azienda cede un asset storico, raramente è perché va tutto bene. Caesars mantenne i diritti sul World Series of Poker (li ha ceduti la scorsa estate alla società proprietaria di GGPoker), e già nel novembre 2021 annunciò ufficialmente che le WSOP si sarebbero spostate sullo Strip a partire dall'anno successivo, ospitate da Bally's e Paris Las Vegas. I contratti erano già scritti da tempo. La partita era già finita.

Tra i veterani del poker che quella sera parlavano con i blogger nelle ultime ore del WSOP 2021 al Rio, nessuno era davvero sorpreso. La struttura aveva raggiunto i limiti della sua praticabilità come sede dell'evento. Il centro congressi, ammettevano in molti sottovoce, aveva problemi di ogni tipo; le file per i tavoli erano diventate proibitive; l'overflow aveva raggiunto proporzioni kafkiane.

Con le WSOP se ne è andata anche l'anima del Rio.

La piccola poker room del Rio e la caduta

La sala poker del Rio, che aveva ospitato circa quattordici tavoli accanto al sportsbook e aveva continuato a funzionare durante tutto l'anno anche quando il World Series si concludeva, chiuse i battenti dopo la partenza delle WSOP. Al suo posto arrivarono le slot machine. È un epitaffio perfetto per qualunque ambizione: dove c'erano i tornei, adesso ci sono le macchinette. Dove c'era la strategia, adesso c'è il caso puro.

Gli anni successivi sono stati un lento catalogo di dismissioni. I clienti affezionati che si ricordano del Rio ai suoi tempi migliori lo descrivono oggi come una specie di città fantasma.

Le vecchie attrazioni

Il Voodoo Lounge sul tetto, che era uno dei locali più spettacolari di Las Vegas con la sua vista sul deserto illuminato, è andato. Il buffet Carnevale del Mondo, che era una delle esperienze gastronomiche più popolari di tutta la città, è andato.

Le giostre aeree sopra il casinò, i Masquerade Village Shows, l'atmosfera brasiliana kitch e scintillante che aveva reso il Rio un luogo diverso da tutti gli altri — andati. Al loro posto, un food court che i clienti nei commenti online sui forum definiscono senza pietà "pessimo".

La nuova proprietà

Come uno spostamento silenzioso ma sismico, la società di credito privato Kennedy Lewis Investment Management è diventata il proprietario di maggioranza del Rio, riducendo Dreamscape — che aveva acquisito la struttura da Caesars nel 2019 per 516 milioni di dollari — a azionista di minoranza.

Dreamscape aveva comprato un sogno. Kennedy Lewis ha comprato un debito. La differenza tra le due transazioni racconta tutto quello che c'è da sapere sulla parabola di questo posto.

Il cambio di proprietà ha coinciso con un'importante ristrutturazione dei vertici dirigenziali: il CFO Christopher Balaban, la VP marketing Michelle Engstrom e la VP vendite globali Laurae Clifford hanno lasciato i loro incarichi nelle ultime settimane, mentre le nuove figure di riferimento strategico sono Lloyd Nathan, presidente della Rio Real Estate Holding Company, e Pavan Kapur, ex dirigente Caesars. Il presidente e CEO Patrick Miller, veterano di MGM Resorts, rimane formalmente al suo posto, ma diverse fonti interne descrivono la sua autorità come ridimensionata dalla nuova proprietà.

È il classico copione della finanza americana quando arriva sui resti di qualcosa che fu grande: nuovi nomi sulle porte, nuove sigle nelle presentazioni PowerPoint, nuovi "piani di sviluppo pluriennale". E intanto il vecchio personale sparisce in silenzio, come i camerieri di una trattoria che chiude.

La ristrutturazione e una gestione tipica di un fondo

Il Rio rimane operativo durante la ristrutturazione a fasi, con rinnovi delle camere, nuovi concept di ristorazione e spazi comuni rinnovati. È la promessa che accompagna ogni declino gestito: "stiamo lavorando, abbiate pazienza, il meglio deve ancora venire".

Ma chi ha conosciuto il Rio quando Penn & Teller (famosissimo duo comico americano) riempivano la sala ogni sera, quando la convention hall traboccava di giocatori da tutto il mondo e quando il nome del posto era sinonimo di poker ad alti livelli, fa fatica a credere che i nuovi proprietari abbiano capito cosa hanno tra le mani.

Forse non importa capirlo. I fondi di credito privato non comprano storie, comprano asset. Non comprano atmosfere, comprano rendimenti. Non hanno nostalgia perché non hanno passato — sono entità finanziarie, non persone, e non hanno ricordi di notti passate a guardare Phil Hellmuth alzarsi di scatto dopo un bad beat o di Chris Moneymaker che cambiava il poker per sempre.

I feedback dei clienti sul "nuovo" Rio

Las Vegas non ha memoria, si diceva. Ma i suoi frequentatori sì. Alcuni giocatori commentano sulla nuova proprietà del Rio sui forum: "Tutto quello che faceva venire la gente al Rio è stato buttato via. Il club sul tetto, le giostre, il buffet, lo spettacolo nel cielo. Senza qualcosa che ci porti lì, questa struttura non troverà mai slancio".

Ha ragione. I casinò di Las Vegas non vendono camere né tavoli da gioco. Vendono anche sogni e intrattenimento. E il Rio ha perso tutto quello che poteva perdere.

La concorrenza dei casinò online

Con la concorrenza dei casinò digitali anche per le sale di Las Vegas, oramai è importante offrire al cliente-gambler un'esperienza diversa rispetto a quella strettamente legata al gioco e l'action ai tavoli, per questa ragione le strutture di medio livello soffrono.

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