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Paul Magriel, il genio che adorava il gioco “perché violenza controllata, al contrario della vita”

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09/03/2018 17:25

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Quando muore un personaggio come Paul Magriel, il minimo che si possa fare è fermarsi e omaggiarlo. E non dovrebbe farlo solo chi conosce il mondo del poker da molti anni: anche tu, lettore novellino che magari hai iniziato a capire come funzionano i tornei di poker da quando hai scoperto il “fattore M”, dovresti ringraziare Paul. Anche se non lo hai mai sentito nominare.

Paul Magriel in una immagine recente

Paul Magriel, padre del “Fattore M”

Si deve infatti a lui uno dei metodi che hanno avvicinato più gente al No Limit Hold’em, forse ancora più del “Sistema Sklansky”. Oggi la “M-ratio” è un metodo forse superato dall’implacabilità di un gioco in continua evoluzione. Ma, come in tutti i percorsi evolutivi, i mattoncini in alto non esisterebbero senza le fondamenta dei mattoncini più bassi, ormai vecchi ma indispensabili alla causa.

Per questo Paul Magriel è da considerarsi a tutti gli effetti fra i padri del poker moderno, quello diventato una “nicchia di massa” come è oggi. Lo è anche senza aver mai vinto un braccialetto, né essere stato sponsorizzato. Più semplicemente, era una mente eletta che ha dato il suo contributo al mondo del poker, ma non solo.

Magriel è stato una leggenda del backgammon. Uno che vinceva ogni partita che gli capitasse a tiro (persino bendato), uno che già 40 anni fa era il re degli high stakes di quel gioco, uno che scrisse un libro – “Backgammon” – divenuto in pochissimo tempo la bibbia in materia.

Paul Magriel era uno che il giorno insegnava matematica e la sera si divertiva togliendo soldi a ricchi appassionati, di backgammon prima e di poker poi.

Il pro spagnolo Leo Fernandez posa con Paul Magriel

Cosa c’era dietro quel “Quack quack!”

Chi amava il giochino già una dozzina di anni fa lo può ricordare nei primi show televisivi che raccontavano il poker. Il canale era Sportitalia, dove trasmettevano i primi tavoli finali del WPT commentati da Alberto Franceschini e Maurizio Cavalli. C’era già Gus Hansen prima di perdere 20 milioni online. C’era Howard Lederer prima di diventare l’uomo più detestato nella storia del poker. E poi c’era lui: Paul Magriel.

Paul era il tipico soggetto che alcuni retaggi piccolo-borghesi tendono a isolare e ridicolizzare, proprio perché diversi. E Magriel sui generis lo era sul serio, non solo per quella fisionomia che ricordava Ron Perlman ne “Il nome della rosa”.

Ogni colpo che vinceva era accompagnato dall’esclamazione “quack-quack”, la sua mano preferita era 22 (non a caso soprannominate “le paperelle”) e anche le sue size seguivano questa simpatica ossessione: Paul puntava quasi sempre cifre con 22 (220, 2200, 220.000, 2.200.000 etc), o perlomeno multipli di 22. Ma se state pensando che fosse qualcosa di simile a quelli che giocano una mano solo perché sono “le proprie carte”, ecco, vi sbagliate di grosso.

Questa scanzonata liturgia era un omaggio a “X-22”, il nickname con il quale era divenuto famoso nel mondo del Backgammon. Il nomignolo era dovuto a un torneo-simulazione che Magriel aveva giocato contro 63 avversari virtuali. Ogni giocatore era denominato con una sigla, da X-1 a X-64. Paul era X-22, e indovinate chi vinse…

Una mano alle WSOP contro Phil Hellmuth, che – tanto per cambiare – la prese bene…

Perché un matematico preferiva il backgammon agli scacchi?

Paul Magriel comunque non vinceva solo i tornei-simulazione, ma davvero qualsiasi cosa gli capitasse a tiro. Da bambino era un prodigio degli scacchi, poi scoprì il backgammon ai tempi dell’università, all’età di 22 anni. E sì, ancora quella cifra che ritorna…

Ciò che lo attirava nel Backgammon, e che era pressoché assente negli scacchi, era la componente fortuna che rimescolava le carte.  Interpellato sulle partite che amava giocare bendato, una volta disse “In ogni singola partita di backgammon la fortuna conta un sacco. Ma ci sono livelli e livelli, il backgammon è molto più complesso di quanto pensi la gente.”

Paul Magriel bendato, mentre gioca contro lo scrittore George Plimpton

Il gioco, la lealtà e la vita

Qualcosa del genere si può dire anche del poker e infatti non è un caso che Magriel sia diventato anche un pro anche lì.

 

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Più in generale, la sua concezione del gioco era qualcosa di affascinante. Come ricorda Nolan Dalla in un bell’articolo in sua memoria, Paul Magriel disse in un’intervista “Sono un patito di backgammon, ma lo sono dei giochi in generale. I giochi sono violenza controllata. Puoi scrollarti di dosso le tue frustrazioni e aggressività su un tavolo da backgammon, dove le regole sono chiare – al contrario della vita, dove le regole non sono altrettanto ben definite. Nei giochi sai sempre cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è lecito e cosa è illecito. Nella vita, invece, non è proprio così.”

Riposa in pace, mister “quack quack”.

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