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L' Opinione

I quattro casinò italiani sommersi da debiti, politica e sindacati: il paradosso del supermarket

I quattro storici casinò italiani attraversano una fase di profonda crisi fra debiti, malapolitica e una eccessiva sindacalizzazione che impedisce un moderno sviluppo del settore. Perchè i supermarket possono essere aperti 24h e i casinò no?

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13/07/2017 16:00

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Il Casinò di Campione d’Italia

Da qualche giorno tengono banco le polemiche suscitate dalle dichiarazioni di Roberto Salmoiraghi, da poche settimane nuovamente sindaco di Campione d’Italia, che ha tracciato un quadro a tinte molto fosche sul futuro del relativo casinò.

La verità è che tutto il settore attraversa un momento di estrema crisi, da cui non pare salvarsi nessuno dei quattro casinò dislocati sul territorio italiano. Solo malagestione e malapolitica? Cerchiamo di capirci di più.

Casinò italiani: ogni premessa è debito

“Ci troviamo di fronte a un debito di oltre 150 milioni di franchi svizzeri (140 milioni di euro, ndr.) accumulati da Comune e Casinò. Quando l’amministrazione precedente è entrata in carica, 10 anni fa, nella casse comunali c’era un avanzo di 34 milioni di franchi. Non c’era una fattura inevasa e non si era fatta nessuna anticipazione di cassa. Ho fatto fare agli uffici del Comune la situazione al 30 di giugno: abbiamo debiti per 9 milioni di franchi e altri per 2.200.000 euro, poi dobbiamo alla Banca di Sondrio 21 milioni e 570mila franchi […] La casa da gioco ha un debito da 106 milioni e 800mila franchi. Stiamo facendo di tutto, fino quasi a perdere dignità e orgoglio per andare dagli istituti di credito affinché ci compatiscano e ci diano del tempo”. Sono le parole di Roberto Salmoiraghi riportate dal quotidiano “Il Giorno”. Il neoprimo cittadino dell’enclave italiana in Svizzera  non usa mezzi termini: “Non so se c’è un futuro e ve lo dico con il magone nel cuore. Se riusciremo a superare questo periodo di 3 o 4 mesi, quello che potrebbe essere una via di uscita è attraverso le banche la possibilità di emettere obbligazioni nostre da mettere sul mercato, così con la vendita ci arriverebbero dei denari da poter utilizzare. Ma questi soldi vanno restituiti con gli interessi. Ci giochiamo tutto e se non riusciremo a uscire da questo impasse non potrò fare altro portare i libri contabili al prefetto”.

Roberto Salmoiraghi, neo sindaco di Campione d’Italia

Se Atene piange, Sparta non ride. Alla fine del mese scorso era scoppiato il bubbone di Saint Vincent, con la denuncia di 140 milioni di euro di soldi pubblici che sarebbero stati “mangiati” da management e politica locale, secondo quanto riportava “La Stampa”.

E che dire di Venezia? In Laguna la crisi si è palesata forse prima che altrove e, nel mese di maggio scorso, si era arrivati alla delibera per chiudere un gioiello come la sede di Ca’ Vendramin Calergi.

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Infine, Sanremo. La casa da gioco matuziana ha reso noti i numeri del primo semestre 2017, in crescita dello 0,6% rispetto allo stesso periodo del 2016. Una piccola boccata d’ossigeno che comunque non può nascondere l’emorragia di introiti vissuta negli ultimi anni.

Le partecipate, origine dei mali

Al di là delle singole peculiarità, tutti e quattro i casinò italiani presentano un enorme problema in comune: sono tutte società partecipate dai relativi comuni, con le conseguenze del caso. Già la politica nazionale non ci dà un esempio virtuoso, in merito: le nomine di management strategici demandate alla politica rispondono troppo spesso a logiche di bottega o di schieramento, e troppo di rado a reali bisogni aziendali e – soprattutto – competenze specifiche.

Nelle dinamiche dell’Italia post-tangentopoli, che ha perso una intera classe politica senza un ricambio generazionale adeguato, le società partecipate sono spesso rimaste stipendifici, strumenti di mercanzia clientelare o terreni fertili di corruzione.

La storica sede “Ca’ Vendramin” del Casinò di Venezia

Il paradosso del supermarket e la mancanza di visione

Da qualche anno, nelle grandi città (e non solo) si moltiplicano i casi di supermarket della grande distribuzione che offrono servizio 24/7. Secondo i vertici di Carrefour – una delle prime società ad adottare questo modello – si tratta di un modo per adeguarsi alle abitudini degli italiani, che cambiano.

A molti – compreso chi scrive – l’esigenza di comprare il pane, o un etto e mezzo di salame, o un telefonino alle 3 e mezzo del mattino sembra piuttosto campata in aria. Fare la spesa è infatti tradizionalmente considerata come un’attività diurna. Ma è un dato di fatto che ormai i supermarket 24h si vanno diffondendo e i sindacati, al di là di un ostracismo iniziale, non hanno proprio fatto le barricate.

Quegli stessi sindacati, però, si sono da sempre opposti con fermezza all’adeguamento degli orari in un settore che invece è molto meno “diurno” rispetto a quello dei supermarket: i casinò.

Un supermercato Carrefour, tra le prime catene a proporre l’apertura h24

Chiusure coatte (con piatti da 30k) e la ripicca delle mance

Ricordo anni fa, durante un torneo internazionale in un casinò italiano di cui non farò il nome, c’era una allegra partita 10/€20€ con al tavolo russi, americani e qualche italiano. Erano appena scoccate le 3 del mattino, quando un addetto arrivò ad avvisare i giocatori che era giunto il momento di andare a casa. Peccato che si fosse nel mezzo di un piatto da più di 30mila euro, e che alla fine si dovette sbaraccare in tutta fretta nonostante le proteste – ultralegittime – dei giocatori.

Quella situazione era la fotografia di quanto fosse inadeguata una organizzazione del lavoro “classica”, in un settore come il poker e più in generale del gioco. Qualche giorno fa vengo a sapere che quello stesso casinò ha tagliato un torneo di poker giornaliero. Si trattava di un torneo che totalizzava in media 60-70 giocatori, nulla di trascendentale ma sempre un modo per mantenere fidelizzata la clientela abituale.

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La motivazione addotta è quella della mancanza di personale, ma pochi metri più in là rispetto alle sale dedicate al poker ci sono roulette che hanno sempre 2-3 addetti fissi, anche se non c’è nessun cliente a puntare.

In un altro casinò, qualche anno fa, mi è capitato di vedere un dealer a un tavolo cash 5€/5€ mischiare le carte per lunghissimi minuti. I giocatori erano tra l’attonito e l’infastidito, io chiedo lumi a un amico che era con me ed era regular del casinò: lui mi rivela che si trattava della ripicca del dealer nei confronti del giocatore che aveva vinto il piatto precedente, reo di non aver versato la mancia. Il dealer continuava imperterrito a mischiare, sotto lo sguardo del supervisore che non faceva una piega.

Il Casinò di Sanremo

Lo strapotere dei sindacati e la cura del cliente

Ecco, anche questa è una situazione che fotografa piuttosto bene il panorama attuale dei casinò, dove il cliente da fulcro del business diventa quasi un ingombro, e dove i privilegi acquisiti vengono prima della stessa sopravvivenza dell’azienda per cui lavori.

In questo panorama, negli ultimi anni abbiamo assistito alla felice eccezione di Campione, che non è un caso. La gestione del poker è infatti esternalizzata e questo ha attenuato gli effetti deleteri della eccessiva sindacalizzazione in un settore che invece, per la sua particolare natura, ha bisogno di maglie larghe ed elasticità.

Va anche aggiunto che il Casinò di Saint Vincent sta provando da qualche tempo l’apertura 24/7, perlomeno per quanto riguarda le slot machine e i servizi ad esse dedicati.

Quanto fattura il poker nei casinò italiani? I giochi più popolari nelle 4 sale

Come si poteva apprezzare nel nostro reportage esclusivo della settimana scorsa che riportava i dati Federgioco (qui sopra), nel poker Campione d’Italia non ha rivali. Tuttavia, il nuovo sindaco non salva neanche questa “isola felice”: “abbiamo debiti per le fatture del poker per 150mila franchi”, ha dichiarato Salmoiraghi sempre ai colleghi de “Il Giorno”. Poca roba, nell’abisso di debiti nel quale si trova invischiato il casinò, ma comunque un allarme: se dovesse fallire anche il “modello Campione”, per il poker live in Italia si aprirebbero scenari davvero cupi.

Il casinò di Saint Vincent

Liberi casinò in libero stato, ma…

Non ho soluzioni a portata di mano, per un settore che ha evidentemente gestito male gli anni delle vacche grasse e adesso piange miseria. La ragione suggerirebbe di aprire le porte alla nascita di altri casinò su tutto il territorio nazionale, come ad esempio quello di Taormina, la cui riapertura è divenuta ultradecennale tormentone. Se però fossero gestiti come i quattro storici casinò italiani, allora il pericolo è che ci troveremmo di fronte ad altri carrozzoni ancillari alla politichetta locale.

Ma in questo settore urge che lo Stato si faccia da parte, mantenendo per sè solo le funzioni indispensabili come quella di vigilanza anti-mafia e quella di incassare i tributi.

Villa Mon Repos, dove negli anni ’60 sorgeva il casinò di Taormina

Il cerchiobottismo etico

Oltre a quello relativo alla qualità del management scelto, le ingerenze della politica nella gestione dei casinò riguardano anche l’aspetto etico. Da un lato è corretto che gli amministratori locali si preoccupino della salute del proprio territorio, quindi anche di eventuali ricadute di gioco problematico. Tuttavia, il gioco è storicamente un argomento su cui la politica ha da sempre paura di scottarsi – leggi “perdere voti”.

In base a dove tira il vento, a volte la classe politica urla “stop all’azzardo di stato che rovina le famiglie”, altre volte si chiede la salvaguardia di “un patrimonio per la città” e di “centinaia di posti di lavoro“. L’amara verità è che questa schizofrenia elettoralistica non potrà mai permettere a tali attività di svilupparsi in maniera piena.