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Poker e divieto di pubblicità: stop agli influencer, fine dei giochi per le sponsorizzazioni, addio patch!

Il regolamento AGCOM, in attuazione del ban sulla pubblicità, dà uno stop esplicito agli influencer: è la fine delle sponsorizzazioni nel poker. L'epoca delle patch volge al termine in Italia a luglio.

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15/05/2019 16:30

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L’articolo 5 del regolamento AGCOM in merito al divieto della pubblicità nei giochi introdotto dal Decreto Dignità, di fatto sancisce la fine delle sponsorizzazioni nel poker. Il comma 2 è la pietra tombale in Italia del grande sogno dei giocatori di poker, quello di essere pagati e poter indossare una patch, come lo erano i vari Minieri e Pagano negli anni d’oro del poker italiano.

Ne è passata di acqua sotto i ponti, il mercato è cambiato ma anche le leggi non aiutano. Diciamo che il poker italiano ha subito diversi sabotaggi (ed anche finte difese dall’industria), ad iniziare dalla mancata attuazione del regolamento attuativo nel poker live (nonostante l’esistenza di due leggi approvate dieci anni fa!). E’ una lunga storia di sgarri fatti al movimento del texas hold’em, uno dei pochi skill games offerti sul mercato italiano. La ciliegina sulla torta è senza dubbio il Decreto “Dignità”.

Con il regolamento, ci siamo levati ogni dubbio. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni è molto chiara all’articolo 5, comma 2 quando definisce l’ambito di applicazione oggettivo della legge:

Articolo 5

1. È vietata, ai sensi dell’art. 9 del decreto, qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, di sponsorizzazione, o di comunicazione con contenuto promozionale del gioco con vincita in denaro.

2. Oltre alle tradizionali forme di pubblicità, vanno considerate comunicazioni
commerciali vietate, a titolo esemplificativo:

  • il product placement;
  • la distribuzione di gadget brandizzati dei prodotti di gioco;
  • l’organizzazione di eventi con premi costituiti da prodotti brandizzati;
  • le manifestazioni a premio come definite e qualificate dal d.p.r. 26 ottobre 2001, n. 430;
  • la pubblicità redazionale;
  • la pubblicità, diretta e indiretta, effettuata dagli “influencer”.

L’ultimo punto non lascia scampo e non dà spazi di manovra interpretativi. E’ la fine del sogno, seppur il sogno fosse già stato ridimensionato.

Il modello di business delle sponsorizzazioni in Italia era già stato abbandonato con il tramonto della liquidità condivisa. Quando l’Italia da paese promotore si è ritirata dal progetto comune (portato poi avanti da Francia, Spagna e Portogallo) su forti pressioni da parte delle lobby nazionali, aveva poco senso sponsorizzare giocatori. Per gli italiani la strada si è fatta in salita.

Sappiamo oramai che il mercato è cambiato negli ultimi 3 anni: le nuove sponsorship nel poker non sono più quelle classifiche. Le rooms investono soprattutto su chi sviluppa e produce contenuti, soprattutto video divertenti e dinamici che riescono ad attirare l’attenzione su Twitch e su Youtube di centinaia di curiosi ed appassionati. Se lo streamer è anche un giocatore credibile, come Lex Veldhuis, allora la ricetta diventa vincente.

Alla luce del divieto stabilito nel regolamento, è senza dubbio una perdita d’opportunità importante per gli streamers e youtuber che si stanno facendo strada nel poker e che rappresentano la nuova versione 2.0 delle sponsorizzazioni nel poker.

Non a caso PokerStars ha appena ingaggiato 12 nuovi streamer per Twitch: due sono francesi e due spagnoli, proprio per promuovere il proprio brand nel nuovo mercato europeo regolamentato. Non ha potuto in alcun modo prendere in considerazione candidature italiane.

Con il divieto di pubblicità ed il regolamento che stabilisce lo stop agli influencer (quindi anche streamer e testimonial su piattaforme “generaliste” come Facebook e Youtube per esempio), non sarà più consentita alcuna attività promozionale sia diretta che indiretta. Si torna, per quanto riguarda la comunicazione ed il marketing, all’età della pietra senza risolvere nulla in merito alle ludopatie.

Tutto a favore dei siti illegali, della criminalità organizzata e di tutti coloro che lavorano nel black market. Non lo diciamo noi: questo concetto lo ha espresso il Procuratore antimafia Federico Cafiero De Raho in una conferenza pubblica la scorsa settimana:  “Intervenire vietando di fatto di giocare legalmente, per un verso non garantisce una libertà che deve essere comunque rispettata, per l’altro spalanca praterie per il gioco illegale”.

“La repressione deve riguardare l’illegalità, e in proposito la politica dovrebbe intervenire dotando le Forze dell’ordine e gli inquirenti di strumenti più avanzati. Una cosa è certa: il proibizionismo, in questo come in altri settori, ha sempre dimostrato di non essere una soluzione”.

Queste norme non fanno altro che rinforzare il mercato illegale e stroncare le aspettative e gli investimenti degli operatori legali che non possono più sentirsi tutelati. Tutto ciò per cosa? Nella legge non è stato dimostrato nulla in termini di tutela della salute, nessun dato scientifico è stato citato. Solo una manovra demagogica senza logica che va a falcidiare gli operatori che rispettano la legge e penalizza anche i giocatori che rischiano di finire in modo inconsapevole su piattaforme illegali e senza alcuna tutela. A perderci sarà anche il gettito fiscale del settore.

Nonostante nelle leggi di bilancio siano state previste (in modo erroneo e voluto) stime in aumento per le gaming revenues (quando tutti, compresi noi, abbiamo denunciato forti perplessità), lo Stato perderà come minimo, nel 2019, almeno 1,4 miliardi di euro di entrate dai giochi, nonostante abbia fortemente penalizzatoi giocatori problematici con l’abbassamento del payout nelle slot e le VLT (facendo il contrario rispetto a quando dichiarato, ovvero tutelare i players). Una politica miope e senza alcuna logica, capace solo di nascondersi dietro annunci demagogici ma che sta causando seri danni al gettito fiscale (e quindi al bilancio dello stato con ammanchi non previsti) e agli operatori legali italiani.

Si fanno sempre più forti rumors di un probabile ricorso da parte di una importante azienda del settore, un passo inevitabile che sarà – molto probabilmente – il primo di una lunga serie.

Fine seconda parte

Decreto Dignità – Le linee guida AGCOM – prima parte

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