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Un blogger all’EPT Berlino e un sabato di poker, panico e pistole

Mancava solo un’ultima carta, e poi per Luca Cainelli sarebbe stato double up: gli occhi incollati sul board, in attesa di scattare una foto, ad aspettare una carta che nulla possa cambiare. Che non sarebbe arrivata mai. D’improvviso delle grida, girarsi è un attimo: una stampede umana che si riversa confusamente per la sala, persone che si rincorrono urtandosi le une con le altre, senza riguardi, ciascuna animata da umano, innato egoismo.

Altri si rifugiano sotto ai tavoli, come insegnano ai bambini delle scuole in caso di terremoto, come mai pensi possa servirti, come mai ti aspetteresti di vedere degli adulti. Non c’è paura finché non c’è coscienza: mentre l’impalcatura del tavolo finale di questo EPT di Berlino crolla urtata dalla folla, ancora non riusciamo a capire che cosa stia succedendo, quale sia la fonte di questo panico, che pure appare incontrollabile.

Le immagini che vengono alla mente sono quelle riportate dalla televisione, dai racconti o dai libri, che si mescolano confusamente con la più insensata fantasia: sono scene che ricordano i vicoli di Pamplona, e da un tratto all’altro ti aspetti che possa spuntare un toro inferocito in mezzo alla sala, senza che questo possa mai davvero accadere. Paradossalmente, sembrerebbe quella la spiegazione più semplice per giustificare il tutto. In fondo, cos’altro puoi mai star succedendo?

La paura vera è quella verso la gente come te, che ti circonda e spintona senza neanche sapere da cosa stia sfuggendo, come troppo spesso gli accade forse anche nella vita. Potresti cadere, finire calpestato: a qualcuno è successo, seppure senza gravi conseguenze.

Ad un tratto – quando la gente è ancora accalcata, accucciata, abbracciata in sala – arriva la voce giusta: si tratta di una rapina. Dove sono i rapinatori? Che facce hanno? Sono armati, stanno sparando, sono a poca distanza, forse a pochi passi, magari a qualche metro? Poco importa, a quel punto. Viene dato l’ordine di evacuazione, e come sempre accade in questi casi – quando il senso di smarrimento si impadronisce di te – andare, allontanarsi, scappare purché sia, diventa più importante di conoscere il dove o il perché.

In pochi istanti, increduli più che impauriti, siamo fuori dall’albergo senza che del pericolo si sia visto l’ombra. Fa freddo, cade un velo di neve: siamo usciti senza giacca, così come eravamo, ed io non ho con me nient’altro che una macchina fotografica, un taccuino e una matita.
Il primo pensiero è per la sala stampa, dove ero fino a pochi minuti prima, da dove forse nessuno ha fatto in tempo ad uscire. Non ho con me il telefono, non posso avvisare le persone che erano con me che sto bene e che mi sto mettendo al sicuro, da cosa non lo so neanche io. Non ho idea di cosa possa essere successo a loro.

Andiamo nella camera d’albergo di Emanuele Rugini, dal suo computer ci colleghiamo sul blog e capiamo che la situazione è cambiata: dei banditi nessuna traccia, nulla resta se non vetri rotti, tavoli rovesciati, volti di persone che si guardano intorno smarrite o che si sono riversate in strada come di fronte a una maledizione.

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Torniamo all’albergo, la polizia è arrivata quando a noi non interessa più: tutto è tranquillo, nessuno si è fatto davvero male, forse si riprende perfino a giocare. Sarebbe ipocrita dire che abbia provato paura, ma non perché io sia più coraggioso di qualcun altro: è solo che forse sono più vanitoso. In casi come questi, infatti, una volta che tutto è risolto senza alcun danno grave si è perfino contenti, di quella gioia malsana che ti porta a pensare di poter dire che anche tu c’eri, che adesso puoi riderci sopra, che in fondo si sia trattato soltanto di un episodio, di una bizzarra, stramba avventura.

Certo, poteva finire in modo molto diverso, per te, per gli altri, per tutti quelli che per giorni hanno percorso quel corridoio decine e decine di volte. Come gli altri, come te. Ma certe cose, ancora una volta, forse è meglio non raccontarsele.

Quel river incompiuto inaspettatamente poi arriverà: sarà un cinque di cuori, capace di dare al nostro Cainelli il double up sul ragazzo finlandese – Ilari Tahokallio – che per ironia della sorte lo eliminerà in undicesima posizione, giungendo al tavolo finale.

Poteva non vederlo, quel cinque di cuori, poteva tenersi le sue chips che i capricci del caso gli davano l’opportunità di risparmiare. Come molti avrebbero fatto. Ha deciso diversamente, di vederlo quel river, quasi a cancellare tutto quello che lo aveva lasciato in sospeso, o forse perché un ragazzo di vent’anni il significato della parola sport lo conosce davvero.

Una ragione in più per tifare per lui, adesso che non ci sono gli italiani. Ma questa è un’altra storia. O magari no.
Piero Pelosi

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