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Shane Hennen: il profeta delle scommesse accusato di truccare i match NBA, viene condannato per lo scam delle partite di poker high stakes

Shane Hennen ha battuto un record: nello stesso anno è riuscito a farsi accusare di aver provato a truccare delle partite di NBA per scommesse illecite e, al tempo stesso, a farsi condannare per la brutta storia (con il coinvolgimento delle famiglie Gambino e Genovese) per le partite private truccate di poker high stakes.

Vendeva certezze a folle di sconosciuti dallo schermo di un telefono, come un predicatore da autostrada del Midwest vende la salvezza a rate. Shane Hennen, quarantun anni, di Philadelphia, era diventato quello che l'America ama più di ogni altra cosa: un uomo con un passato cancellato e un futuro in crescita. Poi i procuratori federali hanno riavvolto il nastro, e sotto l'oracolo delle scommesse è riapparso lo spacciatore, il baro, il regista di un inganno che, secondo l'accusa, arrivava fino ai parquet dell'NBA.

Shane Hennen: la sua ascesa come influencer delle scommesse

C'è una sola un'arte che in America si pratica davvero: è la reinvenzione. Non ti chiedono da dove vieni, non ti chiedono cosa hai fatto. Ti chiedono soltanto se il numero, in fondo alla pagina, è in crescita. E il numero di Shane Hennen, per un certo periodo, cresceva.

La sua parabola ha la forma perfetta del sogno nazionale rovesciato.

Prima capitolo: spacciatore, con tanto di condanna.

Secondo capitolo: pool hustler, uno di quei giocatori di biliardo che nei bar di provincia fingono di non saper tenere la stecca, sbagliano di proposito i primi colpi, lasciano vincere lo sprovveduto di turno — finché sul tavolo non c'è abbastanza denaro da valere la messinscena. Era il mestiere di Paul Newman ne Lo spaccone, ma senza la fotografia in bianco e nero a nobilitarlo, senza la malinconia del jazz di sottofondo: solo il feltro macchiato e il portafoglio altrui.

Terzo e ultimo capitolo, il più contemporaneo di tutti: influencer di scommesse sportive. L'oracolo digitale. Uno di quelli che sui social vendono pronostici come fossero profezie, e insieme ai pronostici vendono la cosa più preziosa e più falsa del mondo del gioco — la sicurezza. Migliaia di seguaci pendevano dai suoi consigli, convinti che dietro quello schermo ci fosse un uomo che sapeva. E in effetti, secondo l'accusa, un uomo che sapeva c'era davvero. Solo che sapeva per ragioni che con la bravura non avevano nulla a che fare.

L'oracolo e il suo "segreto"

Perché il punto, nella traiettoria di Hennen, è tutto qui: nella distanza siderale tra il sembrare e l'essere. Il pubblico vedeva il talento, l'intuito, il fiuto del vincente. I procuratori sostengono di aver visto altro. Sostengono di aver visto un uomo al centro di un ingranaggio, il filo rosso che tiene insieme mondi apparentemente lontani — il poker truccato delle famiglie mafiose di New York e, in un fascicolo separato, il basket corrotto o presunto tale.

Sul primo fronte, quello del poker, Hennen ha smesso di difendersi: si è dichiarato colpevole di associazione a delinquere finalizzata alla frode telematica. Un'ammissione, un capitolo chiuso di recente, seguiranno le condanne.

Sul secondo fronte, quello del basket, non ha ammesso nulla, deve ancora rispondere delle accuse federali, e vale per lui — come per chiunque — la presunzione d'innocenza fino a sentenza definitiva. Ma è pesante, il capo d'imputazione. Talmente pesante da meritare che lo si racconti con la cautela dovuta e la precisione che merita.

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Basket scommesse (shutterstock)

Il fornitore, l'organizzatore, il complice: le truffe a poker

Cominciamo dal fronte dove le carte, ormai, sono scoperte.

Perché sul poker Hennen non recita più la parte dell'innocente: il 28 luglio si è presentato davanti alla corte federale di Brooklyn e si è dichiarato colpevole di associazione a delinquere finalizzata alla frode telematica. Ha persino confessato, in un'intervista al New York Times, di aver partecipato a partite di poker truccate e di aver scommesso sfruttando informazioni riservate — rivendicando quella scelta con una spavalderia tutta americana: nessun agente di borsa, ha detto in sostanza, è diventato ricco indovinando sempre. Vuole giustificarsi, arrivando a una conclusione cinica: barare non come colpa, ma come intraprendenza.

Dietro l'ammissione, però, c'è l'impalcatura che i procuratori hanno ricostruito capo per capo, e vale la pena srotolarla perché è lì che si misura il ruolo dell'uomo. Secondo l'atto d'accusa, Hennen non era una comparsa ai margini del tavolo: era uno dei perni. Lo descrivono come colui che organizzava le partite truccate, che forniva agli altri congiurati la tecnologia per barare in cambio di una fetta dei proventi, e che di quella tecnologia si serviva in prima persona sedendosi a giocare come membro delle "squadre di imbroglioni". Fornitore, regista e complice nello stesso corpo: raro concentrato di funzioni, in una macchina criminale che di solito le tiene separate.

I mescolatori di carte manomessi

E la tecnologia, di nuovo, era quella che i lettori di Assopoker ormai conoscono. I procuratori sostengono che almeno dal 2019, tra Manhattan, gli Hamptons e Las Vegas, girassero mescolatori di carte manomessi per leggere digitalmente il mazzo, telecamere nascoste, dispositivi di comunicazione per suggerire ai complici come puntare, e persino un tavolo capace di leggere le carte da sotto, i cui scatti sono finiti agli atti del Dipartimento di Giustizia. Un arsenale ridondante al servizio di una sola certezza matematica: che il pollo di turno — il fish, nel gergo dell'inchiesta — non avesse alcuna possibilità.

Perché il pollo si sedesse, però, serviva l'esca giusta. E qui la storia si allarga oltre Hennen: alle partite, secondo l'accusa, comparivano ex stelle dell'NBA nel ruolo di face card, le "carte con la figura", il cui volto noto trasformava una rapina in un privilegio. Tra questi i procuratori collocano Chauncey Billups, che però — è doveroso ripeterlo — respinge ogni addebito e resta, fino a sentenza, un imputato presunto innocente. Complessivamente, calcola l'accusa, la macchina avrebbe prodotto almeno sette milioni di dollari di proventi illeciti.

Resta la domanda che aleggia su ogni resa: perché arrendersi per primi. La risposta, nella giustizia a stelle strisce, ha quasi sempre lo stesso nome — cooperation. Patteggiando così presto, con la condanna fissata a dicembre, Hennen si è messo nella posizione di chi può alleggerire il proprio conto raccontando quello degli altri. Potrebbe essere un testimone chiave della pubblica accusa.

L'arte antica del point-shaving

L'accusa parla di point-shaving, e conviene spiegare cos'è, perché è un inganno più sottile di quanto il nome lasci immaginare. Non si tratta di perdere la partita. Perdere apposta è rozzo, si vede, insospettisce gli allibratori e finisce sui giornali.

Il point-shaving è un tradimento chirurgico: si vince, ma di meno. La squadra festeggia, i tifosi esultano, i titoli dei giornali celebrano — e intanto qualcuno, che sapeva, ha incassato. Basta vincere di sei punti anziché di dodici, in modo che il margine — l'handicap su cui si scommette — cada dalla parte giusta. È il delitto perfetto perché non lascia cadaveri: sul tabellone c'è comunque una vittoria.

Già nel 1951 i ragazzi del City College di New York finirono in manette per aver "aggiustato" i punteggi, macchiando per sempre una delle più belle favole sportive del dopoguerra. La formula è vecchia quanto la tentazione. Cambia la tecnologia, cambiano i mercati — ma il tarlo è lo stesso da settant'anni.

Secondo i procuratori, lo schema attribuito a Hennen si sarebbe esteso su due continenti: dal basket universitario americano e NBA fino alla massima lega professionistica cinese, la CBA. L'accusa nei suoi confronti è duplice e precisa: reclutare i giocatori perché falsassero le proprie prestazioni, e coordinare le scommesse piazzate conoscendo in anticipo l'esito. Sapere prima. È sempre e solo questo, il vantaggio impossibile del baro: sapere prima degli altri.

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Le scommesse stanno avendo una influenza (non sempre positiva) negli sport professionistici americani.

Il caso Jontay Porter

E ogni storia, per diventare memorabile, ha bisogno di un volto. Quello di questa vicenda, secondo l'accusa, è il volto di Jontay Porter, ex ala dei Toronto Raptors.

I procuratori sostengono che Hennen abbia piazzato scommesse under sulle prestazioni individuali di Porter — le cosiddette prop bet, le puntate sui numeri del singolo giocatore e non sul risultato della partita — prima di due gare del gennaio e del marzo 2024. E che lo abbia fatto sapendo in anticipo ciò che nessun scommettitore onesto può sapere: che quel giocatore avrebbe deliberatamente limitato il proprio rendimento in campo. Non serviva indovinare. Bastava scommettere che Porter avrebbe fatto poco. E lui, poco — sempre secondo l'accusa — avrebbe fatto apposta.

Resta, alla fine, l'immagine di un uomo che aveva costruito la propria rispettabilità sulla capacità di prevedere il futuro, e che — se l'accusa reggerà nel processo — quel futuro se l'era semplicemente scritto da sé. È la truffa più americana che esista, perché non tradisce il sogno nazionale: lo porta alle sue estreme conseguenze. Ti sei rifatto una vita? Bravo. Nessuno chiede a che prezzo, nessuno chiede sulla pelle di chi.

Il pubblico degli scommettitori voleva un profeta, e un profeta ha avuto. Non sapeva che le profezie, per avverarsi tutte, avevano bisogno che qualcuno, da qualche parte, barasse.