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Diventare poker pro nel 2019? Doug Polk: “devi guadagnare almeno 100k l’anno o meglio fare altro”, Jaime Staples: “non è così!”

La polemica tra i due streamer Doug Polk e Jamie Staples su Twitter sul concetto di professionismo nel poker. Le nostre tre considerazioni doverose su questa professione nel 2019.

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20/09/2019 18:03

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Diventare un giocatore professionista di poker, un poker pro, anche nel 2019 è senza dubbio uno dei temi più hot in questo settore da quando è esplosa la mania per il texas hold’em. Si tratta di un argomento molto delicato, che richiede anche un certo senso di responsabilità e proprio per questa ragione, a nostro avviso ci sono tre nostre considerazioni personali che vogliamo condividere come presupposti della discussione che trovate più avanti e che devono mettervi in guardia sui rischi. Prima però leggiamo tutto dello scontro tra Polk e Staples.

Doug Polk e la fidanzata Kate

La polemica sul professionismo: Polk contro Staples

Veniamo alla polemica del giorno che sta tenendo banco su Twitter e che riguarda proprio il concetto di professionismo nel mondo del poker nel 2019. A scannarsi su Twitter sono due streamer tra i più famosi: da una parte il solito Doug Polk (dove c’è una polemica c’è Doug) e dall’altra Jaime Staples (bravo ragazzo che abbiamo intervistato anche su Assopoker).

Staples: “siamo sicuri che è necessario guadagnare così tanto per fare il pro?”

Su un vecchio thread del forum statunitense 2+2 è stato ribadito il concetto che “per fare il giocatore professionista bisognerebbe guadagnare almeno $100.000 l’anno o non ne vale la pena”. A questo punto, in uno dei suoi stream su Twitch, Jaime Staples si è dichiarato in disaccordo ed ha spiegato il perché anche in una discussione dettagliata su Twitter.

 

“Ho riflettuto sui vecchi consigli sul forum di poker 2+2, in cui normali giocatori di poker ridicolizzavano chi voleva diventare professionista pur non guadagnando almeno $100.000 l’anno. Perché $100.000 è la soglia di riferimento per realizzare tutto questo?”

Staples ha reso noto anche i suoi guadagni annuali che sono molto più bassi (riguarda gli ultimi 5 anni) rispetto ai $100.000 ipotizzati.

Sono stati numerosi i commenti positivi che hanno accompagnato il suo tweet: molti ragazzi hanno fatto i complimenti a Staples. Doug Polk non era uno di loro.

Ecco il video su Youtube di Polk:

 

“Polk: sette svantaggi nel fare il poker pro negli States”

Diverse sono le argomentazioni di Polk (potete leggerle su Twitter) ed una delle più efficaci è senza dubbio questa: lo streamer elenca sette ragioni perché un ragazzo non dovrebbe fare il professionista negli States, senza avere un ritorno economico dai tavoli di un certo peso (100.000 cocuzze almeno):

  • Nessun beneficio per la salute
  • Nessun beneficio contributivo pensionistico
  • Tasse sul lavoro autonomo da pagare
  • Lunghi periodi di tempo senza reddito
  • L’avanzamento di carriera si basa esclusivamente sulle proprie finanze
  • Mancanza di sicurezza del lavoro
  • Facile deterioramento dell’edge (vantaggio verso il mercato, ovvero field medio avversario)

Polk, per portare acqua al suo mulino, non elenca gli aspetti positivi della professione (libertà, viaggi etc etc) ma è bene anche leggere le controindicazioni per essere consapevoli di quello che devono affrontare i poker pro negli States. In Italia c’è invece il problema della liquidità (senza condivisa…), come ha ricordato in una nostra recente intervista Mustapha Kanit.

Chi ha ragione?

Chi ha ragione? Polk o Staples? Un giocatore di poker deve guadagnare $ 100.000 per poter fare il professionista ed essere un minimo sereno nel long term? Stiamo parlando di una cifra enorme per ragazzi di 20 anni (e non solo).

Jamie Staples

Ma a prescindere dal denaro, non è detto che il concetto di successo sia uguale per tutti. Per esempio ci possono essere motivazioni diverse affinché una persona sia spinta nel fare una certa scelta, come provare a fare il poker pro, o studiare all’Università Storia invece di Economia.

Tutti noi, nella nostra mente, abbiamo la nostra definizione di successo come qualcuno ha ribadito anche su Twitter nella discussione. Ed anche le motivazioni possono essere differenti.

Pensiamo, ad esempio, alla prop bet che Staples ha vinto grazie al fenomenale provocazione di Bill Perkins che ha spinto Jamie a perdere peso.

Grazie a quella scommessa lo streamer ha bruciato parecchi chili e, come lui stesso ha ammesso, forse si è salvato la vita.

Nel poker ognuno ha le sue motivazioni e target

Nel poker ognuno ha motivazioni diverse per vincere e sono difficilmente sindacabili. Per certi players il successo arriva anche solo vincendo un torneo, tutto è relativo.

Naturalmente, queste considerazioni non vanno confuse con il professionismo che, per la maggior parte delle persone, vuole dire solo una cosa: essere autosufficienti al 100%. Una sfida sempre più dura, considerando la crescita tecnica e la diffusione della conoscenza delle strategie di gioco sempre più comune tra i poker players.

Come ha ricordato il giornalista di CalvinAyre Paul Seaton “Polk e Staples ci hanno ricordato che il gioco del poker può avere delle regole, ma attorno ad esso c’è un framework in continua evoluzione. Che possa durare a lungo… a qualunque costo”.

Fare il professionista nel poker nel 2019: 3 presupposti da tenere a mente!

Per un senso di responsabilità, dopo aver parlato di un tema così delicato, vogliamo condividere con voi 3 considerazioni doverose:

  • Emergere nel mondo del poker, a prescindere dal concetto di professionismo, non è per nulla semplice e confermarsi nel corso degli anni risulta ancora più difficile. Tra 100 persone che ci provano in media, il 95% circa non ce la fa. Per quanto riguarda le altre 5, non è detto che tutti/e riescano nel tempo a stabilizzare le proprie vincite e diventare autosufficienti al 100% (professionisti/e). Certo, ci sono parecchi esempi viventi di ragazzi/e che ce l’hanno fatta, ma dopo un percorso duro e difficile. Almeno nel 2019 nessuno ti regala più nulla (10 anni fa era molto più facile perché la conoscenza generale del gioco era differente).

 

  • Oltre al talento ed alla predisposizione a questa attività (anche la propensione al rischio), i/le professionisti/e per farcela devono affrontare enormi sacrifici e devono avere anche una certa apertura mentale ad accettare periodi neri ed essere disposti a studiare di continuo ed aggiornarsi ogni giorno sulle evoluzioni del gioco. Non si può dormire sugli allori e nessuno ti regala nulla in questo mondo.

 

  • E’ necessario pesare questa scelta anche in base al contesto e alle alternative che si hanno a disposizione. Se un/a giovane ha la fortuna di poter studiare, laurearsi, crearsi una posizione ed un’alternativa credibile, è meglio che prima di tutto dia priorità allo studio e/o al lavoro, pur senza tralasciare le sue passioni. Le scelte sono soggettive naturalmente: differenti sono i presupposti tra chi ha la possibilità di laurearsi in medicina o ingegneria e chi è disoccupato ed ha poche occasioni per emergere nel mondo del lavoro. Ma tenete sempre a mente questo fatto: il gioco, in qualsiasi forma, non potrà mai essere un’alternativa ai vostri problemi perché è facile che i problemi poi diventino ancora più ingestibili. Il gioco deve essere interpretato come un hobby ed una passione.

 

Nessuno può sindacare le vostre scelte ma bisogna essere consapevoli dei pro e contro

Fatte queste doverose premesse, nessuno può permettersi di sindacare sulle scelte altrui (che vanno sempre rispettate), né imporre dei modelli di vita come stanno provando a fare certi “sapientoni” sui social e purtroppo, a volte, anche nelle sedi istituzionali.

Peccato che i loro tentativi di voler condizionare le nostre vite siano del tutto goffi, incoerenti e discutibili (“non dovete bere bibite gassate”, “mangiare merendine”, “giocare”, “fare viaggi all’estero” e balle del genere). Con tutti i problemi che ha l’Italia, pensiamo alle merendine? Per favore, siamo seri. E la cosa curiosa è che nessuno parla di droghe ed alcool che sono le vere piaghe generazionali. Fanno solo propaganda (e sul gioco ne hanno fatta parecchia…) senza avere alcuna idea di cosa stia succedendo nel mondo.

Non voglio andare fuori tema: tutto ciò era solo per dirvi che non vogliamo giudicare le vostre scelte, ma chi fa informazione è giusto che contribuisca affinché tali scelte (fare il professionista) siano più consapevoli possibili sui rischi e sulle difficoltà che potreste affrontare, senza giudicare nessuno.

Come è cambiato il mercato: il poker “eco-sostenibile”

Rispetto al 2008/2009, nel 2019 ci sono meno soldi “facili” messi a disposizione dagli sponsor ma anche dagli altri giocatori che, bene o male, conoscono tutti oramai le regole di ingaggio ai tavoli. Il mondo del poker è cambiato radicalmente in 10 anni, sono cambiate le leggi ed il mercato, a tutte le latitudini.

Proprio il mercato ha cambiato i propri obiettivi: dieci anni fa si promuoveva uno stile di vita, ora vengono esaltati gli aspetti positivi di un hobby che può essere divertente ed appagante. Vi è maggiore consapevolezza dei rischi e degli errori commessi e si promuove un poker più “eco-sostenibile”.  Questo non vuol dire che non ci siano più professionisti (anzi…) ma il percorso per arrivare a certi risultati è ben differente rispetto ad un decennio fa.

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