Il poker non c’entra o meglio c'entra poco in questa storia. Il processo federale che ha travolto Tom Goldstein — condannato per 12 capi d’imputazione su 16 dalla giuria di Greenbelt — non riguarda la sua action nelle partite private di hold'em, ma il modo con il quale ha "occultato" le vincite ai tavoli.
Nel 2016, seduto nei salotti ovattati e privati degli high stakes — quelli dove non esistono telecamere né pubblico — vinse oltre 50 milioni di dollari a attori, businessmen e uomini di successo. Le location più gettonate sono state Hollywood e alcuni tavoli molto impegnativi in Asia.
In questo Articolo:
Chi è Tom Goldstein
Della sua vicenda abbiamo scritto e oggi siamo arrivati alla conclusione con la sentenza di colpevolezza (la corte dovrà stabilire per quanti anni), ma per chi si fosse perso le puntate precedenti vi raccontiamo chi è Tom Goldstein.
Non è soltanto un giocatore e un regular delle partite private più ricche negli Stati Uniti, ma è soprattutto un avvocato di successo, una mente allenata a leggere i dettagli, uno di quelli che non si limitano a partecipare al sistema: ne fanno parte, essendo un legale accreditato addirittura alla Corte Suprema.
I circuiti e le partite private erano il suo pane quotidiano, una volta chiusi i codici, Goldstein si dedicava all'action high stakes e anche con discreti risultati.
Il punto chiave: non è il gioco, è il flusso
Il verdetto di colpevolezza della giuria federale di Greenbelt (Maryland) ruota attorno a tre capi di imputazione principalmente, i più gravi:
- frode fiscale
- false dichiarazioni
- rapporti opachi con finanziamenti e trasferimenti
La partita vera non si è giocata al tavolo. Sappiamo bene che nel sistema federale statunitense, su un reato non si scherza: l'evasione fiscale. Se non paghi le tasse finisci in guai grossi.
In questo caso, il vero problema è la non tracciabilità di alcuni flussi finanziari. In particolare:
- in criptovalute
- movimenti non dichiarati
- pagamenti e relazioni internazionali
È qui che il Governo federale ha alzato le antenne ed è intervenuto scoperchiando il vaso di pandora. Non perché Goldstein abbia vinto troppo ma perché, secondo l’accusa, non ha raccontato correttamente come e dove quei soldi si muovevano.
Il commento del vice-procuratore federale
In un comunicato stampa diffuso giovedì, l’Assistant Attorney General A. Tysen Duva ha dichiarato che il verdetto “ritiene Thomas Goldstein responsabile per aver truffato il sistema fiscale e mentito agli istituti di credito ipotecario”.
“Goldstein ha scelto la frode e l’inganno invece dell’onestà e ha cercato di truffare il contribuente americano mentre conduceva uno stile di vita lussuoso”, ha affermato il procuratore federale Kelly O. Hayes. “Ha scommesso di non essere scoperto, e quella scommessa non ha pagato.”
La nuova partita: la libertà
Dopo la sentenza di colpevolezza, la vera partita si gioca sulla libertà in attesa di capire quali saranno le decisioni concrete dei giudici e della corte. Secondo documenti presi in esame da Pokernews, i procuratori hanno chiesto la detenzione in attesa della sentenza definitiva.
Non è sempre automatico che il Dipartimento di Giustizia faccia una richiesta simile in questi casi.
I suoi avvocati però hanno fatto notare che Goldstein ha rispettato per un anno condizioni estremamente rigide:
- passaporto consegnato
- divieto di gioco
- movimenti limitati all’area di Washington
- monitoraggio finanziario
- divieto di contatto con oltre 80 persone
Non è fuggito, nemmeno quando ha ottenuto il permesso di viaggiare all’estero per la laurea del figlio. La difesa quindi sostiene che questo dimostri affidabilità in attesa della sentenza.
L’accusa guarda altrove, i procuratori insistono. Vedremo nelle prossime settimane quali saranno le decisioni.
“Goldstein ha scelto la frode e l’inganno invece dell’onestà e ha cercato di truffare il contribuente americano mentre conduceva uno stile di vita lussuoso. Ha scommesso di non essere scoperto, e quella scommessa non ha pagato"
Procuratore federale Kelly O. Hayes
I flussi in crypto hanno alzato il livello dell'attenzione
Il problema non è tanto il pericolo di fuga ma sono i pagamenti in crypto. Secondo i procuratori, milioni trasferiti in cripto valute (senza disclosure) indicano una capacità di mobilità finanziaria incompatibile con la fiducia richiesta.
Quando la ricchezza è liquida e globale, la fuga non riguarda solo l'imputato ma le sue ricchezze. E' una fuga digitale.
La presenza di Paul Phua
In questo quadro emerge anche il nome di Paul Phua, figura simbolo del poker privato internazionale e dei network che rendono possibili partite milionarie tra attori di paesi diversi. Phua è stato l'uomo che ha creato il Big Game a Macao fino al suo arresto sia nell'ex enclave portoghese che a Las Vegas per raccolta di scommesse clandestine.
Phua a Macao è stato lo junket di riferimento e colui che spostava gli equilibri tra Wynn Resort International e Las Vegas Sands. Poi il Governo di Pechino ha elevato il grado anti-corruzione e Phua con un pretesto è stato arrestato e poi espluso da Macao.
Il businessman malese, oltre a essere proprietario di bookmakers asiatici, gestisce, organizza e finanzia (è uno dei principali sponsor di Tom Dwan e Phil Ivey) le partite di poker mondiali private più importanti del globo.
Paul Phua: il regista silenzioso degli high stakes mondiali
Nel mondo del poker ad altissima posta ci sono giocatori. E poi ci sono figure che trascendono il gioco.
Paul Phua appartiene alla seconda categoria. Imprenditore malese, presenza costante nei tavoli più esclusivi tra Macao, Las Vegas e le capitali finanziarie del pianeta, Phua è da anni uno degli snodi centrali del poker globale. Non tanto per i risultati — pur rilevanti — quanto per il ruolo di connettore tra capitali, giocatori e circuiti privati.
Il suo nome è emerso più volte in contesti giudiziari e investigativi, in particolare nel 2014, quando venne arrestato a Las Vegas in una controversa operazione federale legata a presunte attività di betting illegale durante i Mondiali di calcio. Il caso si concluse senza condanna, ma contribuì a costruire attorno a lui un’aura di figura liminale: metà uomo d’affari, metà simbolo di un mondo dove il gioco è spesso intrecciato con finanza e geopolitica. C'è chi ha ipotizzato anche che fosse un agente dei servizi malesi, dopo le parole del Ministro della difesa malese che lo ha definito un patriota.
Quando è stato arrestato, aveva con sè un passaporto diplomatico della Repubblica di San Marino.
Nel circuito high stakes, Phua è noto anche come backer e facilitatore. Ha finanziato i più forti giocatori del mondo.
Non solo gioca. Finanzia, connette, organizza. E soprattutto, rende possibile l’esistenza stessa di quelle partite private dove siedono: magnati asiatici, finanzieri occidentali e professionisti del rischio.
Un ambiente dove il poker non è intrattenimento, ma strumento di relazione.
Il suo rapporto con Tom Goldstein, citato nei documenti processuali americani, è uno dei tanti fili che collegano il poker high stakes a una rete globale di uomini che si muovono tra giurisdizioni, capitali mobili e nuove forme di ricchezza digitale.
Non è un caso che, nei tribunali come nei tavoli privati, il nome di Paul Phua continui a rappresentare qualcosa di più di un semplice giocatore. È il simbolo di un’epoca del poker dove il vero gioco non si svolge sempre sul panno verde.
Il Dipartimento di Giustizia ha scelto una narrativa chiara: "Goldstein ha scommesso di non essere scoperto. E ha perso".
In tutto questo il poker non c'entra nulla o è solo il pretesto. La questione riguarda semmai il rapporto tra élite globali, capitali mobili e facilmente occultabili ai sistemi fiscali nazionali.
Il poker e il mondo della finanza
Negli ultimi vent’anni i giochi high stakes si sono trasformati. Il Big Game asiatico è passato da Macao a Manila mentre negli USA ha subito diverse evoluzioni. Da Molly Bloom (con il big game californiamo e poi a New York anche con mafiosi russi coinvlti) a partite private di ogni tipo in California.
Il poker high stakes non è più solo gioco competitivo. È uno spazio dove si incontrano il mondo della finanza, degli investimenti e i businessmen del digitale.
Goldstein si muoveva dentro questo ecosistema e questo ecosistema oggi è stato messo alla sbarra.
La sentenza
La sentenza è attesa tra tre mesi circa per conoscere la pena. Nel frattempo Goldstein è chiamato a giocare una mano che nessun professionista può controllare. Quella dove l’avversario non è un giocatore. È il sistema. Ricordiamoci però che la giuria federale di Greenbelt, Maryland, lo ha condannato già per 12 capi d’imputazione su 16.
Secondo i suoi avvocati non riceverà una pena massima (30 anni) ma dovrà comunque scontare anni di detenzione in carcere.