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Slow play nel poker: ok, ma occhio a non abusarne!

Lo slow play è una giocata tricky attraverso la quale si decide di non spingere con una mano molto forte, nel tentativo di strappare all’avversario più chip. Spesso però, lo slow play si rivela un’arma a doppio taglio: il suo utilizzo andrebbe disciplinato in maniera corretta.

Scritto da
07/06/2018 15:03

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Dicesi slow play nel Texas Hold’em quando un giocatore tira il freno a mano e, pur possedendo un punto molto forte, decide di giocare in maniera passiva, limitandosi a fare check o call invece di puntare o rilanciare.

Sebbene in alcuni casi fare slow play sia il modo migliore per estrarre valore da un piatto, un errore commesso molto spesso dai principianti è quello di abusarne ogni volta che hanno una mano imbattibile o quasi.

 

Slow Play

“Ho due assi, non punto perché non voglio farlo andare via!”

 

I pericoli dello slow play

Lo slow play è una giocata che i giocatori amatoriali fanno quasi di riflesso: ricevono una coppia d’assi, magari centrano un set al flop, e hanno paura a puntare o rilanciare perché temono che così facendo spaventerebbero l’avversario di turno.

Sebbene sia una reazione abbastanza naturale e comprensibile, giocare ‘lentamente’ una mano molto forte significa però anche dare all’avversario la possibilità di migliorare il suo punto fino a farlo diventare vincente, e il tutto ad un costo minore del dovuto.

In generale, lo slow play è consigliabile quando si possiede il nuts o qualcosa che gli va molto vicino, perché le probabilità che l’avversario possa batterci sono ridotte al lumicino. Altrimenti, è molto meglio giocare in maniera aggressiva.

Un esempio pratico

Per illustrare perché giocare in maniera aggressiva una mano forte è generalmente più profittevole che farlo in slow play, ricorriamo ad un esempio tratto da una mano giocata da Howard Lederer, famoso pro di poker – ultimamente non proprio popolare, mettiamola così, ma comunque tra i migliori della sua generazione.

Da late position, Lederer riceve 8 8 e decide di chiamare il raise d’apertura di un giocatore da early position. Il flop è Q 8 2 . Howard ha chiuso un middle set, ma il flop è abbastanza coordinato e di norma un raise da early position include, oltre a coppie alte, anche qualche AxQx.

L’avversario di Lederer va in continuation-bet. Qui, fare slow play – come farebbero in molti – significa fare solo call, sperando che l’opponent continui ad aggredire anche al turn.

 

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Aggredire è meglio che aspettare

Facendo solo call, se al turn scendesse una terza carta di cuori, l’avversario potrebbe pensare che Lederer avesse un progetto di colore ora chiuso, e potrebbe non puntare più, neppure se avesse KK o AA. Probabilmente, lo stesso vale anche se dovesse scendere un re, un jack, un 10 o un 9.

Rilanciando sulla c-bet al flop, invece, l’avversario di Howard potrebbe pensare che quel progetto di colore lo abbia lui, e che Lederer stia rilanciando in semi-bluff. Se opponent avesse una overpair, o magari anche top pair e top kicker, potrebbe anche decidere di andare all-in per proteggere la propria mano.

In caso di raise, è vero, Lederer potrebbe anche far foldare J-J o A-K, ma contro questo genere di mani, visto il board, in ogni caso non ricaverebbe molte chip dal turn in poi.

In conclusione

Questo esempio illustra perché fare slow play non è quasi mai la mossa giusta da fare quando si possiede una mano molto forte, sebbene come detto in alcuni casi questa giocata possa risultare utile per estrarre più valore.

Arrivare a capire con assoluta certezza quando fare slow play e quando no è qualcosa che si impara soltanto con l’esperienza, ma in linea generale è sempre meglio sfruttare l’aggressività per massimizzare i profitti.

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