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La febbre dell'oro

Quando il poker si fa leggenda: da Wild Bill Hickok a Las Vegas

Prosegue la serie di articoli dedicata alla nascita e allo sviluppo di quel fantastico gioco che si chiama poker: da mito a leggenda, da leggenda a realtà. 

Articoli precedenti:

Ci siamo lasciati con un racconto un po’ splatter con protagonista Doc Holliday. Be’, dobbiamo dire che non fu certo un caso isolato, quello. Parecchi cowboy, ma anche semplici minatori, cominciarono a farsi prendere la mano e a dare vita a sparatorie dopo aver bevuto qualche bicchierino di troppo e dopo aver perso qualche mano di poker.

Persino Wild Bill Hickok, noto principalmente per le sue gesta eroiche, non lesinò di sfruttare le sue abilità con le armi da fuoco dopo una brutta batosta subita a Deadwood, nel Sud Dakota. Ed è proprio da questa storia che proseguiamo il nostro viaggio nella leggenda del gioco.

Poco dopo la mezzanotte, dopo una serata passata a bere e giocare d’azzardo, Hickock stava giocando un heads-up contro tale McDonald. Ad un certo punto la posta in palio aumentava praticamente ogni mano. Alla fine di una mano in cui i due avversari facevano fatica a vedersi a vicenda, a causa della pila di banconote accumulata sul tavolo, McDonald mostrò un tris di jack.

“Io ho un full di assi e di sei”, rispose Hickok, voltando la sua mano sul tavolo. Tuttavia, quando McDonald prese le carte del suo avversario, esclamò: “Ma io vedo solo due assi e un sei”. Senza perdere tempo, Wild Bill estrasse la sua pistola con la mano destra e replicò: “Questo è il mio altro sei”, giocando sul fatto che il caricatore aveva sei proiettili.

“E questo è il mio altro asso”, aggiunse quindi, agitando un coltello con la mano sinistra. Un terrorizzato McDonald optò per la scelta forse più dolorosa dal punto di vista dell’ego e della dignità, ma sicuramente la più azzeccata per la sua incolumità fisica: “La tua mano è buona. Prendi pure il piatto”.

Il poker entra nel XX secolo: arrivano le tasse

Hickok-Omohundro-Bill
Nientemeno che Wild Bill Hickok, Texas Jack Omohundro e Buffalo Bill

Alla fine del 19° secolo, il gioco d’azzardo divampava come un fuoco ribelle praticamente in tutti gli insediamenti minerari, moltiplicandosi all’arrivo di nuovi cacciatori d’oro e d’argento. In quel periodo, sia gli stati sia le città si resero conto che potevano sfruttare questo fenomeno per fare un sacco di soldi. Come? Attraverso le tasse, ovviamente.

Fu proprio al tramonto del 1800 che molte città e stati della Frontiera cominciarono a mettere in pratica nuove leggi anti-gambling. Nel tentativo di dare un po’ di rispettabilità al gioco d’azzardo, le leggi miravano a colpire in particolare i professional gambler, più che il gaming in generale. Inizialmente tali leggi furono scritte un po’ all’acqua di rose, ed ebbero un effetto limitato perché erano difficili da far rispettare.

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Tuttavia, piano piano le regole divennero più dure e ironicamente fu il Nevada (oggi il simbolo del gioco d’azzardo) uno dei primi stati a dichiarare il gambling totalmente illegale nel 1909. Presto altri stati seguirono l’esempio del Silver State.

Ma come quasi sempre succede nel proibizionismo, l’effetto collaterale portò i gangster a combinare illegalmente traffico di liquori e gioco d’azzardo, soprattutto nelle città di New York, Cleveland e Chicago, che durante gli anni Venti del secolo scorso pullulavano di criminali e tipi loschi.

L’era moderna del gioco

Negli anni della costruzione della Diga di Hoover (intorno al 1931), il Nevada cominciò ad allentare la morsa: le leggi sul gioco si fecero più permissive e i casinò cominciarono a fiorire – di nuovo. Nel 1939, a Las Vegas si potevano contare sei casinò e sedici saloon. Il boom del mercato delle automobili portò sempre più persone a poter viaggiare per piacere e Las Vegas si apprestò a diventare la Mecca del gioco d’azzardo oggi conosciuta in tutto il mondo.

Nel corso degli anni, il poker si è evoluto tra casinò e sale da gioco, spacchettandosi in tantissime varianti. Il resto è storia dei nostri giorni.