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L' Opinione

Meglio i soldi o la gloria? Il poker come il biliardo, tra storia e leggende

Conta più la fama o il denaro? Una riflessione post-WSOP, confrontando il poker con un mondo abbastanza affine: quello del biliardo.

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26/07/2017 15:40

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Qualche giorno fa, sul forum di twoplustwo è apparso un thread in cui si parla – senza mai fare il nome – di un poker player che avrebbe vinto più di ogni altro al mondo, nel cash game live: 200 milioni di dollari. Così, a pochi giorni dalla fine delle WSOP 2017, è opportuno ritirare fuori una vecchia dicotomia che in realtà non ha mai smesso di far discutere: meglio la gloria o i soldi?

“Mr. 200 milioni di dollari”, il top winner anonimo

L’ex golfista professionista Shane Sigsbee ha scritto un post su 2+2 in cui tratteggia la figura di un giocatore che avrebbe vinto una cifra fantasmagorica a poker, ma senza essere minimamente conosciuto. Non si tratterebbe infatti di un nome noto, ma di un giocatore totalmente fuori dai circuiti mediatici, che è riuscito a entrare nelle partite “giuste”. Secondo Sigsbee, costui avrebbe fatto gran parte di questi soldi grazie a partite heads up private contro un ricchissimo uomo d’affari.

Nel suo post, Sigsbee tratteggia anche la figura di questi pro da “sottobosco” e delle caratteristiche che servono per riuscire a entrare in queste partite davvero esclusive, dove la quantità di denaro al tavolo è inversamente proporzionale alle skill degli avversari.

Shane Sigsbee, ex golfista pro dedicatosi allo staking dei giocatori di poker

Il “sottobosco” del poker: chi può parteciparvi

Prolungare la propria permanenza in queste partite non è affatto semplice: “Ciò che ti serve è apparire come un giocatore non più che nella media, essere in grado di portare qualche fish al tavolo e far di tutto perchè l’atmosfera sia rilassata e divertente, come ad esempio intrattenersi a bere con gli amatori”. Secondo Sigsbee è così che funzionerebbe il sottobosco del poker: una sorta di universo parallelo dove i braccialetti non sono un vanto da mostrare ma quasi un virus da nascondere, per non essere scacciati via.

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D’altra parte, in un best seller del settore come “The Professor, the banker and the Suicide king” (qui sotto la copertina) si faceva accenno allo stesso Doyle Brunson e al compianto Chip Reese che erano soliti ironizzare su quei pro “che giocano tornei da 1.500$ alle WSOP invece di spennare i polli nella Bobby’s Room”.

Galfond e l’esclusione che non sorprende

L’argomento lo avevamo sfiorato più volte, ad esempio in un articolo dello scorso anno su Phil Galfond che parlava delle partite di Macao, alle quali siede Tom Dwan ma che per lui sono off limits: “Non mi sono messo nella posizione ideale per essere invitato a queste partite: visto che molte persone mi pagano per avermi come coach, ho la reputazione di essere un giocatore molto forte e loro non vogliono personaggi del genere nelle loro partite private. Non ci provo neanche a farmi invitare, a dir la verità. Ho smesso di sperarci”, diceva Phil.

Ecco uno per cui la fama è sempre stata una conseguenza, non un obiettivo

Phil Ivey e una fama mai inseguita

Leggermente diversa è la situazione di un altro celebre Phil del poker, che di cognome fa Ivey. Anche lui ha praticamente disertato le WSOP negli ultimi anni, cosa questa che ha aggiunto qualche polemica alla sua recente – e strameritata – inclusione nella Hall Of Fame. Al di là dei guai giudiziari di cui abbiamo ampiamente raccontato, Phil Ivey ha sempre incarnato il professionista focalizzato quasi esclusivamente sui soldi e poco sulla fama. Quest’ultima gli è sempre piovuta dal cielo in virtù di un talento smisurato e della relativa reputazione che si è sempre portato dietro, ma Phil non l’ha mai realmente inseguita. Anzi, quando lo ha fatto – si pensi alle esperienze della Ivey Poker e della Ivey League – non ha mai lasciato il segno. Ivey è sempre stato più interessato a monetizzare il suo talento, piuttosto che la fama.

Poker e biliardo: due destini in comune

Universi differenti eppure contigui, poker e biliardo sono storicamente accomunati da analoghi clichè, nell’immaginario collettivo: bische o sale fumose, vizio, gente che va in rovina e tutto il corollario. Al di là delle differenze specifiche, entrambe le discipline hanno in comune l’esistenza di un “sottobosco”, parallelo a quello ufficiale. Ma mentre quello del poker è solo evocato-immaginato, il sottobosco del biliardo è stato raccontato sul grande schermo.

Tom Cruise e Paul Newman ne “Il colore dei soldi”

“Il colore dei soldi”, inno al cash game

Quanti di voi hanno visto “Il colore dei soldi”? Girato nel 1986 da Martin Scorsese, è per molti versi il sequel del celeberrimo “Lo spaccone”. Infatti il personaggio centrale è Eddie Felson “lo svelto”, vecchio prodigio del biliardo ma che ha smesso da anni per via di un passato burrascoso. Eddie (interpretato da un favoloso Paul Newman) conosce Vincent Lauria (Tom Cruise), giovane promessa della stecca ma dal carattere un po’ troppo esuberante. Felson si rivede nel ragazzo e decide di insegnargli i trucchi del mestiere. I due iniziano a girare le sale alla ricerca di polli da spennare, sempre con il medesimo stratagemma: cercare qualcuno con cui giocare a soldi, perdere volutamente le prime partite, quindi alzare la posta e progressivamente ripulire il malcapitato.

Un sistema redditizio ma anche pericoloso, che richiedeva di cambiare sala e città piuttosto spesso. Eddie e Vincent litigano e si separano, ritrovandosi poi uno contro l’altro nella finale di un torneo ad Atlantic City. Qui Eddie vince ma poi scopre che Vincent ha perso apposta, avendo scommesso su Eddie prima del torneo.

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Una storia (quasi) vera

Pur se chiaramente romanzata, la storia raccontata ne “Il colore dei soldi” descrive scenari del tutto veritieri per una disciplina che ha una dimensione ufficiale e una ufficiosa. Anche nel biliardo esistono i tornei e il cash game. Se possibile, questo “doppio binario” è ancora più marcato che nel poker, dove vincere un braccialetto WSOP può portare anche milioni di dollari e – fino a qualche anno fa – contratti pubblicitari.

La vetrina e la pagnotta

Nel biliardo invece i montepremi non sono importanti come nel poker, dove il denaro riveste un ruolo di primo piano. Soprattutto negli anni ’80 e ’90, vincere un titolo di campione del mondo di biliardo non consentiva di vivere di rendita, ma era col cash game che i professionisti portavano il pane a casa.

Oggi il panorama è un po’ cambiato, e diversi professionisti della stecca riescono a monetizzare i risultati raggiunti venendo ingaggiati dai vari team per i campionati a squadre, ma anche diventando coach a loro volta.

Un match di biliardo all’italiana, specialità “5 birilli”

Italia, tradizione top

Nella storia del biliardo le leggende si sprecano, anche in Italia dove c’è una scuola e una tradizione di primissimo ordine. Diversamente dal film citato dove si gioca a “palla 9”, con tavolo a sei buche e 9 palle da imbucare, nel nostro paese si gioca più che altro nella modalità che non a caso si chiama “all’italiana”, su biliardo senza buche con 5 o 9 birilli. Quest’ultima viene detta “goriziana”, mentre la più diffusa rimane “l’italiana”, a 5 birilli, dove italiani e argentini si contendono da sempre la leadership mondiale.

La scuola italiana è famosa nel mondo e alcuni giocatori sono persino diventati personaggi cinematografici. Il compianto Marcello Lotti, detto “lo scuro”, comparve come protagonista nel film di Francesco Nuti “Io, Chiara e lo scuro”, ambientato proprio nel mondo dei 5 birilli per cui Nuti stravedeva.

La leggenda dell’ “Eddie Felson” italiano

Il biliardo italiano ha prodotto e produce diversi campioni di livello assoluto, personaggi e storie da romanzo. Ad esempio c’è un giocatore azzurro, di cui per ovvie ragioni ometterò il nome, che negli anni d’oro si dice abbia girato in lungo e in largo la penisola, alla ricerca di sale in cui non era ancora conosciuto. Lì ripuliva tutti e, non appena il suo nome iniziava a circolare un po’ troppo, cambiava aria. Un sistema rischioso ma estremamente redditizio, grazie al quale si dice che costui abbia guadagnato centinaia di milioni di lire. Avrebbe potuto vincere decine di titoli di campione del mondo, ma alla gloria ha preferito “la grana”, togliendosi comunque più di una soddisfazione una volta accumulata la sua personale fortuna.

Fama vs denaro: partita aperta

Fama e denaro. Nel poker come nel biliardo sono due estremi di una coperta corta, che i giocatori baciati dal talento devono scegliere da che parte sistemare. Due aspetti che devono cercare il modo di convivere con il terzo fattore fondamentale: la personalità del campione, il cui spirito competitivo deve per forza di cose essere molto sviluppato.

E poi ci sono momenti e momenti. Ad esempio, per diverso tempo Dario Sammartino ha preferito mantenere l’anonimato riguardo al nickname in uso su PokerStars.com. La ragione era ovvia: meno persone sapevano che dietro “Secret_M0d3” c’era lui, più aveva chance di trovare action ai tavoli cash game. Una volta ottenuti risultati di grande rilievo, il top player napoletano non si è più potuto nascondere. Oggi Dario rappresenta uno dei rarissimi esempi di fama raggiunta e guadagni cospicui.

Per gran parte degli altri, la scelta rimane però sempre attuale e tutt’altro che risolta: meglio un ricco anonimato o la gratificazione pubblica?

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