Home » Scommesse » Varenne saluta un paese dove si scommette 7 volte di più su cavalli virtuali che su quelli reali, l'analisi della crisi dell'ippica italiana
Il Capitano si è spento a Eboli nella notte tra il 17 e il 18 agosto, a trentun anni. Con lui se ne va l'ultimo cavallo che l'Italia intera conosceva, era diventato un fenomeno popolare.
I numeri raccontano il resto sul declino dell'ippica italiana post Varenne: dai 2,4 miliardi di raccolta di denaro scommesso nell'ippica (escluso il Totip) nel 2000, ai quasi 3 miliardi sfiorati nel 2006, ai 668 milioni del 2025, mentre le corse virtuali al computer oggi muovono un turnover di 5 miliardi di euro.
L'ippica, quando Varenne era all'appice della fama, era addirittura il terzo gioco più importante d'Italia, dietro Lotto e SuperEnalotto; tra il 2001 e il 2003 arrivò persino al secondo posto. Cosa è successo in 25 anni? Proviamo a scoprirlo insieme.
Nell'allevamento LJ di Eboli, provincia di Salerno, c'era un box da trenta metri quadri con due ingressi e tre ventilatori. Dentro viveva un cavallo seguito da due veterinari e da un nutrizionista, che mangiava cinque pasti diversi al giorno. Non era un cavallo qualsiasi: era Varenne, e quel box era la sua pensione dorata, l'ultimo indirizzo di una carriera che non aveva avuto eguali.
Il proprietario dell'allevamento, Dario De Angelis, ha raccontato all'ANSA che al di là degli acciacchi dell'età stava discretamente bene. Poi, intorno alle due della notte tra il 17 e il 18 agosto, si è accasciato. Infarto fulminante, ha certificato il veterinario. Trentun anni, un'età che per un cavallo da corsa è già di per sé un primato — l'ultimo di una collezione che ne conteneva parecchi.
Il resto lo sapete, perché lo hanno scritto tutti: sessantadue vittorie su settantatré corse, oltre sei milioni di euro di premi, il Grand Slam conquistato due volte di fila nel 2001 e nel 2002, unico cavallo della storia a essere eletto Cavallo dell'anno in tre Paesi diversi. Il nome preso dalla rue de Varenne di Parigi, dove sta l'ambasciata italiana. Oltre duemila figli.
Il campione arrivato nel momento chiave dell'ippica italiana
Varenne nasce a Copparo, provincia di Ferrara, il 19 maggio 1995, all'allevamento Zenzalino, figlio dello stallone americano Waikiki Beach e della fattrice italiana Ialmaz. Vince il Derby italiano di trotto nel 1998. Diventa Cavallo dell'anno in Italia nel 2000, 2001 e 2002. In Francia nel 2001 e nel 2002. Negli Stati Uniti nel 2001.
Varenne ha consolidato la popolarità della corsa dei cavalli e lo testimoniano i dati sulle scommesse almeno fino al 2007, quando si era già ritirato.
Nel 2000 la raccolta delle scommesse ippiche in Italia superava i 2,4 miliardi di euro. Dal 2000 al 2007 - come detto - la raccolta si mantiene su standard decisamente alti. Poi inizia il declino e vedremo le ragioni principali che hanno strangolato il mercato.
Questi i dati dell'UNIRE:
Anno
Raccolta scommesse ippiche
2000
€2,461 mld
2003
€2,941 mld
2004
€2,887 mld
2005
€2,759 mld
2006
€2,901 mld
2007
€2,749 mld
2010
€1,733 mld
2025*
€0,668 mld
È anche l'anno (il 2000) in cui viene liberalizzata la raccolta sugli altri sport,schiacciata dopo 10 anni circa da una concorrenza — il calcio, soprattutto — contro cui non ha mai avuto una possibilità, e aggravata da una tassazione eccessiva che abbasserà i payout medio in modo inevitabile e quindi allontanerà gli scommettitori che entrerà in vigore due anni dopo il ritiro di Varenne.
Detto altrimenti: il cavallo più forte che questo Paese abbia mai prodotto ha corso i suoi anni migliori mentre il sistema che lo aveva generato iniziava a morire un paio d'anni più tardi. Varenne è stato il simbolo dell'età dell'oro dell'ippica italiana. Purtroppo la politica e certe scelte degli operatori italiani - successivamente - hanno distrutto tutto.
Il Capitano vinceva il Prix d'Amérique mentre sotto di lui, senza che nessuno se ne accorgesse, si apriva una voragine.
Il crollo dell'ippica italiana in 25 anni
I numeri, messi in fila, hanno la freddezza di un referto e testimoniano il declino in Italia, deciso soprattutto da una tassazione sproporzionata che ha reso poco attrattivo lo sport sul quale scommettere. Pensiamo solo che dal 2018 il prelievo era del 43% (calcolato sui margini) sulla rete fisica e del 47% nell'online. Questo costringeva i bookmakers a abbassare le quote e renderle poco attrattive. I payout medi hanno allontanato gli scommettitori. Il declino è sotto gli occhi di tutti. Ecco i numeri:
Anno
Raccolta scommesse ippiche
2000
2.461 milioni €
2024
649 milioni €
2025
667,9 milioni €
Meno 72% in venticinque anni. Scontando l'inflazione, l'ippica italiana oggi vale poco più di un ottavo di quello che valeva quando Varenne era in pista.
Nel dettaglio del 2025: 667,85 milioni di raccolta complessiva, di cui 608,826 milioni sulle scommesse in agenzia, e 12,164 milioni di euro di entrate erariali. Per dare la misura: nel Rendiconto dello Stato 2025 il gioco pubblico nel suo insieme vale 6,66 miliardi di entrate tributarie accertate. L'ippica ne rappresenta lo 0,18%.
Non è una nicchia. È un residuo. Vediamo nel dettaglio:
Raccolta 2025
Milioni €
Scommesse ippiche a quota fissa
545,83
Scommesse ippiche a totalizzatore
62,96
Multiple a riferimento
~0
Ippica Nazionale
59,06
Totale
≈ 667,85
Chi ha ucciso le scommesse sui cavalli in Italia?
La raccolta delle scommesse ippiche raggiunge il suo culmine nel 2006 (sfiorando i tre miliardi) ma anche nel 2007 regge il colpo. Poi l'inevitabile declino, la genesi ha una data precisa e un fatto ben preciso.
Un atto parlamentare della XVII Legislatura segna la fine dell'ippica italiana: la cosiddetta "legge Masini" — articolo 1, comma 498 della legge 311/2004 — istituì nuove scommesse ippiche a totalizzatore abbassando contestualmente il payout ai giocatori. Il risultato è che la scommessa ippica si collocò fuori mercato, sia rispetto alle scommesse sportive italiane sia rispetto all'ippica di altri Paesi. Lo stesso documento stabilisce che l'intera rete nazionale delle agenzie ippiche poteva essere convertita per gestire altri giochi, facendo dimenticare la missione per cui era stata allestita.
Di fatto, l'ippica italiana è stata uccisa da un comma di una finanziaria, due anni dopo il ritiro di Varenne.
Il colpo di grazia è arrivato dalla legge 205/2017 (legge di Bilancio 2018), art. 1 comma 1051. L'ippica entra nel regime della tassazione sui profitti (il fatto è senza dubbio positivo) e non sulla raccolta, viene quindi applicata la stessa metodologia per le scommesse sportive (dal 2016), ma con aliquote enormemente più alte: il prelievo su tutte le scommesse a quota fissa sulle corse dei cavalli si applicava sui profitti nella misura del 43% in rete fisica e del 47% a distanza (con il gettito destinato per il 33% a titolo di imposta unica e per il 67% al finanziamento dei montepremi e degli impianti).
Quindi: 43% sui margini contro il 18% delle sportive. Una concorrenza non equa che ha affossato ancor di più il movimento.
Le scommesse virtuali
Ma il dato che spiega davvero cosa è successo non sta nel confronto tra il 2000 e il 2025.
Nel 2025 le scommesse sportive virtuali (comprese le corse digitali dei cavalli e dei levrieri) in Italia hanno raccolto 5,086 miliardi di euro e l'aspetto paradossale e che una parte consistente di quella raccolta storicamente avviene proprio nelle agenzie e nei punti remoti. Alla faccia delle vecchie e "mitiche" agenzie ippiche che hanno ispirato anche il cinema italiano.
Al di là della raccolta, la spesa effettiva dei giocatori è stata stimata dai 560 ai 600 milioni di euro, mentre il gettito erariale è stimato tra i 120-140 milioni nel 2025. Il payout medio oscilla in genere tra l'85% e l'88%.
Sono eventi simulati al computer: corse di cavalli che non esistono, gare di cani che non si sono mai corse, partite generate da un algoritmo. Il risultato lo decide il sistema, ogni due o tre minuti, senza pause, senza pioggia, senza un driver che sbaglia la scelta di tempo, senza un cavallo che rompe.
Sette volte e mezzo la raccolta di tutte le corse reali.
Le scommesse sul calcio il grande problema
Per gli esperti però il grande problema dell'ippica italiana sono state le scommesse sportive sul calcio (che ha potuto godere di una tassazione favorevole rispetto proprio ai cavalli).
I bookamers italiani hanno raccolto solo sul betting nel calcio nel 2025 qualcosa come 16,1 miliardi di euro di raccolta, cresciuta di otto volte in diciannove anni (nonostante i divieti pubblicitari) con 401,6 milioni di gettito erariale. Ventiquattro volte l'ippica.
La concorrenza delle scommesse sul calcio e quelle virtuali hanno strangolato il betting ippico e ne ha risentito tutta la filiera in modo drammatico.
Trentun ippodromi (e cinque ammessi con riserva)
Nel 1990 — quando Varenne non era ancora nato — l'Italia contava 36 ippodromi in attività, 1.889 giornate di corse (1.279 al trotto, 610 al galoppo) per un totale di 14.872 corse. E il pubblico: oltre 3.309.000 spettatori nel 1986, scesi a poco più di 2.670.000 nel 1990. Era già l'inizio della discesa, ma erano ancora numeri da sport nazionale, secondo i dati forniti dall'UNIRE.
Oggi, secondo la classificazione MASAF aggiornata con il Decreto Direttoriale n. 585229 del 30 ottobre 2025, gli ippodromi attivi in Italia sono 31: sette a disciplina multipla, undici di proprietà privata, venti pubblica. L'anno prima erano 41, ventacinque al trotto e sedici al galoppo — ma va detto con onestà che il salto da 41 a 31 non è tutto reale: dipende in buona parte dall'aggiornamento dei criteri di qualificazione, che ha escluso gli impianti meno attivi e non conformi. Il che, letto da un'altra angolazione, significa semplicemente che dieci impianti non reggevano più gli standard richiesti.
Il calendario 2026 prevede 775 giornate di trotto e 381 di galoppo (di cui 40 in ostacoli), più nove finanziate dalla Regione Sardegna: erano 800 e 400 nel 2025. Meno 4%.
Sul galoppo, l'associazione Nuovo Galoppo Italia ha calcolato che tra il 2023 e il 2025 le corse sono passate da 2.641 a 2.445, i partenti da 21.495 a 20.495, con 196 giornate di lavoro in meno — meno allenamenti, meno scuderie, meno addetti. Il montepremi reale nel 2025 è cresciuto dello 0,96%.
Sono spariti o hanno perso la loro funzione Tor di Valle a Roma, chiuso nel 2013, Le Mulina a Firenze, il vecchio trotto di San Siro.
Follonica è chiusa: non sospesa, non riorganizzata — chiusa. Ferrara ha dichiarato l'indisponibilità a proseguire l'attività e si è vista revocare il riconoscimento dal MASAF. Proprio Ferrara. La provincia dove Varenne è nato. L'ippodromo dove il Capitano avrebbe potuto correre non corre più.
A Villacidro la revoca ha colpito la società di gestione. A Livorno il bando per il Caprilli è andato deserto, e solo un affidamento diretto dell'ultima ora, all'inizio del 2026, ha evitato la paralisi.
Nel calendario 2026, Roma, Livorno, Varese, Sassari e Taranto sono ammessi con riserva.
In Gran Bretagna l'Ippica non è in crisi
A questo punto scatta il riflesso condizionato ed è facile dare la colpa ai giochi concorrenti e al digitale, alle nuove abitudini dei giovani che non guardano più le corse dei cavalli. Comodo. E smentito dai fatti, perché negli altri paesi i tempi sono gli stessi ma i risultati sono diversi, come in Gran Bretagna e in Francia. Quindi la crisi dell'ippica italiana ha radici più profonde e complesse.
Nel 2025 gli ippodromi britannici hanno registrato 5.031.640 spettatori, il 4,8% in più del 2024, con una media di 3.526 presenze su 1.427 riunioni: è la prima volta sopra i cinque milioni dal 2019. E il dato che dovrebbe far riflettere chi si consola dicendo che i ragazzi non ci vanno più: 211.447 under 18 registrati, in crescita del 17%. Il trend è proseguito nel 2026, con 696.611 presenze nel solo primo trimestre.
Non è magia. Nel Regno Unito, il giorno delle corse è stato trasformato in un'esperienza: prezzi dinamici, intrattenimento, biglietterie ben gestite, ippodromi con strutture adeguate, programmi fedeltà, serate con musica, campagne pubblicitarie nazionali. L'ippodromo è un luogo per sviluppare rapporti sociali e offre intrattenimento come se fosse un cinema. A prescindere dal betting.
In Francia, il PMU (Pari Mutuel Urbain) muove un mercato da nove miliardi di euro e occupa circa 65.000 persone (le giocate confluiscono in un montepremi comune); in Irlanda, l'ippica porta agli ippodromi 1.316.000 spettatori l'anno.
Ma attenzione a non costruire il mito dell'estero perfetto, perché sarebbe falso. Nello stesso rapporto in cui celebra le presenze, la British Horseracing Authority registra che le scommesse sulle corse continuano a calare anche in Gran Bretagna, e prevede una contrazione dei partenti tra il 6 e il 7% dal 2024 al 2027. Gli inglesi non hanno risolto le problematiche legate al betting però sono riusciti a preservare il pubblico ed è già una buona notizia per il movimento. È già molto più di quanto abbiamo fatto noi, che abbiamo perso entrambi.
Il rilancio con una tassazione più equa
Va detto che dal 2025 qualcosa si è mosso. La Legge di Bilancio ha tagliato il prelievo sulle scommesse ippiche a quota fissa dal 43% al 20,5% sulla rete fisica e dal 47% al 24,5% sull'online, allineandolo a quello dello sport.
L'effetto c'è stato: la raccolta 2025 è salita del 2,91%, trainata dalla quota fissa e concentrata nella seconda metà dell'anno. A febbraio 2026 il totale ha segnato +19,83%, con la quota fissa a +25,79%. A giugno 2026 la raccolta d'agenzia più ippica nazionale ha toccato 51,9 milioni, +3,25% sul 2025 e +10,6% sul 2024.
Nello stesso giugno 2026, il prelievo erariale è sceso a 2.080.467 euro, contro i 2,3 milioni di giugno 2025 e i 3,47 milioni di giugno 2024. Se tutto ciò fosse stato rivisto nel 2000 forse avremmo visto un altro film nel mercato italiano, ma la colpa nell'aver distrutto il betting ippico è sia dello Stato che degli operatori che hanno accettato queste condizioni senza batter ciglio, quando, ai tempi, avevano una certa influenza.
Ecco il paradosso perfetto ma inevitabile nel 2025: si gioca di più e lo Stato incassa meno, perché la ripresa è stata comprata con lo sconto fiscale. È una scommessa legittima — rinunciare al gettito oggi per riavere volumi domani — ma è una scommessa, appunto, e per ora il conto è in rosso.
C'è un secondo dettaglio, più sottile e più definitivo. A giugno 2026 la quota fissa ha rappresentato quasi il 90% del volume scommesso sulla rete d'agenzia.
Il totalizzatore, l'ippica nazionale, il gioco che nasce dalla corsa e vive della corsa, è ormai un residuo dentro il residuo. L'ippica italiana sta sopravvivendo smettendo di essere ippica: diventando un prodotto da bookmaker come tutti gli altri, con la sola differenza che i cavalli, a differenza dei virtuali, bisogna ancora nutrirli.
L'eco mediatico per Varenne
Varenne è stato l'ultimo personaggio vero di un settore che è oramai rimasto isolato dalla comunicazione. Lo ha dimostrato anche da morto.
Alla fine, il modo in cui l'Italia ha salutato il Capitano dice più di qualsiasi dato riportato in questo articolo. Coccodrilli pronti da anni nei cassetti delle redazioni, prime pagine sui quotidiani sportivi, l'annuncio dato da una pagina Instagram come si fa per le persone celebri, il sindaco di Copparo che scrive "ci mancherai, figlio del vento".
Un Paese che non va più agli ippodromi ha pianto un cavallo per due giorni. Non è ipocrisia. È nostalgia, che è una cosa diversa e più triste: il ricordo di quando quelle corse le guardavamo davvero, di quando il Gran Premio Lotteria di Agnano era un appuntamento e non una voce di un decreto ministeriale, di quando un trottatore nato in una notte di tempesta a Copparo poteva diventare famoso quanto un centravanti.
Varenne è morto in un box da trenta metri quadri con tre ventilatori, accudito meglio di quanto questo Paese abbia accudito lo sport che lo ha prodotto. Se ne è andato lasciando duemila figli e un settore che, nell'anno della sua morte, raccoglie sette volte e mezzo meno di quanto si scommetta su cavalli (virtuali) che non hanno mai avuto un box, un nome, un cuore da fermare.
Il Capitano ha corso l'ultima. Il resto della corsa, adesso, tocca a chi resta — e per il momento nessuno sembra avere una gran fretta di scendere in pista.