Gioco legale e responsabile

L' Opinione

Il gioco delle tre carte, metafora dell’Italia che strizza l’occhio ai furbetti

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha sancito che il cosiddetto "gioco delle tre carte" non sarebbe punibile come truffa e chi lo propone rischia addirittura meno di chi - per esempio - gestisce un club di poker. Se l'Italia non riesce a liberarsi dei furbetti è perché in fondo li ammira.

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24/09/2020 17:30

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da “Febbre da Cavallo”

Dalla Cassazione una beffa per i pokeristi (e gli italiani onesti)

Mi ero proposto di scrivere una riflessione sarcastica sulla recente sentenza della Corte di Cassazione, di cui probabilmente avrete letto negli ultimi giorni, nella quale si legittima di fatto il “gioco delle tre carte”. Così mi sono documentato per evitare di scrivere boiate o inesattezze, andandomi a leggere la sentenza in oggetto. L’ho letta una volta, due, cinque e ogni volta la sensazione di straniamento aumentava. Preciso che non ho competenze giuridiche, ma da uomo di lettere cerco sempre di analizzare le parole e il loro peso. E questa sentenza è un macigno, un macigno privo di qualsivoglia ancoraggio alla realtà.

L’antefatto

Ripercorriamo brevemente i fatti. Nel 2009, questi tre individui erano stati beccati mentre esercitavano il cosiddetto “gioco delle tre carte”, presso un non meglio identificato autodromo sito in Emilia Romagna. Denunciati per “esercizio abusivo di attività di gioco e scommessa” e sanzionati con qualche centinaio di euro di multa, i tre non si sono dati per vinti e hanno iniziato una battaglia legale (sic) durata ben undici anni. Dal loro punto di vista ne è valsa la pena, anche se 11 anni di procedimenti giudiziari per una multa da neanche 500€ continuano ad apparire anche grossolanamente eccessivi.

La Suprema Corte li ha assolti dal reato a loro ascritto, ma è il caso di lasciar parlare la sentenza stessa, della quale cito integralmente uno stralcio:

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“Appare evidente che, rispetto a siffatta fattispecie penale sia del tutto esulate la condotta attribuita ai tre imputati, i quali, al di fuori di qualsiasi attività organizzata, tenevano, all’interno dell’autodromo (omissis) di (omissis) un banchetto ove uno dei tre esercitava il cosiddetto “giuoco delle tre campanelle” e gli altri due, facendo mostra di riportare delle vincite in detto giuoco, inducevano altri soggetti, alettati dalla possibilità di conseguire un facile guadagno, a giuocare a loro volta”.

Non sono “compari”, ma testimonial

“Facendo mostra” “inducevano” “alettati”, avete capito? Se è vero che le parole sono importanti, la scelta di questi tre verbi è la traduzione in legalese del “Non c’è trucco, non c’è inganno!” che è il tipico slogan usato da questi truffatori da strada. I due compari, dunque, che come chiunque abbia visto anche solamente al cinema sa bene non “fanno mostra di riportare delle vincite” reali ma ingannano, d’accordo con l’organizzatore del giochino, ogni singolo malcapitato che ci caschi, qui diventano dei meri testimonial pubblicitari.

Chiunque abbia mai visto dal vivo questi banchetti improvvisati sa che non esiste persona che ne esca vincente. Vincere è di fatto impossibile per l’abilità da prestigiatore di chi esercita il gioco, che riesce a ingannare l’ignaro scommettitore dando un’illusione ottica e facendo immaginare una possibilità di indovinare che nella realtà non esiste. Per la Cassazione, però, essendo tutto questo non dimostrabile allora cade l’ipotesi di reato di truffa, elevando il gioco delle tre carte da volgare inganno da strada a gioco di sorte.

da “Febbre da cavallo”

Se è occasionale non vale

Secondo i giudici della Cassazione i tre soggetti non sono imputabili del reato di esercizio abusivo di attività di gioco e scommessa, ma semmai per violazione dell’art. 718 del Codice Penale, ovvero quello che punisce con arresto da 3 mesi a un anno e ammenda non inferiore a euro 206 “Chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, o in circoli privati di qualunque specie, tiene un gioco d’azzardo o lo agevola”. Ma poiché il banchetto dei tre galantuomini è caratterizzato dalla improvvisazione e non ha una struttura permanente, anche tale imputazione viene meno.

Cito ancora: “Circostanza questa, cioè la preponderante aleatorietà dell’esito del giuoco, che, proprio con riferimento al giuoco in questione, è stata esclusa ogni qual volta sia risultato che, invece, la vincita o la perdita del giuoco sia derivata dalla maggiore o minore abilità di chi ad esso, nel ruolo di gestore o scommettitore, vi abbia preso parte (corte di Cassazione, Sezioni unite penali, 24 luglio 1991, n.14).

In altre circostanze si è rilevato che la condotta in questione, in assenza di una qualche ulteriore attività volta, attraverso l’artifizio od il raggiro, alla induzione in errore del soggetto passivo del reato, neppure è sussumibile sotto la specie della truffa, essendo stato altresì precisato che non è condotta efficace a costituire in tal senso artifizio o raggiro quella volta a sollecitare nell’ignaro scommettitore la volontà di giuocare, attraverso la prospettazione di un facile guadagno dovuto alla sua abilità (Corte di Cassazione, Sezione II penale, 27 novembre 2019, n.48159).”

Il confine tra abilità e truffa

Incuriosito ulteriormente, sono andato a leggermi anche quest’ultima sentenza, dove si afferma che tali giochi di per sè non concretano il reato di truffa posto che la condotta di chi dirige il giuoco non realizza alcun artificio o raggiro, bensì “una realtà” ed una regolare continuità di movimenti, che, per essere l’effetto della estrema abilità di chi dirige il giuoco, inducono, da ultimo, il giocatore a confidare nel “caso”.”

Ricapitolando, per la Suprema Corte i tre individui non sono colpevoli di esercizio di gioco d’azzardo perché occasionali e ambulanti, contrariamente ad esempio a un circolo di poker che da 11 anni deve convivere con la mancanza di una legge in materia e con la paura di un’irruzione delle forze dell’ordine in qualsiasi momento. I tre non sono nemmeno definibili dei truffatori, perché uno dei tre è bravissimo e velocissimo con le mani e gli altri due sono abilissimi a indovinare dove sta la carta rossa, inducendo così un ignaro scommettitore a provare a fare altrettanto.

E pensare che da una dozzina d’anni noi media del settore del poker ci facciamo in quattro per rivendicare la decisiva – e ampiamente dimostrata – componente di abilità che differisce questo gioco da altri di pura fortuna. Tutto inutile, se poi il concetto di abilità viene (quasi) parificato ad un volgare raggiro.

E poi, che senso ha lamentarsi dei luoghi comuni e cliché che dall’estero continuano a persistere sugli italiani, se poi siamo noi stessi – per voce del più alto organo di giustizia – a legittimare cavillosamente la supremazia del furbetto sull’onesto?

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