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Poker scam

Le partite truccate di poker high stakes a Manhattan, Miami e Las Vegas con stelle NBA: ecco come avveniva la truffa

Questa storia che vede come protagonisti i tavoli da poker high stakes a Manhattan e Las Vegas, con ricchi uomini d'affari e stelle NBA coinvolte, dimostra come la mafia si sia evoluta anche dal punto di vista tecnologico con le truffe, usando nuovi sistemi per truccare le partite più esclusive. Alla fine, Angelo Ruggiero Jr, erede di una delle famiglie più potenti e influenti (la famiglia Gambino), una delle menti di questo giro di partite, si è dichiarato colpevole.

L'erede e le partite di poker private

A Howard Beach, Queens, dove una volta abitava John Gotti e il pomeriggio profumava di salsa di pomodoro e di paura, il figlio di un vecchio boss soprannominato "Quack Quack" si è dichiarato colpevole per una truffa telematica ai tavoli da poker. La mafia, quella che i nostri nonni immaginavano in gessato e coppola, si è dovuta reinventare e aggiornare. E come sempre, in America, la reinvenzione è la sola religione davvero praticata. Del resto proprio Gotti e le famiglie italo-americane furono incastrate dall'FBI proprio grazie a una tecnologia avanzata con le intercettazioni ambientali che distrussero il potere mafioso a New York. Almeno quello dei gruppi criminali di origine italiana.

Angelo Ruggiero Jr., cinquantatré anni, di Howard Beach, ha ereditato un cognome che a Queens si pronunciava a mezza voce. Suo padre, era Angelo Ruggiero senior. Era capodecina dei Gambino, incastrato anche lui dalle intercettazioni dell'FBI, sodale di John Gotti, il "Dapper Don" che negli anni Ottanta usciva dal tribunale sorridendo alle telecamere come una star del cinema, prima che le stesse telecamere lo seppellissero.

La dichiarazione di colpevolezza

Il padre è morto da tempo. Il figlio si è presentato in aula a New York, questa settimana, per dichiararsi colpevole di associazione a delinquere finalizzata alla frode telematica conspiracy to commit wire fraud, la formula che i procuratori americani infilano ormai in qualunque cosa, dai cartelli della droga alle catene di Sant'Antonio.

Con lui si sono arresi altri tre uomini: Nicholas Minucci, trentanove anni, e Shane Hennen, quarantuno, di Philadelphia, colpevoli dello stesso reato; e il giorno prima Joseph Lanni, cinquantaquattro anni, di Staten Island, che ha ammesso di aver gestito una bisca clandestina. Fanno quindici, sui trentuno incriminati lo scorso ottobre, che hanno smesso di combattere.

New York City
New York City, a Manhattan le partite più esclusive

La truffa ai tavoli da poker: il quarterback

Ma il cuore della storia è una macchina, un mescolatore automatico di carte. Perché la mafia del terzo millennio non bara più con le carte segnate a inchiostro invisibile o con l'asso nella manica, trucchi da western di serie B. Secondo l'accusa, gli uomini delle famiglie Gambino e Genovese organizzavano partite di poker ad altissima posta a Manhattan, negli Hamptons dove villeggiano i miliardari, e a Las Vegas, che è la capitale morale di tutta questa faccenda. E lì entrava in scena la tecnologia.

Il meccanismo, così come lo descrivono i documenti giudiziari, ha l'eleganza fredda di un colpo ben congegnato. Un apparecchio nascosto — fornito, sostiene la procura, proprio da Hennen — era in grado di leggere il valore e la sequenza delle carte mentre venivano mescolate, prima ancora che il mazziere automatico le distribuisse.

Quell'informazione volava a un operatore fuori sede, un uomo invisibile seduto chissà dove davanti a uno schermo, che conosceva lo sviluppo dell'action del tavolo come un dio minore. Costui la ritrasmetteva a un giocatore complice attraverso una figura che gli americani, con il loro genio per le metafore sportive, chiamavano il quarterback: il regista, colui che chiama gli schemi. E il regista, con segnali convenuti — un gesto, un tocco, una parola in codice — diceva al proprio uomo al tavolo esattamente quando spingere e quando lasciar perdere.

“Se sei in un casinò regolamentato, non devi avere paura. Ci sono contratti, tecnici autorizzati, controlli continui. È tutto sotto supervisione. Ma se quella macchina finisce in un mercato secondario, o peggio, in una partita privata… allora sì, è un disastro annunciato”

Doug Polk nel 2025

La macchina che leggeva le carte

Il DeckMate 2, il mescolatore automatico che trovi legalmente nei casinò di mezzo mondo. Ti spiego come, secondo l'accusa, è diventato l'arma del trucco.

Cos'è e perché proprio lui. Il DeckMate 2, prodotto da Light & Wonder, non si limita a mischiare le carte: al suo interno ha una telecamera che legge le carte per verificare che il mazzo sia completo. È una funzione nata per l'onestà — controllare che non manchi nulla — ma è esattamente lì che si annida il difetto. Quella telecamera "vede" l'intero ordine del mazzo appena mescolato.

La vulnerabilità

Nel 2023 — quindi ben prima dell'inchiesta — i ricercatori di sicurezza della società IOActive avevano già dimostrato pubblicamente il problema. Un piccolo dispositivo inserito nella porta USB del mescolatore poteva leggere le carte dalla telecamera interna e trasmetterne l'ordine a un telefono nelle vicinanze. Il ricercatore Joseph Tartaro lo aveva riassunto senza mezzi termini: accedendo ai dati della telecamera si conosce l'ordine del mazzo, e quando quelle carte entrano in gioco si sa esattamente la mano che ognuno riceverà. Non è una lettura probabilistica: è la certezza matematica di come finirà la distribuzione. Dopo la dimostrazione di IOActive, Light & Wonder aggiornò il firmware dei suoi mescolatori per chiudere la falla, e quegli aggiornamenti vennero distribuiti alle macchine dei casinò regolari e con licenza. Il problema è che le partite dell'inchiesta non erano nei casinò regolari: erano bische private ad altissima posta, dove — secondo l'FBI e la procura — venivano usati apparecchi manomessi che continuavano a "sputare fuori" l'ordine del mazzo. La macchina buona, fuori dal circuito legale e riprogrammata, diventava la macchina cattiva.

Il segnale come veniva gestito

Una volta che l'ordine del mazzo usciva dal mescolatore, il resto era coreografia, come abbiamo ricordato. Un operatore fuori sede riceveva i dati, sapeva chi aveva la mano vincente, e li rigirava a un complice al tavolo — quello che gli americani chiamano il quarterback — che a sua volta segnalava al giocatore della mafia quando spingere e quando ritirarsi. Il risultato, nelle parole del procuratore di Brooklyn Joseph Nocella, era che le vittime erano alla mercé di una tecnologia occulta che garantiva che avrebbero perso pesantemente.

Il piano B

l DeckMate 2 era il pezzo forte, ma l'accusa descrive un intero arsenale ridondante, come in una rapina progettata bene: tavoli a raggi X, vassoi di fiche capaci di leggere le carte, e lenti a contatto e occhiali da sole speciali per leggere il retro delle carte segnate. Se un sistema falliva, un altro copriva. Le vittime — nel gergo dell'inchiesta i fish — venivano attirate dalla presenza di volti noti, le face cards, cioè le star che davano lustro al tavolo. Le autorità parlano di una tecnologia di inganno "wireless" usata almeno dal 2019 in partite a Manhattan, negli Hamptons, a Las Vegas e Miami.

Immaginatevi la scena. Un imprenditore facoltoso, invitato a una partita "esclusiva", convinto di misurarsi alla pari con avversari sconosciuti. Non sa che ogni sua carta è già stata letta, spedita, calcolata e restituita al suo avversario sotto forma di certezza. Non gioca contro un uomo: gioca contro un satellite. È il poker ridotto a teatro, dove solo lui non sa di recitare la parte del pollo.

Le comparse di lusso

E perché il pollo non annusasse la truffa, serviva l'odore giusto della rispettabilità. Qui la storia si fa quasi tenera nel suo cinismo. Alle partite, secondo i procuratori, comparivano ex stelle dell'NBA Chauncey Billups e Damon Jones — la cui sola presenza bastava a trasformare una bisca in un salotto, una "rapina" in un privilegio. Chi si sognerebbe di essere truffato allo stesso tavolo di un campione? La celebrità come lasciapassare, il volto noto come garanzia: la più antica delle esche, vestita da glamour.

Va detto, e detto con nettezza: Billups non ha ammesso alcunché. Insieme al presunto affiliato della famiglia Bonanno Ernest Aiello e al presunto uomo dei Genovese Matthew Daddino, continua a battersi contro le accuse e resta, fino a sentenza, un imputato che la legge presume innocente.

Al centro di tutto c'era anche Shane Hennen un personaggio accusato di cercare di truccare partite NBA. Ve ne parleremo a parte.

Doug Polk ci aveva avvisato sui mescolatori automatici

Che il mescolatore automatico potesse trasformarsi da garanzia di trasparenza a strumento d'inganno, del resto, era un allarme già lanciato mesi prima che l'FBI smantellasse la rete.

Lo aveva detto senza giri di parole Doug Polk, che di fronte a un DeckMate 2 in una partita casalinga invitava a "scappare a gambe levate": in un casinò regolamentato — spiegava il professionista americano — quelle macchine sono coperte da contratti, tecnici autorizzati e controlli continui, ma quando finiscono sul mercato secondario, o peggio in un tavolo privato senza supervisione, diventano un disastro annunciato.

A dargli man forte era stata l'inchiesta di Andy Greenberg per WIRED, che aveva riaperto il dossier sulla vulnerabilità del modello più diffuso al mondo: dentro quel piccolo box nero c'è una telecamera che legge l'intero ordine del mazzo e può trasmetterlo in tempo reale a un dispositivo esterno, e già due anni fa alcuni ricercatori avevano mostrato come, collegandosi alla porta USB, fosse possibile pilotare il mescolamento in modo invisibile. In altre parole, la macchina che avrebbe dovuto tutelare i giocatori sapeva già "dove cadranno gli assi" — ed è esattamente lo scenario che, secondo la procura, la Mafia ha poi trasformato in industria.