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Joe courtsiding

Joe, il boss del courtsiding: "Viaggio per il mondo per battere i bookmaker"

Oggi torniamo a parlare di courtsiding, cioè di quella pratica attraverso la quale si sfruttano informazioni in tempo reale di un evento sportivo, trasmesse da una persona che sta seguendo l’evento stesso dal campo, per piazzare scommesse più velocemente di quanto i bookmaker aggiornino le quote.

Come vi spiegavamo tempo fa, tecnicamente il courtsiding non è illegale, ma vietato – un po’ come contare le carte al blackjack. C’è chi lo fa addirittura di professione, come un certo Joe, recentemente intervistato dalla BBC.

“L’anno scorso ho incassato un milione di sterline”

Parole e musica di Joe, che nell’intervista specifica: “Fare courtsiding è molto costoso, perciò quel milione di sterline non rappresenta il profitto. Ma direi che detratte le spese, abbiamo incassato circa 300.000/350.000 sterline”.

Joe usa il plurale perché il suo non è un “lavoro” in solitaria. Per fare courtsiding, infatti, servono almeno due persone: una sul campo, per inviare i dati, l’altra dietro ad un computer, per piazzare le scommesse prima che i bookmaker siano in grado di cambiare le quote.

Il tennis è lo sport d’elezione: “Perché è dinamico”, spiega Joe. “Ogni punto succede qualcosa e ogni punto è importante”.

La vita del courtsider

Premessa doverosa: se pensate di aver trovato un modo semplice e sicuro per arricchirvi, vi sbagliate di grosso. Il courtsiding come detto non è illegale (tranne in alcuni Paesi), ma fortemente osteggiato. Chi viene pizzicato, viene cacciato immediatamente dal campo e naturalmente segnalato ai bookmaker.

Ecco perché Joe acquista account da più persone, altra pratica non illegale ma certamente borderline, per minimizzare il rischio che i bookmaker gli chiudano i conti all’improvviso. Questo gli permette inoltre di non dare troppo nell’occhio, come l’essersi fatto crescere i capelli lunghi “perché così posso nascondere gli auricolari bluetooth nelle orecchie”.

Quello del courtsider è un mestiere stressante, perché bisogna far di tutto per non farsi individuare. E poi bisogna viaggiare molto: “Usa, Sudafrica, Uganda, Canada”, racconta Joe. Bisogna evitare l’Europa però, perché è pieno di courtsider.

Il courtsiding spiegato

Nell’intervista, Joe racconta di come viaggi per andare a caccia degli arbitri più lenti. Ma cosa significa e perché?

Nei tornei di tennis, è l’arbitro ad aggiornare in tempo reale il punteggio, così da permettere ai bookmaker di aggiornare le quote senza per forza avere un dipendente a coprire dal vivo ogni evento. Solo che ci sono arbitri più veloci e arbitri meno veloci.

“Noi cerchiamo quelli più lenti, perché in realtà non basta schiacciare un pulsante. Gli arbitri ogni volta che aggiornano il risultato devono prima inserire un PIN nello strumento apposito”. E se un arbitro ci mette quel paio di secondi in più, ecco che il courtsider può anticiparlo.

Rischi e pericoli

Lo ribadiamo: fare courtsiding non è (quasi mai) illegale, ma è sicuramente una pratica osteggiata dai bookmaker. Chi lo fa, come detto, rischia di non poter mettere più piede in nessuna tribuna, a volte addirittura l’arresto, e ovviamente la chiusura del proprio account di gioco.

Editor in chief - Giornalista e analista betting
Luciano Del Frate è giornalista iscritto all’Ordine da oltre 25 anni e vive a Malta dal 2012. Laureato in Giurisprudenza, è specializzato nei sistemi regolatori del settore gaming e nella comunicazione del gioco legale in Italia. Dopo gli inizi tra quotidiani e televisioni, dai primi anni 2000 lavora nel mondo delle scommesse come consulente, approfondendo da vicino le dinamiche del mercato internazionale. Dal 2010 fa parte della squadra di Assopoker, dove racconta poker, betting e industria del gioco con un approccio tra analisi, esperienza e passione. Malato di sport fin da bambino, non ha mai smesso di inseguire quel sogno nato sfogliando il Guerin Sportivo