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Mario Adinolfi

Scommessa Collettiva, condanna dal Tribunale civile: "Adinolfi deve restituire €72mila" a un partecipante

Il Tribunale Civile ha condannato Mario Adinolfi a restituire 62mila euro a un partecipante della famosa "Scommessa Collettiva", più 10mila euro di risarcimento per danni morali. Nelle motivazioni pubblicate dal Corriere di Roma, il giudice definisce lo schema "evidentemente fraudolento" e i rendiconti frutto di "pura fantasia" .

È il primo verdetto civile su un sistema che, secondo la Procura di Roma, avrebbe fruttato all'ex parlamentare — oggi agli arresti domiciliari con l'accusa di truffa — circa 4,7 milioni di euro (tesi tutta da dimostrare in aula di tribunale).

La sentenza: restituzione e danno morale

Il Tribunale Civile ha dato ragione al ricorrente che aveva citato in giudizio Mario Adinolfi, 55 anni, ex parlamentare, giornalista e volto noto anche del poker italiano. La condanna, in primo grado, prevede la restituzione di 62mila euro e un ulteriore risarcimento di 10mila euro per danni morali.

Il giudice non si è limitato al calcolo del dare e avere. Nelle motivazioni, i rendiconti di Scommessa Collettiva "devono ritenersi pura fantasia" e l'iniziativa ha millantato "l'elusione dal rischio". L'utilizzo dello schema è stato, per il Tribunale, "evidentemente fraudolento". Motivazioni molto pesanti da parte del giudice.

Abbiamo pubblicato anche la tesi difensiva di Adinolfi in merito alla recente inchiesta penale, proprio per dare spazio sia alle ragioni della pubblica accusa che della difesa.

«I rendiconti di Scommessa Collettiva devono ritenersi pura fantasia»

Tribunale Civile di Roma (fonte: Corriere di Roma)

Un passaggio della sentenza tocca anche il ricorrente stesso: il giudice scrive che "debbano essere svolte considerazioni sulla negligenza o sull'ingenuità del ricorrente". La fiducia mal riposta, tuttavia, non ha esonerato Adinolfi — difeso dagli avvocati Pablo De Luca e Riccardo Di Lorenzo — dall'obbligo di restituzione.

Come funzionava, secondo la ricostruzione del giudice

Il sistema, promosso da Adinolfi anche sulla pagina web del Popolo della Famiglia — il partito da lui fondato — prometteva rendimenti fino al 40%. Le scommesse sportive, dichiarava Adinolfi, venivano effettuate attraverso conti gioco autorizzati dall'Agenzia delle Dogane.

Nelle comunicazioni ai partecipanti, l'ex parlamentare descriveva l'iniziativa come "un fecondo sistema di welfare" e assicurava che "Scommessa Collettiva si conferma come luogo di sicurezza". Per il giudice, entrambe le affermazioni sono millanterie.

La vicenda del ricorrente: dal 2007 alla causa

La storia ricostruita nella sentenza parte da lontano. Il ricorrente — assistito dall'avvocato Stefano Brustia — partecipa per la prima volta all'iniziativa nel 2007: conosce Adinolfi da tempo e si fida del giornalista, noto anche come pokerista. Dopo quella prima esperienza sospende la partecipazione per un lungo periodo.

Riprende a investire nel luglio 2021: nei quattro mesi successivi versa 95mila euro. I ritorni sembrano inizialmente convincenti: gli vengono restituiti 34mila euro, presentati come rendimento dell'investimento.

Nel 2024 il ricorrente chiede indietro l'intera somma. Adinolfi risponde positivamente, garantendo la restituzione entro tre mesi. Alle rassicurazioni seguono però le prime scuse: procedure complesse da seguire, la necessità di riportare i soldi in Italia dai conti esteri, l'esigenza di nominare un avvocato per preparare la documentazione. Il ricorrente non protesta e crede alle rassicurazioni. Poi Adinolfi scompare secondo la tesi del ricorrente.

A quel punto — anche sulla scia della trasmissione Le Iene, che si era occupata del caso — il ricorrente fa causa. E ora ha vinto in primo grado.

Il fronte penale: accusa di truffa e arresti domiciliari

La sentenza civile si inserisce in un quadro giudiziario più ampio. Adinolfi si trova attualmente agli arresti domiciliari con l'accusa di aver truffato decine di persone attraverso la promessa di facili guadagni nelle scommesse sportive. Secondo il pm Maurizio Arcuri, attraverso questo sistema l'ex parlamentare avrebbe incassato complessivamente 4 milioni e 700mila euro.

Va ricordato che sul fronte penale si tratta delle teorie della pubblica accusa: Adinolfi, che si è sempre professato innocente, gode della presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva. La condanna civile di primo grado è, a sua volta, appellabile.

La tesi difensiva di Adinolfi

Riprendiamo però alcuni passaggi della tesi difensiva di Mario Adinolfi e dei suoi avvocati. Per loro non si trattava di investimenti ma di scommesse, quindi avendo natura di gioco d'azzardo, i crediti devono essere trattati come obbligazioni naturali (cioè il creditore non può chiedere la restituzione).

In un post sui social, il pokerista nonché ex deputato ha dichiarato:

"Ai giudici posso solo dire: sono totalmente innocente. Sì, gioco da decenni e come tutti i giocatori lo faccio spesso collettivamente ma senza sollecitare mai nessuno, in molti con me giocando hanno guadagnato e sì c’è qualcuno che ha perso: sono scommesse e il codice le definisce ‘obbligazioni naturali non ripetibili’, il gioco funziona così. Di certo non mi sono mai arricchito sulla pelle degli altri".

Nell'interrogatorio di Garanzia, di fronte al PM e al Giudice per le Indagini Preliminari, Adinolfi ha sottolineato: "Il gioco è aleatorio. Si vince e si perde. Con me almeno 90 persone hanno guadagnato. Notai, professori, giornalisti. C'è chi ha ricevuto indietro il doppio. Ci sono pure persone che mi devono dei soldi. Io non frego le vecchiette".

Questa è la prima sentenza di diritto civile, vedremo come finiranno gli altri ricorsi e se il team legale di Adinolfi deciderà di impugnare in sede di appello.