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L' Opinione

Il trash talking, arma tattica efficace o mezzuccio sleale?

Il caso di Douglas Costa è solo l'ultimo esempio di trash talking efficace nel mondo dello sport. Ma è un'arma tattica lecita? E fino a che punto?

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20/09/2018 18:40

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L’ormai celeberrimo sputo di Douglas Costa a Federico Di Francesco

Nell’Italia manichea del 2018 ci si divide su “tutto il divisibile”, figuriamoci su uno sputo. Il gestaccio di Douglas Costa ai danni di Federico Di Francesco non costerà al brasiliano solo 4 giornate di squalifica e una mega-multa da parte della Juventus. Per lui è ormai in corso la classica gogna mediatica, cui fa da contraltare la difesa d’ufficio di chi ne sostiene le ragioni, anche senza sapere nulla di come sono andate le cose. Appunto, è l’Italia di oggi.

Il caso Di Francesco-Costa, tuttavia, è solo l’ennesimo esempio di trash talking sportivo. Uno strumento, questo, ben noto anche ai giocatori di poker e che è sempre molto diffuso, sia live che online.

Busquet e il trash talking tra headsuppisti

Non parliamo infatti dei poveracci che augurano malattie e morte nelle chat delle poker room, perché costoro non meritano alcuna considerazione. Parliamo di giocatori che hanno fatto del trash talking un’arma tattica. I più famosi trash talker del poker sono Phil Hellmuth, Mike Matusow e Tony G, ma forse quello che lo ha usato più scientificamente è Olivier Busquet.

In una nostra vecchia intervista, Busquet ci spiegava quanto sia stato importante per lui il trash talking nei sit’n’go heads up, anche se non ne andava troppo fiero. “Nei sit hu si scade spesso sul personale – diceva –  proprio perché al contrario del cash game non puoi evitare di giocare contro una persona, se si siede a giocare con te.” Quindi, provocare in chat diventava un fattore importante per cercare di ritagliarsi un piccolo vantaggio.

Da Larry Legend al Verme, l’NBA dei provocatori

Busquet non ne andava fiero ma intanto lo faceva, e come lui altri pokeristi ma non solo. Il trash talking ha una letteratura sconfinata nello sport. Nel basket NBA abbiamo infiniti esempi a partire da Larry Bird, uno dei più forti di sempre ma anche uno dei più duri trash talker della storia. Come lui altri provocatori di professione come Gary Payton o – per rimanere ai giorni nostri – Draymond Green. Poi ce ne sono altri che usavano sia le parole che la fisicità per fare letteralmente impazzire gli avversari, il più illustre esponente dei quali è stato Dennis Rodman.

Il non plus ultra del trash talking calcistico: Materazzi vs Zidane

Tornando al calcio, c’è un esempio che più di ogni altro chiarisce significato e potenzialità del trash talking anche in questo sport: la famosa testata di Zidane a Materazzi durante la finale dei mondiali 2006. Anche se non sono mai state resi noti i dettagli (si parlava di offese alla sorella), è noto che l’allora difensore di Inter e nazionale italiana provocò Zizou al punto da farlo impazzire e dare una testata che gli costò probabilmente un altro mondiale e un ultimo pallone d’oro. Con godimento collettivo dell’Italia tutta, naturalmente.

Zinedine Zidane vs Marco Materazzi: una testata entrata nella storia

Di Francesco nuovo re dei trash talker?

Della querelle Douglas Costa vs Federico Di Francesco si sa ancora meno, nonostante i già citati manichei si siano già avanzati a ipotizzare frasi razziste. Non è quello che mi interessa approfondire adesso, ma proprio l’aspetto del trash talking. Sì perché, che si trattasse o meno di razzismo l’unica cosa certa è che Di Francesco ha detto a Costa qualche frase che lo ha fatto letteralmente andare fuori di testa. Anche nella sua precedente esperienza al Bayern Monaco il brasiliano non si era mai distinto per comportamenti scorretti o violenti. C’è dunque stato certamente del trash talking, anche se in questo caso senza alcuna influenza sull’esito finale della gara. Si era infatti sul 2-1 Juve ma oltre il 90′, e quindi con pochissime chance per il Sassuolo di raddrizzare il match.

Il fine giustifica i mezzi?

L’aspetto che mi preme sottolineare è quello etico. Conta solo cercare di vincere o anche come si cerca di farlo? Fino a quando è giusto prendersi un vantaggio e quando diventa invece scorretto o sleale? Non sono domande che prevedono risposte semplici, a volte forse non ne prevedono affatto. Il mio non vuole essere un discorso da sedicenti verginelle, perché so benissimo che nello sport, come nel poker e nella vita reale, giocare sporco fa in qualche modo “parte del gioco”.

Nel poker cercare di fare impazzire l’avversario significa una possibilità più alta che questi perda i suoi soldi a nostro vantaggio. Non sono soldi “che perderebbe comunque” come si dice in genere dei fish destinati a diventare carne da macello per i regular. Sono soldi ulteriori, che riesce a spillare chi ha quella specifica qualità di capire come fare uscire di testa l’avversario. Ma questo è giusto o sbagliato?

Prima di rispondere a questa domanda dovremmo chiederci cosa faremmo noi, se fossimo nella condizione di quel determinato giocatore, che ha quella possibilità di prendersi o meno quel vantaggio contro quello specifico avversario. Lo faremmo o non lo faremmo? La risposta dobbiamo darla a noi stessi, non ai social network.

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Le regole scritte e quelle non scritte

Nello sport ci sono regole scritte e altre non scritte. Un bignami di tutto questo si trova nei famosi “abbracci” tra attaccanti e difensori su un calcio piazzato.  Tra spinte, soffi nell’orecchio, pizzicotti e tirate di capelli si vede un po’ di tutto. La differenza la si vede alla fine: Cavani e Chiellini se le sono sempre date di santa ragione, ma ogni fine partita c’è un abbraccio, uno scambio di maglia o una stretta di mano. Quando invece ciò non accade allora è perché è successo qualcosa di irrituale, che appunto non si trova neanche nelle regole non scritte. Un tentativo di far male, un intervento gratuitamente cattivo, un’offesa intima o razzista, possono essere fonti di risse ed espulsioni. Quanto tutto ciò è lecito? Vi do una notizia: sono anche i tifosi – e, in senso lato, la cultura sportiva di un paese – a deciderlo.

Giorgio Chiellini “affezionato” alla chioma di Edinson Cavani. Ma a fine partita amici come prima…

Gli italiani e la sportività

Nel calcio inglese (ma anche nello sport professionistico americano, in misura inferiore) lo scontro fisico va quasi sempre bene, le furbate no. Quando un attaccante si lascia andare in area per cercare di ottenere un rigore, oppure finge improvvisamente di morire cercando di indurre l’arbitro a espellere l’avversario che lo ha sfiorato appena, i tifosi fischiano. Attenzione, parliamo dei tifosi della SUA squadra, non di quella avversaria. Questo fenomeno è denominato “flopping“, e ancora oggi è tra le abitudini più odiate dai tifosi d’oltremanica.

In Italia siamo invece ancora alla sportività a targhe alterne. Siamo a favore o contro Zidane e D. Costa non perché valutiamo la gravità della reazione ma perché “francesi di m***a”, perché così imparano a fregarci la Gioconda, perché “e allora Totti?” o perché è stato provocato da un razzista. Sapete che vi dico? Prima di tutto dovremmo fare pace col cervello, quindi chiedergli di riattivare un sistema valoriale degno di tal nome.

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