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L' Opinione

Freezeout vs re-entry, l’eterno dilemma del poker e quel paradosso sull’abilità

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09/12/2017 15:44

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freezeout vs re-entry

In ogni ambito esistono questioni particolarmente divisive, che sono destinate ad accendere animi e dibattiti ogni volta che vengono tirate fuori. Nel poker live una di queste è certamente l’eterna diatriba tra tornei freezeout e re-entry.

WPT Bellagio, il nuovo teatro della polemica

A rinfocolare la polemica è stata la decisione del WPT di far diventare il Main Event del 5 Diamonds World Poker Classic un torneo a re-entry illimitati. La decisione, essendo l’evento da 10.000$ di buy-in, ha scatenato le reazioni negative di giocatori come ad esempio Allen Kessler, che ha lanciato un sondaggio tra i suoi follower

Il sondaggio pubblicato da Allen Kessler su Twitter

“Permettere re-entry illimitati attira da 20 a 30 specialisti di high roller, con risorse pressochè illimitate. Magari questo aumenta le revenue per il casinò, ma credo che limitare a 1 re-entry avrebbe avuto più o meno lo stesso successo di affluenza.
Molti sono un po’ stufi alla prospettiva di giocare contro 6 Brian Rast o contro 7 Negreanu, perchè consapevoli che pure una volta eliminati questi rientreranno”. Questo il parere di “Chainsaw”.

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Freezeout, totem per i puristi

Pagare un buy-in per disputare un torneo, sedersi a giocarlo, venire eliminati e alzarsi per andare via. Il poker in formula torneo nasce semplice ed è così che gran parte degli appassionati vorrebbe vederlo. Tuttavia, negli anni il format puro è stato generalmente accantonato. Le ragioni sono diverse, ma di base c’è un’esigenza di fondo: il poker è un mercato, dunque chi vende questo prodotto cerca di analizzare le esigenze dei clienti, le quali è normale che nel tempo subiscano mutazioni. Tuttavia, alcuni tornei-simbolo sono e rimarranno sempre freezeout. Uno per tutti, il WSOP Main Event di Las Vegas.

Re-entry, il discendente del rebuy

La nascita del re-entry è coincisa più o meno con un periodo di scarsa popolarità dei tornei rebuy. Nel 2009 le WSOP dissero (momentaneamente) addio ai tornei rebuy, perchè considerati troppo poco premianti per un gioco di qualità. ”Il prestigio del braccialetto è di suprema importanza per noi, e vogliamo essere certi che chi lo vince se lo aggiudichi perché ha giocato il miglior poker per tutto il torneo”. Queste erano le parole di Seth Palansky a ridosso dell’annuncio. L’anno prima c’erano stati casi eclatanti come quello di Todd Brunson, che effettuò qualcosa come 28 rebuy a un torneo da 5.000$ di NL 2-7 Draw Lowball, senza peraltro riuscire neanche ad andare in the money.

I tornei con re-entry iniziano a fare la loro comparsa poco tempo dopo la momentanea messa al bando dei rebuy dalle WSOP. La formula differisce leggermente, perchè un re-entry è possibile solo quando un giocatore finisce l’intero stack in dotazione, mentre la modalità rebuy prevede in genere la possibilità di rimpinguare lo stack quando questo rimane sotto la soglia di partenza, o addirittura in maniera libera.

Il tedesco Dominik Nitsche, tra i frequentatori degli high roller che non disdegnano diversi re-entry

Nato per l’amatore, poi terreno di caccia dei pro: breve storia del re-entry

Negli anni, il re-entry trova parecchia fortuna e non è un caso. La formula va infatti incontro ad alcune legittime esigenze da parte dei giocatori-clienti. Nel caso di eliminazioni precoci da un torneo, poter effettuare re-entry significa non vanificare le notevoli spese (viaggio, vitto e alloggio) che sono sempre da mettere in conto quando si programma una trasferta.

La motivazione iniziale che ha spinto la diffusione del re-entry era dunque quella di strizzare l’occhio all’appassionato, venendo incontro alle sue esigenze. Nel tempo, però, le cose sono cambiate e anche di molto.

L’estremizzazione dell’offerta re-entry, giunti ad essere proposti in maniera illimitata fino al tot livello del day 1 quando non direttamente al day 2, ha rimodulato il proprio target d’elezione. La formula che prevede più re-entry è diventata la più pro-friendly di tutte, perché permette ai giocatori professionisti di programmare trasferte abbattendo il rischio di venire eliminati precocemente. Inoltre i pro hanno messo a punto strategie ad hoc per giocare nella maniera più profittevole questo tipo di eventi, quando non veri e propri “giochi di squadra” come quelli di cui parlavamo QUI. Inevitabilmente, ciò ha ancor più accentuato la forbice dai “comuni mortali”.

In medio stat virtus

Questi ultimi si ritrovano così a non poter “competere ad armi pari” (virgolette d’obbligo) con giocatori che hanno una capacità di spesa maggiore e una strategia già adattata a questo genere di competizioni.

E allora dove sta la verità? Come sempre, antica saggezza vuole che essa stia da qualche parte nel mezzo. Ed è anche il caso che si chiarisca una volta per tutte un malinteso, riguardo al poker e al gioco di abilità.

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Carlo Braccini, tra i giocatori che più caldeggiano un ritorno alla formula freezeout

Tornei vs cash game e il paradosso del gioco di abilità

Nei primi tempi della esplosione massiva del poker in Italia, si era diffuso – anche per responsabilità di noi media di settore – l’idea che tornei = abilità e cash game = azzardo. Le cose non stavano affatto così, o almeno non nel modo che la maggior parte delle persone ha colto.

La modalità torneo era e rimane la formula in assoluto più adrenalinica e divertente del poker, oltre che quella capace di creare più narrazione e quindi di rendere il prodotto “vendibile”. Il fatto che nel torneo venga fuori l’abilità non è affatto una bugia, ma ovviamente il numero di partite necessarie affinché l’abilità venga fuori oltre ogni ragionevole dubbio è molto alta.

Per contro, era anche comprensibile che si mettesse la gente in guardia nei confronti del cash game. Tale modalità è infatti davvero quella più pericolosa, per la possibilità che concede anche al neofita di perdere molti soldi in poco tempo. Ma questa pericolosità nasce proprio dall’altra parte della medaglia: il cash game era e rimane la modalità di poker più spietata, ma anche quella che più di ogni altra premia l’abilità.

Multi re-entry = tornei più simili al cash game

Fatta questa doverosa precisazione, risultano forse più chiare alcune ragioni degli attuali equilibri del mercato. I tornei con più re-entry, oltre che strizzare l’occhio ai pro sul piano logistico, avvicinano il torneo all’idea del cash game. Sul breve può vincere chiunque, sul lungo – e con più proiettili da sparare – può sempre vincere chiunque, ma ciò diventa molto più improbabile.

freezeout vs re-entry

Le cose stanno più o meno così

Se non esistessero i soldi

Se un domani il poker dovesse diventare qualcosa che assomigli a un mind sport puro, nel quale la competizione mentale è protagonista assoluta e il denaro solo pura cornice, allora il Freezeout non solo troverebbe spazio, ma sarebbe l’unica modalità di torneo possibile. Però al momento le cose non stanno proprio così, il bankroll management è parte integrante dello skill-set di qualunque giocatore che ambisca a fare le cose seriamente e così sarà finchè l’aspetto della profittabilità e del guadagno economico sarà primario, nella strutturazione stessa del gioco.

Dove e perchè il freezeout non morirà mai

Gettando uno sguardo al mercato del poker live oggi, appaiono chiare alcune dinamiche. I tornei freezeout continuano ad esistere e non c’è ragione perchè vengano meno, soprattutto in kermesse e festival che presentano un alto numero di alternative. Il Main Event delle World Series Of Poker sarà sempre freezeout, per una ragione di etichetta ma anche perché le WSOP sono composte di un altissimo numero di tornei di contorno o alternativi.

Discorso analogo vale per i Main Event dell’EPT che oggi si chiama PokerStars Championship: ormai si tratta di festival da un centinaio di tornei proposti nell’arco di un paio di settimane, quindi mantenere il Main con formula freezeout diventa quasi un fiore all’occhiello.

Per il resto, la formula freezeout resiste presso organizzazioni che fanno una scelta ben precisa e – soprattutto – sono nella condizione di non temere un eventuale basso volume di iscritti. Con buona pace di amatori e “puristi”, oggi il giocatore medio è orientato verso eventi che gli diano maggiori garanzie di “sopravvivenza” pokeristica, più che verso la qualità della struttura o torneo offerti.

Adattarsi, oppure…

E poi sì, il giocatore medio è probabilmente viziato e/o abituato male, ma tant’è. Si può essere nostalgici del calcio di una volta, ma se nessuno oggi gioca col libero staccato e tutti applicano la tattica del fuorigioco un motivo ci sarà, e si chiama evoluzione.

D’altra parte, una delle qualità più importanti di un pokerista è da sempre quella di sapersi adattare al contesto, studiando le eventuali contromosse per diventare vincente in un determinato field. In alternativa, come si dice, “esistono anche i tornei più piccini…”