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poker truffa Sicilia

Come in Sicilia truccavano le partite di poker high stakes con "Pina", telecamere a infrarossi e codici sulle carte

Una telecamera a infrarossi nascosta dentro un normale porta-fiches. Carte da poker contrassegnate con codici praticamente invisibili. Un software capace di stabilire in anticipo chi avrebbe ricevuto la mano vincente. L'informazione trasmessa via Bluetooth a un microauricolare e, infine, un innocente gesto sulle fiches rosse per comunicare ai complici come comportarsi.

Lo avevano chiamato “Pina” e le partite venivano ospitate a Gela, in una casa privata in Sicilia (definita bisca dalla stampa locale) e il sistema è stato scoperto dai Carabinieri nell'ambito dell'operazione “Showdown”, culminata l'11 novembre 2019 con tre arresti tra Gela e Licata.

A quasi sette anni da quel blitz, però, la storia giudiziaria non sembra ancora avere trovato una conclusione pubblicamente documentata: nelle fonti consultabili fino a settembre 2026 non risulta ancora una sentenza conclusiva sul processo.

Ed è proprio rileggendo oggi questa vicenda che emerge una coincidenza impressionante ma è il filo conduttore che lega molte partite private nel mondo. Nel 2025 negli Stati Uniti le autorità federali hanno infatti smantellato un presunto sistema per truccare partite high stakes di poker attraverso tecnologie sorprendentemente simili: porta-fiches dotati di telecamere, carte leggibili attraverso dispositivi speciali, informazioni trasmesse a distanza e segnali concordati con le fiches.

Il sistema Pina per truccare le partite, ma dopo 7 anni ancora nessuna sentenza

"Pina". Aveva un nome familiare, della tipica vicina di casa che ti porta la parmigiana la domenica. "Pina". Rassicurante, familiare, innocua.

Eppure, secondo l'accusa, "Pina" era la giocatrice più forte di tutta la Sicilia. Non sbagliava mai una lettura, non cadeva in un bluff, non aveva bisogno di studiare gli avversari. Semplicemente, conosceva già le carte degli avversari.

Come avveniva la truffa

"Pina" è una telecamera a infrarossi nascosta dentro un anonimo porta-fiches. Carte marcate con codici invisibili a occhio nudo. Un software capace di stabilire, prima ancora che la mano fosse distribuita, chi avrebbe avuto il punto vincente. Un segnale Bluetooth diretto a un microauricolare. E infine il gesto più banale del mondo: due dita che sfiorano una fiche rossa.

Sembra la sceneggiatura di un film su Las Vegas nei primi anni Duemila, invece il set era una casa di via Citelli, a Gela, e i titoli di coda li hanno scritti i Carabinieri con l'operazione "Showdown", culminata l'11 novembre 2019 con tre arresti tra Gela e Licata.

Solo che il film, a quasi sette anni di distanza, un finale non ce l'ha ancora. Nelle fonti pubbliche consultabili fino a settembre 2026 non risulta una sentenza conclusiva sul processo.

Purtroppo è la piaga delle partite private fuori dai casinò legali. Dalla Sicilia a New York è sempre la solita storia. Nel 2025, dall'altra parte dell'oceano, le autorità federali americane hanno smantellato un presunto sistema per truccare partite high stakes con strumenti incredibilmente somiglianti: porta-fiches con telecamere, carte leggibili con dispositivi speciali, informazioni trasmesse a distanza, segnali affidati alle chips. E secondo il Dipartimento di Giustizia, dietro alcune di quelle partite ci sarebbero stati membri e affiliati delle famiglie Bonanno, Gambino e Genovese.

Da Gela a New York, stesso trucco, stesso tavolo verde ma nessun collegamento tra le due truffe.

Settembre 2018: inizia l'indagine sulla bisca di Gela

Arriva una soffiata alle autorità nel settembre 2018 che avvisa i Carabinieri del Reparto Territoriale di Gela dell'esistenza di una bisca clandestina. L'indirizzo è quello di via Citelli a Gela (provincia di Caltanisetta) Gli investigatori si appostano, installano prima le telecamere all'esterno e poi riescono a portare i propri occhi elettronici anche dentro il locale.

Si aspettavano di trovare una partita di Texas Hold'em non autorizzata ma hanno scoperto qualcosa di più sofisticato e interessante per le indagini. Secondo l'accusa, attorno a quel tavolo non tutti stavano giocando a poker in modo regolare. Alcuni partecipanti stavano sfidando gli avversari, la sorte, la varianza, altri players, invece, la varianza l'avevano abolita per decreto e stavano truccando le partite.

Al tavolo, godendo del dono dell'invisibilità, c'era anche "Pina".

Anatomia di un inganno

Stando alla ricostruzione degli investigatori, il sistema ruotava attorno a un porta fiches anonimo. Di quelli che nessuno si mette a osservare con insistenza.

Dentro, però, c'era un occhio a infrarossi capace di leggere minuscoli codici impressi sul dorso delle carte. Quei dati finivano a un software che ricostruiva la distribuzione del mazzo e decretava in anticipo la mano migliore.

Da lì il verdetto veniva comunicato via Bluetooth, attraverso un cellulare, fino a un microauricolare nascosto nell'orecchio di uno dei giocatori partecipanti al sistema trufaldino.

Restava l'ultimo dettaglio, quello più importante: avvisare i complici senza farsi scoprire. Il metodo era molto più semplice ed empirico: il giocatore informato toccava determinate fiches rosse. Un semplice tic abituale, un gesto che al tavolo fanno tutti ma il modo era concordato con i complici. Per chi sapeva leggerlo, era un messaggio in codice.

Da una parte l'elettronica sofisticata, dall'altra un movimento delle dita vecchio quanto le carte stesse.

Sempre secondo gli investigatori, si decideva in questo modo quando spingere, quando lasciare e soprattutto contro chi puntare le cifre che contavano davvero.

L'ultimo showdown: l'11 novembre 2019

Nel poker lo showdown è il momento della verità, il momento in cui vengono girate le carte. Nessuno può più bluffare, neanche a se stesso. I carabinieri avevano scelto proprio questo nome per l'operazione.

L'11 novembre 2019 tre persone, considerate all'epoca dagli investigatori tra gli organizzatori del sistema, finiscono agli arresti domiciliari. Altre vengono coinvolte nell'indagine. Tra le contestazioni figura l'associazione per delinquere finalizzata alle truffe e al gioco d'azzardo.

Secondo l'accusa, in via Citelli arrivavano giocatori inconsapevoli anche da altre province siciliane: imprenditori, commercianti, professionisti. Tutti benestanti e con il vizio di scommettere - al tavolo verde - cifre importanti.

Gli inputati e il loro difensori, però, hanno sempre respinto la ricostruzione dell'accusa e contestato l'esistenza di un'organizzazione strutturata per truccare sistematicamente le partite. Già negli interrogatori seguiti agli arresti, uno degli indagati sostenne che "Pina" fosse entrata in gioco solo in alcune occasioni, e soltanto per recuperare perdite precedenti.

L' uso sistematico del marchingegno resta, fino a prova contraria, la tesi dell'accusa che deve essere riscontrata in aula.

Poker truffatore
Sono frequenti le notizie di partite di poker private truccate fuori dai casinò legali (foto Shutterstock)

Le battaglie in tribunale

In sette anni ci sono stati divesi colpi di scena. Alcuni frequentatori della bisca, convinti di essere stati danneggiati, si sono costituiti parte civile. Nel febbraio 2024, davanti al collegio penale del Tribunale di Gela, un ufficiale dei Carabinieri che aveva coordinato le indagini ha fatto riferimento a perdite enormi rimediate dalle vittime inconsapevoli.

Un giocatore sarebbe arrivato a lasciare sul tavolo circa 250.000 euro. Un altro, stando alla testimonianza, avrebbe dovuto vendere degli immobili per coprire debiti per circa 200.000 euro.

Quanto agli organizzatori, lo stesso investigatore ha stimato in almeno 500.000 euro il loro guadagno complessivo. Giusto sottolinearlo: sono numeri e ricostruzioni portati in aula dall'accusa, non fatti accertati in via definitiva da una sentenza.

La mano infinita

Dopo gli arresti, l'inchiesta prosegue il suo cammino. Nell'estate 2020 arriva la chiusura delle indagini, poi l'udienza preliminare. Nel 2022 tre presunte vittime risultano già ammesse come parti civili e viene chiesto il processo per gli imputati. Nel 2023 il dibattimento è in corso davanti al Tribunale di Gela.

Il 29 febbraio 2024 sale sul banco dei testimoni uno degli ufficiali protagonisti dell'indagine. Il processo è ancora nella fase dell'istruttoria dibattimentale e si annuncia che l'esame dei testimoni proseguirà nelle udienze successive. Non risultano ad oggi ancora sentenze definitive.

La battaglia giudiziale è ancora in corso, ma una lezione emerge ai giocatori: diffidate delle partite private high stakes.

Le truffe nelle partite private: una costante

Oramai le notizie di partite private truccate si rincorrono in tutto il mondo. Uno degli ultimi casi è forse quello che ha fatto più discutere: il 23 ottobre 2025 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti annuncia l'incriminazione di 31 persone al termine di una maxi-indagine su partite clandestine di poker high stakes presumibilmente truccate. Secondo i procuratori federali, nel sistema erano coinvolti anche membri e affiliati delle famiglie Bonanno, Gambino e Genovese di Cosa Nostra americana. Le perdite contestate alle presunte vittime ammontano ad almeno 7 milioni di dollari.

Ma è leggendo i dettagli tecnici che a un lettore siciliano scatta un déjà vu.

Negli Stati Uniti, secondo l'accusa, venivano usate macchine mescolatrici di carte modificate, capaci di leggere l'intero mazzo e stabilire in anticipo chi avrebbe avuto la mano migliore. L'informazione passava a un complice all'esterno, che la girava a un uomo seduto al tavolo: il "Quarterback", o "Driver", come lo chiamano gli investigatori. Era lui a guidare gli altri con gesti concordati.

Tra gli esempi citati dal Dipartimento di Giustizia, uno suona particolarmente familiare: un complice toccava determinate fiches o altri oggetti sul tavolo per segnalare le mani.

E non finisce qui. L'indictment americano parla anche di un "chip tray analyzer", cioè un porta-fiches in grado di leggere di nascosto le carte grazie a telecamere occultate, oltre a tavoli a raggi X e lenti a contatto o occhiali speciali capaci di riconoscere carte marcate in precedenza.

Un dettaglio che rende la vicenda di Gela, datata 2019, sorprendentemente contemporanea.

Pina ha fatto scuola anche a New York?

La tentazione di collegare le due vicende è comprensibile, ma allo stato degli atti non c'è assolutamente nulla di concreto. Immaginare "Pina" come la nonna siciliana della truffa mafiosa newyorkese è un esercizio di pura fantasia. Allo stato attuale, non c'è nulla che la giustifichi.

Il Dipartimento di Giustizia sostiene che il sistema americano fosse operativo almeno dal 2019. Non è emerso alcun legame con l'inchiesta siciliana, né alcuna prova che la tecnologia d'oltreoceano sia stata copiata da quella di Gela. Anzi, durante il processo un investigatore ha spiegato che il dispositivo sarebbe stato acquistato sul mercato, non costruito dagli imputati.