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La qualità che determina un giocatore di poker vincente? Eccola

Vi siete mai chiesti quali siano le persone più adatte a parlare del poker? Se si escludono i contesti didattici, in cui ovviamente è necessario che chi insegna sia un professionista, la soluzione migliore non è un poker pro.

Chi vive il poker “troppo da dentro” e non ha uno spiccato talento comunicativo, risulta quasi sempre duro da digerire per il pubblico generale. Secondo me la migliore soluzione possibile, per raccontare il poker a chi non lo conosce, è quella di una mente illuminata, che sia anche appassionata del gioco. Per esempio, David Mamet.

Chi è David Mamet

Oggi 75enne, David Mamet è un drammaturgo, sceneggiatore, regista, scrittore e molto altro ancora. Alla sua arte sono legati capolavori della storia del cinema come “Il postino suona sempre due volte” (di cui ha scritto la sceneggiatura)

Partito come autore teatrale, Mamet ha scritto moltissimo prima di dedicarsi al cinema, come regista ma soprattutto come sceneggiatore. Con questo ruolo ha scritto pagine importantissime negli ultimi 30-40 anni, dal già citato capolavoro con Jack Nicholson, a “Gli Intoccabili” di Brian De Palma ad altri film di successo come “Sesso & potere”, “Ronin”, “Hannibal” e altri ancora.

Mamet è anche saggista, e quello di cui vi parleremo oggi è un capitolo del suo primo libro in assoluto, “Writing in restaurants”, scritto nel 1987. Nella seconda metà di questo libro c’è un breve capitolo, che è un atto d’amore nei confronti di una delle sue più forti e durature passioni: il poker, appunto.

Mamet e il poker

Il poker è una sorta di “fissa”, per David Mamet, elemento presente – direttamente o indirettamente – in buona parte della sua produzione artistica. Nel suo primo film da regista, “La casa dei giochi”, tutta l’azione nasce da una bisca clandestina. Ma più in generale è la sua scrittura ad attirare il pubblico un po’ come i giocatori al tavolo, così come attira i suoi personaggi nelle fitte trame di misteri e inganni.

Il capitolo, pubblicato l’anno prima sul New York Times, si intitola “Things I have learned playing poker on the hill”, che è stato tradotto in “Che cosa ho imparato giocando a poker nei quartieri alti”. Ed è proprio ciò di cui vi parlo oggi.

Il vincente? È come una civetta

In uno spazio relativamente breve David Mamet incornicia mirabilmente alcuni concetti che connotano i giocatori, sia quelli vincenti che quelli perdenti. Una delle parti che mi hanno maggiormente colpito è la definizione del giocatore che egli ammira di più: “quello che somiglia a una saggia, vecchia civetta seduta sulla quercia”, ovvero che osserva silenziosamente tutto ciò che succede intorno a lei.
Citando Confucio, Mamet sottolinea un aspetto molto interessante: quello di come prendere le decisioni giuste al tavolo aiuti da un lato a mantenere la calma, dall’altro a concentrarsi meno su se stessi e più sugli altri giocatori. “Il loro nervosismo è troppo ostentato? Hanno un punto forte? Stanno bluffando? Cogliere queste cose è impossibile quando hai paura, mentre risulta molto più facile quanto più si è soddisfatti delle proprie decisioni. E sì, talvolta si perde, ma alla fine sono le differenze di opinione ad aver reso possibili le corse dei cavalli…”

Qui Mamet ricorre a un celebre aforisma attribuito a Mark Twain, aggiungendo alle corse dei cavalli l’intolleranza religiosa, per spiegare in poche righe cosa spinga un giocatore ad essere tale: la predisposizione al rischio. “If you don’t like to take a sporting chance, then you don’t have to play poker”. Se non hai nelle corde la capacità di prenderti i rischi insiti in una competizione, allora il poker non fa per te.

Il giocatore e l’introspezione

In queste poche pagine di grande pregnanza, considerando che sono state scritte 35 anni fa e da un non-professionista, c’è spazio anche per parlare dell’importanza dell’introspezione in un pokerista. Molti giocatori scarsi non migliorano perché non conoscono abbastanza se stessi e ignorano l’importanza del mettersi in discussione. Se lo facessero, scoprirebbero di avere bisogno di essere maltrattati (quando chiami sapendo di essere dietro), il bisogno di essere amati (“chiamando” la nostra carta magica), il bisogno di giocare con papà (quando cerchi di bluffare uno che ha palesemente la mano migliore)…”

E ancora “Osservare questo genere di cose su se stessi può essere doloroso. Molte volte preferiamo soffrire, piuttosto che risolverle. Non è facile guardare in faccia la realtà e capire che non stiamo giocando a poker anche se perdiamo, ma che giochiamo a poker proprio perché perdiamo.”

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Qui siamo proprio all’essenza del “poker is a game of people”, ovvero di quello stesso gioco che Sergio Marchionne usava per conoscere a fondo i suoi manager.

Cosa distingue i vincenti per David Mamet

David Mamet conclude il suo breve ma intenso saggio in cui racconta il poker dal suo punto di vista con alcune considerazioni sui giocatori vincenti, anche qui non banali. “Il poker è un gioco tra persone messe sullo stesso livello dal denaro.” Quello stesso denaro che, secondo l’autore, serve per comprare il tempo trascorso al tavolo da gioco. Ne consegue che ognuno ha il diritto di giocare e divertirsi come meglio crede. E qui risiede la prima e più grande distinzione.

I giocatori amatoriali hanno tutto il diritto di giocare molte mani solo per il fatto di non annoiarsi, cosa che il vincente non può permettersi di fare. Né costui può permettersi di provare imbarazzo per il fatto di vincere troppo, magari al tavolo con persone che conosce bene. Il giocatore modella se stesso come vincente assumendo abitudini che si rivelano corrette nel lungo periodo. “E il lungo periodo, per me, ha significato attendere vent’anni”.

Il Big Game e il carattere

Mamet racconta infatti di una partita a cui iniziò a partecipare negli anni del college, una sorta di “big game” nel quale inizialmente lui era l’unico studente a partecipare. Una partita proseguita anche dopo la laurea, che diventava una scusa per tornare a Chicago, la sua città natale. “Lo scorso settembre – scrive Mamet – uno dei giocatori presenti al tavolo quella sera fece notare che cinque di noi avevano continuato a giocare quella stessa partita per vent’anni. Come gruppo, siamo tutti migliorati. Alla fine, poiché tutti noi conoscevamo tecniche, strategie e calcolo delle probabilità e siamo uomini di uguale intelligenza, il miglioramento può essere dovuto a una sola cosa: il carattere. Che, me ne rendo conto solo ora che finalmente ho iniziato a migliorare anche io, è la vera chiave nel poker.”

Il libro “Note a margine di una tovaglia” di David Mamet (1987), pubblicato in italiano da Minimum Fax, è tutt’ora disponibile sia in versione cartacea che in formato e-book.

"Assopoker l'ho visto nascere, anzi in qualche modo ne sono stato l'ostetrico. Dopo tanti anni sono ancora qui, a scrivere di giochi di carte e di qualsiasi cosa abbia a che fare con una palla rotolante".