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Vice analizza il mondo dello staking nel poker: “Non è profittevole, lo scopo è socializzare”

Ultimamente Vice si sta occupando molto di poker, una circostanza che non stupisce più di tanto se si pensa che il fondatore del colosso dell’informazione – Shane Smith – è un grande appassionato di gambling. Dopo l’intervista a Charlie Carrel, Vice si occupato anche dello staking nel poker. Lo ha fatto attraverso un’inchiesta di Motherboard, il sito di Vice Media che si occupa di tecnologia e scienza.

L’articolo parte dalla vittoria di Brian Rast nel Poker Players’s Championship delle WSOP 2016. Pochi sapevano che il professionista di Las Vegas aveva venduto quote del torneo da 50.000$ di buy-in su StakeKings. Questo sito, insieme a YouStake, è la maggior piattaforma al mondo di staking. Cameron Tung, l’autore dell’articolo su Motherboard, definisce questa pratica il crowdfunding del poker.

Rast aveva messo in vendita le quote maggiorate del 2%. Tra i tanti finanziatori che le hanno comprate, c’era anche Nate Meyvis, un programmatore statunitense con un passato da poker pro. Meyvis ha pagato 60$ per assicurarsi lo 0.1% dell’action di Brian e dopo pochi giorni si è ritrovato con un bottino di 1.200$. Si tratta del migliore risultato della sua estate sulla piattaforma di staking.

Brian Rast dopo la vittoria nel Poker Player's Championship
Brian Rast dopo la vittoria nel Poker Player’s Championship

Nonostante questo esempio, il giornalista di Vice sostiene che la pratica dello staking sia poco profittevole: “Tutti i poker pro con cui ho parlato hanno stimato che la maggior parte dei finanziatori abbiano perso soldi complessivamente”. Non avendo dati a disposizione è impossibile commentare questa affermazione, ma c’è un aspetto certo che non viene preso in considerazione: lo staking è un’attività skill-oriented proprio come il poker.

Se a poker non possono vincere tutti perché sul lungo periodo le abilità prevalgono, lo stesso di può dire dello staking: è un “gioco” basato sull’abilità, quindi è normale che poche persone risulteranno vincenti. Si pensi, per esempio, al finanziatore di tutti i giovani player tedeschi negli high roller: potremmo mettere la mano sul fuoco che non è in passivo, ma in grande profitto. Specialmente se nella sua lista c’era anche il nome di Fedor Holz.

E lo stesso si potrebbe dire di chi ha stakato Dan Colman e Mustapha Kanit nei vari high roller: per loro lo staking è stato sicuramente profittevole.

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Olivier Busquet e Haralabos Voulgaris sono stati tra i finanziatori di Dan Colman al Big One Drop 2014

In un certo senso l’articolo di Motherboard si incarta su se stesso, perché da un lato fa passare l’idea che lo staking non sia un’attività profittevole ma puramente ricreativa (vedremo il motivo in seguito), ma dall’altro riporta esempi di giocatori che hanno guadagnato, sia come investitori che come stakati.

Andrew Barber appartiene alla seconda categoria. Se oggi può continuare la sua carriera di poker pro è grazie allo staking: lo scorso anno vendette quote per il Championship di HORSE alle WSOP 2015 e lo vinse per 517.766$. Tra i suoi finanziatori c’era un caro amico che aveva comprato il 25% del suo buy-in, assicurandosi circa 100.000$ di profitto.

“Dopo la vittoria gli ho dato due mazzette da 50.000$. È stato un momento toccante. L’ho ringraziato per essermi rimasto vicino e aver creduto in me per tutti questi anni. Con lo staking non si ottengono tanti piccoli profitti costanti. Perdi per un sacco di tempo e poi arriva una vittoria enorme. Secondo le mie stime, avevo perso tra i 30.000$ e i 35.000$ nei due o tre anni precedenti”.

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Nonostante la storia di Barber sia comune a quella di molti altri giocatori, secondo Tung lo staking resta una pratica improduttiva anche a causa dei tanti rischi che un finanziatore corre. L’autore riporta che un giocatore aveva venduto quote per il Big One Drop delle ultime WSOP. Dopo aver raccolto i fondi sufficienti a pagare il buy-in da 111.111$, avrebbe bruciato tutto giocando d’azzardo nei casinò di Las Vegas. Addio Big One Drop (poi vinto da Fedor Holz) e addio ai soldi di chi aveva creduto in lui.

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Per questo motivo, lo staking non sarebbe altro che un’attività ricreativa in grado di far socializzare gli appassionati di poker. “A molti staker non interessa il ROI”, ha dichiarato il CEO di YouStake Frank DeGeorge. “Cercano maggiormente l’interazione e la possibilità di farsi coinvolgere dal percorso dello stakato in un torneo“.

Anche Nate Meyvis (il giocatore che ha comprato 60$ del buy-in di Brian Rast) conferma questa impressione: “Ho ricevuto un tweet da una persona che aveva comprato le mie quote in un torneo. Mi ha detto che si era talmente divertito seguendo su Twitter le oscillazioni del mio stack che si era dimenticato di essere coinvolto finanziariamente”.

Ci sono molti aspetti interessanti nell’articolo di Motherboard sullo staking nel poker, ma il più importante è che ancora oggi il poker è in crescita. Non lo dimostra semplicemente l’interesse dei media non specializzati, ma anche la stessa questione dello staking: seppur per vie traverse, il poker continua a guadagnare popolarità. E se lo staking fosse davvero un mezzo per rendere questo gioco ancora più coinvolgente e divertente (che è lo scenario suggerito dall’autore dell’articolo su Motherboard), allora sarebbe una pratica positiva per il poker anche se dovesse rivelarsi non profittevole.