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Poker online e fisco: perché lo Stato deve salvare 315 milioni di euro

Il Commissario alla spending review Carlo Cottarelli è consapevole che lo Stato Italiano rischia di perdere 315 milioni di euro di entrate fiscali per i prossimi sei anni? E’ il gettito garantito (solo) dai tornei di poker online, da quando sono stati autorizzati in Italia, in base alle stime fornite da Agimeg. La soluzione per garantire un gettito simile in futuro è dietro l’angolo (liquidità internazionale) ma l’immobilismo regna sovrano.

E stiamo parlando di parecchi soldi, se pensiamo che solo la scorsa settimana lo stesso Cottarelli aveva dichiarato che nel 2015 poteva risparmiare ben 500 milioni, tagliando 6.000 aziende partecipate degli enti locali.

Da una parte si cerca di risparmiare mezzo miliardo di euro e dall’altra non si fa nulla per preservare altre risorse preziose per 315 milioni? Per non parlare delle notevoli entrate che può garantire potenzialmente il cash game. Ma oggi il nostro focus è soprattutto sui tornei per una ragione storica.

Il 2 settembre 2008, si giocò la prima partita su una piattaforma autorizzata dai Monopoli di Stato. Da allora, il fisco ha potuto beneficiare dei soldi dei players italiani. In sei anni, sono stati “investiti” in buy-in (in modalità poker tournaments: Mtt e sit and go), la bellezza di 10,6 miliardi di euro: 9,3 miliardi sono rientrati ai giocatori, come vincite. La spesa effettiva risulta di 1,3 miliardi e allo Stato italiano sono stati garantiti 315 milioni.

Nel 2010 si è registrato il picco: 3 miliardi di euro giocati. Poi la concorrenza del cash game e la fuga di molti “cervelli” all’estero ha fatto il resto.  Nel 2012 si è registrato un calo del 40%, il 38% nel 2013 e nel primo semestre 2014 la flessione è stata pari al 23,5%. I dati di luglio 2014 non sono confortanti: la spesa è diminuita del 17,2%. Sulla stessa linea il cash game (-20%).

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Carlo Cottarelli, commissario alla spending review

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Come detto l’esodo dei pro negli ultimi 12 mesi è stato massiccio. L’ultimo ad essersi trasferito a Londra è Andrea Dato. I torneisti italiani vogliono competere ai massimi livelli (e godere di montepremi nettamente più alti) e per questo motivo, i players migliori e preparati hanno deciso di cambiare residenza e di giocare sulle piattaforme internazionali.

Per evitare un simile esodo, l’Agenzia delle Dogane e Monopoli aveva pensato a creare una liquidità comune con Francia e Spagna. Ma a Parigi il Parlamento ha stoppato il progetto e il sogno è finito nel cassetto. Ma è il momento di svoltare, non di rimanere immobili dinanzi ad un mercato in evoluzione che mostra esigenze diverse rispetto a 6 anni fa.

Eppure la soluzione migliore è anche la più semplice da attuare: basterebbe solo seguire l’esempio britannico che tra poche settimane permetterà ai propri giocatori di continuare a giocare sulle piattaforme dot com, ma con l’obbligo di fare log-in dai siti autorizzati nel Regno Unito che verseranno il 15% del rake lordo all’erario di Sua Maestà.

ADM ha già stretto accordi con i principali network (in primis iPoker) per rendere effettive misure restrittive sul gioco offshore e non sarebbe affatto sbagliato, concordare con le medesime compagnie, semplici soluzioni tecniche per aprire il mercato italiano alla liquidità internazionale, come avviene già da anni in Danimarca, Belgio ed in altri paesi europei. Considerando anche le entrate del cash game, la posta in palio per lo Stato italiano è notevole.

Giornalista e consulente nel settore dei giochi da più di due decenni, dal 2010 lavora per Assopoker, la sua seconda famiglia. Ama il texas hold'em e il trading sportivo. Ha "sprecato" gli ultimi 20 anni della sua vita nello studio dei sistemi regolatori e fiscali delle scommesse e del gioco online/live in tutto il Mondo. Editor in Chief.