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Tony Dunst: “Così si gioca da short stack”

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17/10/2016 19:30

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Uno dei maggiori leak presenti nei giocatori di tornei riguarda la fase preflop in situazione di short stack. Commettere errori con uno stack esiguo ha delle ripercussioni molto pesanti, che sul lungo periodo impediscono a un discreto giocatore di primeggiare sul field medio. La scuola italiana ha diversi rappresentanti che nel corso degli anni si sono dimostrati estremamente preparati nella situazione di short stack, grazie soprattutto alla “ghettizzazione” sulle piattaforme .it che ci ha costretti a giocare solo tornei e sit and go per diversi anni prima dell’arrivo del cash game.

Un noto professionista che ha fatto della gestione dello short stack un punto di forza è Tony Dunst, che in una puntata della sua rubrica “Raw Deal” in onda durante gli episodi televisivi del WPT , ha spiegato perché è fondamentale saper padroneggiare uno stack esiguo con le giuste mosse.

“È ovvio che per aver successo nel poker da torneo si deve sapere come gestire uno short stack“, esordisce il coach americano. “Giocare con uno stack tra i 10 e i 20 big blind può essere noioso ed emozionante allo stesso tempo: noioso perché non abbiamo spazio di manovra, emozionante perché siamo sempre a un solo rilancio dall’all-in”.

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Dunst pone poi una domanda interessante: “Ma se tutte le nostre decisioni si risolvono con un all-in, allora dove sta l’edge sui nostri avversari?” Per rispondere prende come esempio un final table del World Poker Tour nel quale era impegnato il suo amico e collega Mohsin Caharania.

“Nel gioco short stack, Mohsin è estremamente capace”, spiega Tony. “Si muove sul filo del rasoio: sa pushare con alta frequenza quando è troppo corto, ma trova anche lo spazio di manovra per fare miniraise/fold quando è leggermente più lungo“.

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Per spiegare la sua strategia, Dunst ripercorre alcune mani giocate da Caharania al final table: “Lo abbiamo visto andare all-in preflop con uno stack compreso tra i 10 e i 16 big blind con tre mani che molti giocherebbero diversamente: A-7, K-9 e addirittura K-Q suited. Nell’ultimo caso può sembrare strano pushare con una mano di così grande valore, ma, per quanto sia sexy, ricordiamoci che K-Qs è sempre indietro a un qualsiasi Asso“.

“Bond18” ci mostra poi una mano con la quale Mohsin ha deciso di fare miniraise/fold, forte di uno stack leggermente più lungo: “Ha addirittura foldato la mano migliore quando ha fatto un rilancio minimo con A-6 e ha passato di fronte al push di Elliot Smith con A-5. A carte viste era avanti ma considerando il range dell’avversario e il salto nel payout da 27.335$, il fold è corretto e pushando direttamente avrebbe preso un rischio inutile”.

Mohsin Charania

Mohsin Charania

Contemporaneamente allo stile di gioco di Mohsin, Tony analizza quello degli avversari, che si dimostra pieno di leak: “Gli altri giocatori sono tutti a disagio con lo short stack. L’australiano Peter Apostolou passa da uno stack di 791.000 fino a 493.000 per il semplice fatto di aver foldato tutte le mani. Quando spilla A-Qs da bottone e decide di andare all-in con 20 big blind induce gli avversari a foldare due mani forti come K-J e A-10. Sarebbe stato un buon shove con meno di 15 big blind ma quando sei più deep devi incoraggiare gli avversari a entrare nel piatto“.

Non a caso, Mohsin folda A-10 dal big blind e dopo aver dichiarato la sua mano risponde alle perplessità del giocatore sullo small blind dicendo: “Non credo possa mai pushare con meno di A-10“. Per Apostolou, specialmente in una situazione di shortstack, è difficile massimizzare qualsiasi colpo a causa della sua incapacità di gestire le poche chips che gli rimangono e dell’immagine che si è costruito al tavolo.

Tony chiude questa puntata di Raw Deal con un consiglio prezioso: “È importante ricordare che si possono vincere delle mani eppure perdere valore al tempo stesso. Professionisti come Mohsin sanno sempre come sfruttare il piccolo edge che hanno in una situazione di shortstack, anche se questo significa sposare una strategia ad alta varianza”.

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