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Poker live: i “garantiti sui garantiti” e il masochismo dei giocatori

L’evoluzione del mercato del poker live non è qualcosa di semplice da interpretare, ma di certo regala un panorama piuttosto attendibile della percezione dell’offerta di gioco nel popolo dei giocatori, una cartina di tornasole sulla consapevolezza media del poker player. Un fenomeno recente, per esempio, è quello del “garantito sul garantito”. Ci sono alcuni casinò, come ad esempio Campione d’Italia, che offrono tornei con montepremi garantito e una quota di quest’ultimo a sua volta garantita per il primo posto.

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Sgombriamo subito il campo: non intendo andare a favore o contro le politiche del Campione Poker Team o le scelte imprenditoriali di altri gruppi, demonizzare o glorificare non rientrano nei miei intenti. Cerco solo di elaborare un pensiero critico su una materia che seguo professionalmente da diversi anni.

LA FORMULA IDEALE? IL WTA!

La prima considerazione che credo sia opportuna fare è in realtà una domanda: quale è il torneo di poker ideale? La risposta, ponendosi nella posizione di un purista assoluto del gioco, sarebbe semplice: il torneo di poker ideale è il winner takes all.

Tutto il montepremi raccolto che va a colui che è riuscito a impossessarsi delle chips di tutti gli iscritti. Apoditticamente ineccepibile, la formula non fa una grinza, ma la sua popolarità è ovviamente molto bassa, perchè “troppo” meritocratica e perchè avrebbe la prevedibile conseguenza di dare un colpo di grazia alla voglia dei giocatori di spendere soldi per sedersi intorno a un tavolo con una minima percentuale di chance di vincere l’intera torta e la sostanziale certezza di tornare a casa a mani vuote. Quello di mandare a premio tra il 10 e il 15% dei partecipanti a un evento è dunque da leggersi come un compromesso indispensabile, per rendere il prodotto torneo vendibile alla massa.

UN GARANTITO È PER TUTTI

La seconda considerazione riguarda l’esistenza stessa dei montepremi garantiti, una trovata commerciale (che comporta un rischio d’impresa a volte sottovalutato) additata da alcuni come “diseducativa”, ma che in realtà ha il pregio di attirare una larghissima maggioranza dell’utenza potenziale di un torneo live, ovvero

  • il giocatore occasionale, attirato dalla grossa cifra e dalla (seppur remota) possibilità di mettersene in tasca una fetta importante.
  • il professionista o semi-pro, in cerca di possibili situazioni vantaggiose come gli overlay o i big shot, ovvero quegli eventi dall’alto garantito nei quali, per l’alta presenza dei già citati occasionali, fornisce loro una buona possibilità di fare la “shottata” che ti cambia l’anno, o a volte la carriera

Quella del garantito è dunque ormai una prassi consolidata ma anche un’arte, perchè un organizzatore deve riuscire a fare quadrare l’attrattività dei soldi messi in palio con le proprie possibilità economiche e i rischi presi nell’offrire un montepremi alto.

IL GARANTITO 2.0: TANTI SOLDI AL PRIMO

Oggi c’è questa nuova tendenza, del garantito sul garantito, che tuttavia non credo nasca da una sorta di nostalgia per il “torneo ideale” (il già citato WTA), bensì dall’esigenza di esercitare una ulteriore attrattiva, quella che risponde a una domanda tipica del giocatore occasionale: “Ok, ma quanto posso vincere?”

Se la risposta è – facciamo un esempio – di 15.000€ su un buy-in da 150€, l’amatore si fionda al tavolo. Problemi? Nessuno, è una trovata legittima e professionisti navigatissimi come Andrea Bettelli (cito solo il più affermato), che sanno interpretare e a volte anticipare le tendenze, la mettono in atto perchè sanno che c’è una richiesta in quella direzione.

Adrian Buckley, l’ultimo dei ‘Millionaire’ creati dalle WSOP

MILLIONAIRE E L’ESEMPIO WSOP

Questa tendenza di mercato nasce probabilmente dalla felice intuizione delle WSOP, che a partire dal 2013 hanno messo in programma il cosiddetto “Millionaire Maker”, torneo da 1.500$ che garantisce un primo premio da 1 milione di dollari. Un successo da 6433 nel primo anno, diventati 7977 nel 2014 e con un leggero calo a 7275 lo scorso anno. Numeri pazzeschi.

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ITM: IL FALSO MITO DEL POKER LIVE

Caso WSOP a parte e tornando a casa nostra, il problema di queste formule – e in generale delle politiche sui garantiti – è che inducono tutti a guardare all’insù, mentre un aspetto cruciale per la sostenibilità stessa del giocare live risiede nelle parti meno nobili dei payout.

A parole tutti giocano per il primo posto, ma guardando cosa succede in bolla in molti tornei fa capire come la verità è molto diversa. Il fascino della bandierina su Hendon Mob è sempre alto, poco o nulla scalfito dai vari spauracchi di inchieste come la famigerata “operazione allin”. Avere il proprio nome sul payout di un torneo rappresenta un motivo di orgoglio che è – diciamolo pure – spaventosamente sopravvalutato.

Chiudere 62° in un torneo da 400€ e incassare 650€ mi consentirà sì di avere il mio nome cliccabile sul sito che ospita anche Mustapha Kanit e Max Pescatori, ma se il torneo è durato 4 giorni e io ho sborsato almeno due volte il premio incassato solo di spese vive (hotel, cibo, carburante, autostrada senza considerare altri possibili “vizi”), allora Hendon Mob starà lì a certificare che al torneo taldeitali ho perso almeno 1.000€.

SUI SOCIAL SPEWONI, AL TAVOLO NITTONI

Sui social e davanti agli amici potrete anche dire “solo per i massimi, go go go” ma quando siete lì, davanti a un push in una bolla che vale -1.000€ (meno mille euro, per chi potesse fraintendere), siete capaci anche di mettere sotto KK.
Gli organizzatori lo sanno e si regolano (giustamente) di conseguenza, perchè al giocatore in fondo piace essere anche un po’ preso in giro.

Questi limiti culturali si palesano in alcune contraddizioni che sono sotto gli occhi di tutti: i giocatori attratti dai “miraggi” dei super garantiti per i primi premi sono sovente gli stessi che poi si fanno in quattro per “salvare” una bollina da 300€.

GARANTIRE I MINIMI?

Perciò lancio una provocazione, su quella che vorrei fosse la prossima tendenza: garantire un premio minimo che tenga conto delle spese medie in rapporto alla durata del torneo, che permetta almeno di avere un piccolo guadagno reale, tornando a casa con la maledetta “bandierina” ma senza avere impoverito il bankroll, e con la prospettiva di poterlo rifare puntando magari più in alto. Dubito che se ne farà qualcosa, perchè riconosco che il miraggio di un primo premio molto alto rappresenta un incentivo molto più forte di un “andate itm, ma per davvero”.

Nel prossimo editoriale mi occuperò di un altro aspetto contraddittorio dei tornei live italiani, in qualche modo legato con i temi trattati oggi. Si tratta di qualcosa di cui molti lamentano l’assenza o l’insufficienza, ma che forse non interessa poi così tanto: la giocabilità dei tornei.

"Assopoker l'ho visto nascere, anzi in qualche modo ne sono stato l'ostetrico. Dopo tanti anni sono ancora qui, a scrivere di giochi di carte e di qualsiasi cosa abbia a che fare con una palla rotolante".