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Doyle Brunson: un estratto del libro “The Godfather of Poker” – parte prima

Doyle Brunson, come probabilmente già saprete, ha recentemente pubblicato una sua autobiografia intitolata “The Godfather of Poker”. Visto il grande interesse suscitato nella comunità pokeristica internazionale, lo stesso “Texas Dolly” ha pensato bene di condividere, con tutti noi, uno dei suoi capitoli preferiti del libro.

Quello che vi stiamo per presentare è dunque un estratto dell’emozionante viaggio verso la sua prima vittoria nel Main Event delle World Series of Poker del 1976.

“Talvolta capita che il nostro cervello ci faccia rivivere alcuni eventi passati quasi al rallentatore, come se fossero dei film proiettati sul grande schermo. Ed è proprio quello che mi è capitato ripensando alle World Series of Poker del 1976. Avevo già assistito alle vittorie dei miei amici di poker Johnny Moss, Amarillo Slim, Sailor Roberts e Puggy Pearson e quindi volevo conquistare quel titolo anch’io.

Ero sicuro di essere il miglior giocatore in circolazione a quei tempi, ma avevo bisogno di quella vittoria per dimostrarlo a tutti, non solo a me stesso ma anche ai miei colleghi. Volevo anche far vedere a Louise quello di cui ero capace. Sebbene lei non avesse mai manifestato il desiderio di vedermi giocare (e infatti non mi ha mai visto partecipare ad una sola mano) e non avendo inoltre alcuna idea del gioco d’azzardo e del poker, ero comunque sicuro che fosse piuttosto orgogliosa dei miei risultati al tavolo da gioco. In definitiva diventare il campione del mondo mi avrebbe aiutato a raggiungere tutti questi obiettivi.

Il Main Event era l’evento annuale più prestigioso nel poker, il punto d’incontro dei più grandi giocatori di no-limit Hold’em provenienti da tutto il mondo. Il field prevedeva l’iscrizione di 22 partecipanti, guidati dagli ex-campioni Puggy, Slim e Sailor oltre al già tre volte vincitore Johnny Moss. Soltanto una volta il campionato l’aveva vinto uno che non era del texas, Puggy appunto, ma lui aveva comunque giocato con noi davvero parecchio. Per la prima volta non ero spaventato della pubblicità che avrei ottenuto vincendo un evento del genere. Non che io volessi la notorietà, anzi esattamente il contrario, ma le WSOP avevano ricevuto così tanta attenzione negli anni precedenti che ormai non ti facevano più tanto pesare il fatto di essere un giocatore d’azzardo professionista. E, comunque, il mio istinto competitivo mi faceva passare sopra a qualsiasi cosa. Dopo sei presenze e nessun titolo conquistato, ero davvero ansioso di partecipare all’ormai prossimo Main Event. Avevo già avuto un buon inizio alle World Series con un’affermazione in uno degli eventi preliminari, il Deuce to Seven Draw, ma il torneo con 10.000$ di buy-in era l’unico che desideravo vincere veramente. E la cosa naturalmente non valeva solo per me ma anche per tutti gli altri giocatori.

Mentre c’erano sicuramente abbastanza soldi da vincere nei vari tornei, il Main Event non era l’unica attrazione principale. C’erano infatti anche tutte le partite di contorno, dove amatori e professionisti di città si sarebbero mischiati a noi credendo di poter aver la meglio su quelli che erano sicuramente i migliori giocatori al mondo. Questi avventurieri non erano certo abituati ai nostri livelli di competizione e facevano continuamente errori grossolani perchè sovrastimavano notevolmente le loro abilità. Una cosa che era perfetta per me.

Tra tornei e cash-game c’era davvero poco tempo per dormire: era il momento di tirar su un po’ di soldi con tutta quella gente in città. Non era certo il momento migliore per prendersi una vacanza. Il Main Event iniziò dunque in un’atmosfera ricca di frenesia ed eccitazione. Slim e Sailor erano in splendida forma, giocando per il pubblico e per i tanti media intervenuti per seguire le World Series. Tutti eravamo molto concentrati e non passò molto tempo prima che le cose cominciassero a farsi davvero serie. Perdemmo subito due grandi giocatori già dopo le prime battute del torneo: Johnny Moss fu eliminato nelle prime due ore, seguito rapidamente anche da Jack Straus. Potrei dire che a quel punto il field era diventato leggermente meno impegnativo, ma restava sempre una competizione con i più grandi interpreti del no-limit di quei tempi. Da parte mia stavo giocando un grande poker e sentivo chiaramento di poter ambire al titolo nel caso fossi riuscito a mantenere un giusta concentrazione ed a imporre il mio gioco, il che significava una sola cosa: aggressività, aggressività ed ancora aggressività. Alla fine della prima giornata avevo racimolato un buono stack e il numero di giocatori rimasti si era sensibilmente ridotto. Eravamo in otto quando toccò a Bobby Baldwin essere eliminato. Era un giovane davvero forte e infatti avrebbe poi vinto il titolo appena due anni dopo, ma quello non era ancora il suo momento. Successivamente uscirono Puggy e Bert Rice, un altro texano. Crandell Addington li aveva eliminati entrambi, il primo con un trips di 5 e l’altro con tre donne. Rimanemmo dunque in 4: io, Crandell, Jesse Alto e Tommy Hufnagel.

Crandell ci teneva davvero tanto al proprio abbigliamento. Indossava infatti sempre vestiti piuttosto sgargianti durante le partite. In occasione del torneo aveva deciso di mettere un abito a tre pezzi con un impeccabile cappello da cowboy Stetson. Aveva poi abbinato una cravatta di seta lucida e i migliori stivali che si potessero comprare allora. Girava voce che Crandell non si fosse mai allentato la cravatta ad un tavolo ta poker. Mi era capitato di incontrarlo parecchie volte nel circuito di poker del Texas e già sapevo che proprio da lui sarebbero potuti venire i peggiori guai per il prosieguo del mio torneo. Lui conosceva benissimo il mio stile di gioco ed, inoltre, era aggressivo almeno quanto me. Avrebbe potuto bluffare con il nulla assoluto così come era in grado d’intrappolare astutamente un avversario con una monster hand.

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Crandell era piuttosto sicuro di sè e al tavolo faceva continuamente anelli di fumo azzurrognoli. Ma le cose per lui non durarono a lungo: in una mano dove aveva una coppia di jack  pensò di potermi scoprire in bluff, ma si sbagliava di grosso. Spedii lui e il suo sigaro fuori dal torneo con tris di 9. Dopo averlo eliminato avevo certamente un problema in meno da affrontare. Giocare in tre, con gli avversari che reputavo più forti già fuori dal torneo, mi faceva ben sperare. Pensavo, in verità, di poter avere la meglio su quelle due facce relativamente nuove del poker. Con il suo modo di fare piuttosto appariscente, Hufnagel si era guadagnato il soprannome di “Fast Eddie” dal film con Paul Newman. Fin lì aveva comunque fornito un’ottima performance. L’avrei dato per vincente se non ci fossi stato io al tavolo. Ma siccome ero lì, il titolo di campione sarebbe stato mio. E infatti dopo un po’ lo feci fuori quando lui andò  all-in con una coppia di 8 trovandomi con due jack.

Il torneo arrivò dunque alla sfida decisiva tra me e Jesse Alto. Jesse, che giocava abitualmente nei tavoli più alti di Houston, aveva anche un record invidiabile: era infatti riuscito ad arrivare per ben sei volte al final table del Main Event.
Un momento dell'heads up tra Doyle Brunson e Jesse Alto
Nonostante ciò non aveva una lunga esperienza come la mia. Mentre stavo cercando il giusto momento per metterlo k.o. riuscii, dopo un po’, a vincere un discreto piatto. Avevo già giocato con lui diverse volte e sapevo che era un noto “steamer” ossia aveva la tendenza a giocare piuttosto loose dopo aver perso un grosso pot. Avevo dunque guadagnato un buon numero di chips e ne avevo più o meno il doppio di Jesse. Iniziai quindi a pensare tra me e me:“se vinco la prossima mano allora posso batterlo.” (fine prima parte)

Emiliano “nimitz” Cocco

 

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