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Da prodigio degli scacchi a fenomeno del poker? intervista esclusiva con Jeff Sarwer

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27/10/2009 02:23

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Jeff Sarwer all'EPT di Varsavia, dove e' stato a lungo chipleaderDi lui si è parlato molto – e bene – nei giorni scorsi, per la sua esplosione nel mondo del poker. Ma Jeff Sarwer ha una storia diversa, troppo interessante per non essere raccontata.

Nel 1986, ad appena 8 anni, si impose come un autentico prodigio degli scacchi, conquistando un titolo mondiale under 10 e meravigliando l’America, impressionata da quel bimbetto per il quale la scacchiera era una naturale appendice del cervello. Jeff, che aveva imparato il “chess” a 4 anni ed aveva iniziato a giocare nei club a 6, era visto come l’erede naturale di Bobby Fischer (grande campione ed unico americano a vincere un titolo iridato, ndr), e diventò suo malgrado un personaggio famoso, a cui vennero dedicate trasmissioni televisive ed articoli sui giornali. Addirittura Jeff ispira anche un personaggio di un film, “Searching for Bobby Fischer“.

Figlio di un canadese dell’Ontario e di una finlandese, Jeff ricevette un’educazione molto particolare, non frequentando mai la scuola in quanto il padre – un hippie convinto – non credeva nell’istruzione come sistema educativo. Dopo il titolo mondiale il destino di Jeff come Gran Maestro e campione di scacchi appariva già tracciato. Ma questo ragazzino prodigioso, capace di giocare (e vincere) contro anche 40 avversari contemporaneamente, e che poi magari la sera dormiva nella berlina del padre coperto da un plaid, stava per raggiungere un punto di saturazione. Jeff scompare dalla circolazione, e di lui non si sa più nulla per circa 20 anni.

Oggi ritroviamo Jeff 31enne uomo d’affari e poker player per passione. Ha interessi in mezzo mondo, e probabilmente quella sua infanzia girovaga ha sviluppato in lui una tendenza cosmopolita ed una naturale estroversione, che rendono estremamente piacevole scambiare quattro chiacchiere con lui.
Nella nostra intervista non abbiamo parlato della sua vita privata o di cosa abbia fatto negli ultimi 20 anni. Ci siamo limitati a domande sugli scacchi, sul poker e come ci si è accostato, e sul rapporto tra questi due giochi. Lo incontriamo all’EPT Varsavia, che lo ha visto protagonista per tre giorni, a lungo chipleader, e poi uscito al 10* posto, fondamentalmente a causa di due mani andate male.

Assopoker (da adesso AP): Allora è finita Jeff. Hai qualche rammarico?
Jeff Sarwer (da adesso JS): No, sono molto contento di come ho giocato in questo torneo. Sono felice dei progressi che sta facendo il mio gioco. Ci sono delle mani che devo ancora analizzare e lo farò tra qualche giorno.

AP: Una domanda che ti avranno fatto in milioni. Cosa trovi che ci sia in comune tra gli scacchi ed il poker? o meglio, in cosa il tuo “mindset” scacchistico ti ha aiutato nel tuo approccio all’hold’em
JS: Innanzitutto voglio precisare che io non ho mai avuto un mindset tipico dello scacchista classico. Il chess player tende ad essere tendenzialmente conservativo, io invece sono molto più “aperto”. In generale, la differenza principale tra scacchi e hold’em è che il primo è un gioco ad informazioni complete e il secondo ad informazioni incomplete. Ma questo non è vero in assoluto.

AP: Cioè? cosa intendi dire?
JS: Io adoravo e adoro lo “speed chess” (“partita lampo” in italiano: una specialità degli scacchi che prevede un tempo limitato – in media dai 3 ai 5 minuti – per ogni giocatore nell’arco di una partita, ndr), è quello che mi divertivo a giocare e in cui avevo risultati eccellenti. Lì la velocità di esecuzione riveste un ruolo fondamentale, e fa sì che negli scacchi entri l’elemento “bluff”

Il piccolo Jeff intento in una delle sue partite di 'speed chess' contro molti avversariAP: mi vuoi dire che si riesce a bluffare anche negli scacchi?
JS: Nello speed chess sì. Avendo poco tempo a disposizione, cercare di mettere in difficoltà l’avversario dominandolo psicologicamente è fondamentale, così come far credere di avere una strategia con l’unico scopo di mandarlo nel pallone. Difficile entrare in dettagli, ma è così. E nel poker avviene qualcosa di assolutamente simile, anche per questo quando l’ho scoperto mi sono subito appassionato.

AP: a proposito, quando hai iniziato con il texas hold’em?
JS: 11 mesi fa. Il mio primo torneo fu l’EPT Praga, dove mi trovavo per caso. decisi di parteciparvi e ehi…quanto era divertente! Così iniziai ad appassionarmi sempre più, e in questi primo anno non posso lamentarmi.

AP: Ho letto molto su di te, e so quanto un coach come Bruce Pandolfini abbia significato nella tua formazione scacchistica. C’è stato un Pandolfini anche nel poker per te?
JS: No, lì sono autodidatta, partendo da alcuni elementi dello speed chess di cui ti a cui accennavo prima. Certo, col tempo scopro aspetti sempre nuovi, e anche qui a Varsavia ho trovato spunti interessantissimi tramite il confronto con ottimi giocatori come Shaun Deeb. Con lui sono stato molto al tavolo, e anche fuori abbiamo parlato molto di vari aspetti del gioco. Mi è stato molto molto utile.

AP: In genere pensi che il tuo background scacchistico ti stia aiutando ad accelerare i tuoi miglioramenti nel poker?

JS: Jeff durante la nostra intervistaSì, certo. All’inizio tendevo ad essere troppo loose ed aggressivo, mentre gradualmente sto imparando a variare, ottenendo le informazioni che mi servono pagandole meno possibile, e poi utilizzandole per speculare sulle debolezze dei miei avversari. Anche questo è un punto molto, molto simile allo speed chess. Quando giocavo contro più avversari contemporaneamente, mi dovevo creare un’immagine di ciascuno di essi ed usarla a mio vantaggio.

AP: E libri sul poker? Ne hai letti? Ti sei aiutato con quelli?
JS:
certo, ne ho letto qualcuno. Ma devo dire che ad esempio, trovo gli “Harrington” troppo discorsivi e poco adatti al poker moderno. Ho apprezzato di più sicuramente “Every hand revealed” di Gus Hansen: ho apprezzato molto il modo in cui è strutturato il libro e le cose che scrive Gus.

AP: ho visto un video in cui tu, da bambino, giochi una partita di scacchi da bendato contro il tuo coach di allora, Bruce Pandolfini. Hai mai sentito del s’n’g multitavolo vinto da Annette Obrestad senza guardare le carte? Pensi che si possano trovare dei punti in comune?
JS:
ah, non sapevo di questa storia: è interessante, mi documenterò. In generale, non credo che ci siano particolari affinità, ma una cosa è certa: trovo stimolante l’esperimento di Annette. La gente in genere tende a focalizzarsi troppo sulle carte, quando esse sono solo uno dei 20 elementi che contano in una partita di poker. Qui lei dimostra che il gioco sulla posizione e sugli avversari viene prima di tutto.

AP: Cosa c’è nel futuro di Jeff Sarwer? Poker, scacchi, o cosa?
JS:
Per fortuna ho una vita intensa, con interessi in molte parti del mondo. Mi occupo di Real Estate con interessi anche qui in Polonia, a Gdansk. Poi ho attività anche in Finlandia ed ovviamente in Canada. Penso di giocare quasi tutta la stagione EPT.

Jeff Sarwer

Jeff Sarwer, decimo posto per lui all’EPT Varsavia e 32mila euro guadagnati

AP: E l’Italia? pensi di venirci a giocare?
JS:
Ma certo! verrò di sicuro per l’EPT Sanremo e anche per la tappa italiana dell’EMOP (a fine maggio a Campione d’Italia, ndr)

AP: Bene Jeff, è stato un vero piacere. In bocca al lupo per tutto e a presto!
JS:
grazie a te e un saluto a tutti gli amici di Assopoker!

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